Giuntoli: «Alla Juve mi sento a casa, guidai fino ad Amsterdam per la finale di Champions persa col Real»
A Repubblica: «Gol in fuorigioco di Mijatovic, mi è rimasta qui. Il giorno dopo ero regolarmente a fare allenamento con l’Imperia»
Giuntoli intervistato da Repubblica, parla del suo rapporto con la Juventus
E cos’è la Juventus per lei?
«Mi sento a casa. Ricordo le prime trasferte col babbo: a Firenze, attenti a non esultare, o a Bologna, dove una volta abbiamo preso l’acqua tutto il tempo, e a mia madre avevamo detto che eravamo in tribuna coperta, oppure a Pistoia, gol di Cuccureddu, Brady, Tardelli. Poi le trasferte in bus a Torino con un club di Prato. E nel ’98 guidai fino ad Amsterdam per la finale di Champions persa con il Real, gol in fuorigioco di Mijatovic, mi è rimasta qui. Il giorno dopo ero regolarmente a fare allenamento con l’Imperia».
Parla del colpo Kvaratskhelia e dell’importanza delle coincidenze.
«Quanto allo scouting, ho trovato qui grandi professionalità. Oggi nel calcio tutti sanno tutto, è difficile battere sul tempo gli altri e fare affari a costi contenuti. Io a Napoli ho colto delle coincidenze: senza la guerra non avrei preso Kvara a quel prezzo, senza lo stop per la pandemia forse Osimhen avrebbe fatto 30 gol in Francia e sarebbe finito in Premier».
Esiste un metodo Giuntoli?
«Non mi piace il termine. Solo sono uno che lavora tanto, che sta attento al rapporto con allenatori, staff, calciatori, agenti. Amo stare dietro le quinte e parlare poco. Il calcio non è da one man show, solo tutti insieme possiamo riportare la Juve dove merita. Io sono uno che aggrega».
Qual è ora il suo mandato alla Juventus?
«Io ho sempre fatto con quello che avevo a disposizione, per indole e per convinzione. In un momento di grande crisi del calcio italiano, c’è bisogno di fare di necessità virtù. Inseguire la sostenibilità, creare un meccanismo di autosussistenza in cui puoi spendere in base a ciò che incassi. Abbassare il monte ingaggi e l’età media, avere più giovani che possano crescere nel club e costituire un valore. In più, creare un ambiente che guardi non solo al risultato ma alla prestazione».
Vuol dire che vincere non è più l’unica cosa che conta?
«Vincere è la cosa più importante, ma se vogliamo crescere dobbiamo analizzare le prestazioni, e questo richiede tempo».
Per il momento c'è un agenda, relativamente al rientro in gruppo: così le intenzioni, d'intesa fra staff medico, Conte e il calciatore, con le sensazioni e le percezioni dei giorni scorsi inducono all'ottimismo.
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Sul Giornale: Chivu è alla decima sconfitta. Asterisco su Bastoni, la lezione Kalulu non è servita, il fallo volontario su Rabiot ha lo stesso fetore di una simulazione.
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"Gli azzurri non erano invincibili. Tutto si ridusse a tre episodi di cui uno controverso: il rigore al 95’ contro l’Australia, il gol in extremis contro la Germania e la vittoria ai rigori contro la Francia". Più la testata di Zidane.
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