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Addio Djokovic, da oggi sarai Novax Djocovid

La sua positività al virus che credeva connesso al 5G chiude il cerchio: da campione di tennis a santone, apostolo delle fake news, ideologo no-vax, da oggi anche untore

Novak Djokovic non c’è più. Il marchio è divelto, raso al suolo da un rosario di scelte insensate, “arroganti e miopi” (bollate così dalla sempre accomodante stampa inglese). Il 2020 è l’anno di Novax Djocovid, il tennista-santone, apostolo delle fake news, ideologo no-vax, da oggi untore, anche di se stesso.

La notizia della sua positività, nei giorni della tempesta mediatica perfetta, è la più brillante manifestazione della teoria del karma applicata ad una sfavillante carriera di campione troppo spirituale per essere vero. E infatti: il suo torneo itinerante per i Balcani si sta trasformando in un lazzaretto, senza risparmiare atleti top ten, allenatori, e infine lui, l’organizzatore. Vittima e colpevole.

Il compimento di un percorso verso l’autodistruzione mediatica dettato ai propri biografi senza che un amico uno intervenisse, gli mettesse una mano sulla spalla e lo facesse ragionare. I tennisti, come tutti gli sportivi soli, vivono in clan, si isolano in bolle. Che prima o poi scoppiano.

Djocovid è diventato tale molto prima di entrare a contatto col coronavirus in una delle mille occasioni che si è auto-procurato: la festa in discoteca col giocatore del Partizan positivo, l’abbraccio della folla (pure dei bambini), le partite a basket e a calcetto. Mai una mascherina, un metro di distanza, ma manco 75 centimetri (“lasci pure, grazie”). No, il virus in Serbia non esiste più, e per lui non è mai davvero stato un problema. Tutto per beneficenza, sia chiaro. Ché se il tuo mestiere – oltre a essere mostruosamente bravo a giocare a tennis – è essere celebre non puoi sottrarti al ricatto della giusta causa.

Djocovid è un no-vax conclamato. E come i suddetti usano fare, da protocollo dell’idiozia, s’è organizzato un virus-party tutto suo. L’ha fatto tenendo fede alle proporzioni: se le mamme a cui colpevolmente nessun giudice toglie in tempo i figli fissano la festicciuola del contagio nel tinello, lui ha chiamato Thiem, Zverev, Dimitrov e Coric a esibirsi davanti a migliaia di persone. Ma sempre con l’alea della giusta causa: raccogliere fondi per le vittime del Covid contribuendo alla diffusione del Covid… c’è del genio in tutto ciò.

Ma è appunto di questo che parliamo. Il giochetto dell’estate tennistica 2020 se l’è immaginato Simon Briggs del Telegraph: “pensate ad una lista delle peggiori cose che avrebbero potuto danneggiare il marchio Djokovic… a parte doping, partite truccate, o eventi criminali, difficilmente potreste stilarne una più efficace”. S’è l’è scritta da solo, la sua fine.

Quando ha cominciato a dileggiare il dramma di un mondo chiuso in terapia intensiva pubblicando sui social i video dei suoi allenamenti dalla Spagna, senza precauzioni. Certo, però, donava silenziosamente milioni agli ospedali di Bergamo, per il di cui sopra meccanismo auto-ricattatorio: ad un’azione sbagliata segue una reazione corretta e contraria.

O quando ha detto che lui – ove mai trovassero un vaccino per il Covid – non ammetterebbe l’obbligo di profilassi, “piuttosto smetto di giocare”. Orde di colleghi pronti a farsene una ragione, senza ammetterlo mai. Kyrgios – lui parla sempre, se ne frega – ha detto che il torneo-esibizione è stata una mossa da “bonehead”, da stupidi. Murray ha usato un lungo giro di parole, ma insomma, il senso era lo stesso.

O magari quando ha criticato – lo ha fatto fino a due minuti fa – gli organizzatori degli US Open per le regole troppo “stringenti” in fatto di protocolli anti-contagio. Il destino, a volte, sa prendersi soddisfazioni con un certo gusto.

Il contesto, per chi non lo conoscesse, forse va riproposto. Il numero uno del tennis mondiale è famoso per aver trasformato la sua celiachia in un libro, nel quale professa le fondamenta della sua alimentazione alternativa. Sarebbe stato, probabilmente, il più forte di tutto anche mangiando salsicce e friarielli, ma non sia mai.

E’ altresì convinto sostenitore, con la moglie Jelena, della assurda teoria che collega la tecnologia 5G allo scoppio della pandemia. Ora che è positivo verrebbe da chiederne conto al suo operatore telefonico, chissà.

Ma di più: Djocovid ha abbracciato l’agonismo spirituale. Un pezzo del Guardian di qualche mese fa ricordava anche che nel 2017 era convinto che il suo gomito infortunato guarisse da solo, grazie alla medicina olistica. Non voleva operarsi, perché – aggiungete alla lista – si dice contrario “ideologicamente” alla chirurgia. Poi nel 2018, visto che il gomito – guarda un po’ – non guariva da solo, si operò. E quando si svegliò pianse per tre giorni: “Ogni volta che penso a quello che ho fatto, mi sento come se avessi fallito come persona”, disse al Telegraph. Cinque mesi dopo vinse Wimbledon. Piangendo.

Non basta. Djocovid crede che la telecinesi e la telepatia siano “doni di un ordine superiore”. E ora, ci creda davvero o no, è positivo al coronavirus. E con lui, la moglie. La signora Djocovid. “Sfortunatamente – ha scritto in un tenerissimo comunicato – questo virus è ancora presente, ed è una nuova realtà che stiamo ancora imparando ad affrontare”. Maledetto 5G.

 

 

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