Da Napoli in Silicon Valley per innovazione e startup

Per essere competitivi occorre osare di più, aumentare l’effetto sistema di un paese che può contare su un patrimonio di livello mondiale

Da Napoli in Silicon Valley per innovazione e startup

Startup Grind

Ispirare, educare, connettere. Sono le tre parole chiave che guidano la più grande community globale indipendente di startupper, StartupGrind. Ad oggi si contano oltre 600 capitoli in giro per il mondo per un totale di circa 2.000.000 di imprenditori aderenti. Ogni capitolo ha come obiettivo l’organizzazione e la realizzazione di un certo numero di eventi l’anno. Ogni evento deve prevedere momenti di networking, di scambio di opinioni, e soprattutto deve prevedere la presenza di un imprenditore locale di successo, un innovatore, un educatore, un investitore in grado di condividere la propria storia e guidare gli altri verso la strada del successo. È quindi un modello di sviluppo e accrescimento di un ecosistema innovativo, in grado di coinvolgere innovatori, imprenditori, investitori, organizzazioni.

Dal 2012 la community è solita incontrarsi alla Global Conference di febbraio, in Silicon Valley. L’edizione 2019 ha visto partecipare 250 direttori da oltre 120 differenti paesi. L’Italia era presente con una buona delegazione: Ancona, Milano, Pescara, Roma, Napoli (Federico II).

La conferenza alla Tao House, San Francisco

La riunione di lavoro alla Tao House è solo l’ultima tappa della Global Conference di Startup Grind. La community si basa su tre principi:

  • Fare amicizie, non contatti
  • Dare prima, e poi prendere
  • Aiuta gli altri prima di aiutare te stesso

startup napoli silicon valleyLa Startup Grind Global Conference si svolge del Teathre District di Redwood City, nel mezzo della Silicon Valley, tra giganti tecnologici e start-up. Sono le 10am di una giornata molto nuvolosa del mese di febbraio dell’anno 2019. San Francisco, zona collinare. Si, ok, qua sono tutte colline, un continuo saliscendi a tratti ipnotizzante ipnotizzante, che ti fa venire in mente gli inseguimenti di Callaghan con la sua 44 sempre pronta all’uso. Le cose sono cambiate abbastanza. Qui ora si pensa ad una cosa sola: fare startup.

Chi scrive è il director del primo capitolo universitario italiano, quello della Federico II, sono qui con Sabatino Catuogno il co-director, a testimonianza della vitalità anche accademica che sta coinvolgendo l’Italia negli ultimi anni.

Arrivo alla Tao House, un grazioso e tipico building di San Francisco. Intorno villette residenziali, come la Pink House. Parcheggiata sulla strada una Tesla Model S. Che qui quasi non si nota, tanta è la presenza di auto elettriche del colosso di Musk tra le vie della city. Colosso nato dalla fiducia riposta dagli investitori in un progetto visionario. Ma che poi tanto visionario non è, visti i risultati raggiunti.

Entro. Mi sistemo. Poso lo zaino. Chiedo timidamente a Phin la password del wifi. Phin è di una disponibilità oltre ogni immaginazione. Come tutti i volontari che lavorano con lui. È paziente, sempre disponibile. Ed ha sempre la risposta che cerchi. È una caratteristica della community di StartupGrind, il più grande network indipendente legato al mondo delle startup, con 600 chapters in tutto il mondo, ed 1.5 milioni di follower. Oggi supportato da Google for Entrepreneurship.

Phin. Mi dice che la rete è blackbox. La password è “elavating”. E penso: siamo in California. San Francisco. Silicon Valley. Quale fantasiosa mente ha partorito una password così paurosamente ovvia. L’elevator pitch, il famoso stacco di 1 minuto per salire in ascensore nel quale devi essere in grado di colpire l’interesse del potenziale investitore. Procedo, mi connetto. Mi faccio un giro della casa. Tre piani. Il primo piano è già full, si parla, si discute. C’è un angolo dove hai a disposizione snack, frutta. Ed ovviamente caffè. Procedo. Vado al piano di sotto dove posso appendere la giacca. Altre stanze. Sempre presente l’angolo food&beverage. Torno al piano di sopra. Poi il patio. Più ti addentri è più comprendi il senso della parola “cool”. Che hai sentito tante volte, che traduci in “figo”. Ma cool non è figo. È molto di più. È cool.

Cominciano delle sessioni di lavoro

I director dei capitoli di Startupgrind vengono divisi in base agli anni di attività. Si chiacchiera, si discute. Si danno consigli, si prendono spunti per l’organizzazione degli eventi, per il procacciamento degli sponsor, per identificare lo speaker più adatto. Per fare rete. Poi entrano due persone, si siedono, subito lei comincia ad empatizzare con il pubblico. Ci riesce subito. Sarà anche grazie ai capelli biondi ed una veste leggera. Con il suo compare, illustra il luogo nel quale ci troviamo. Blackbox. Una casa a tre piani che promuove programmi di entrepreneurship. Programmi intensi, intensissimi. 15 giorni in una casa per portare avanti il proprio progetto di impresa. Vivendo a stretto contatto con altri aspiranti imprenditori. Un programma compresso in pochi giorni nei quali esperti mentori (VC, BA, incubators manager) ti equipaggiano con gli strumenti e le metodologie per affrontare la sfida imprenditoriale. Ma non è solo questo. Dietro c’è un network ampio, enorme, formato da più di 400 imprenditori interessati a dar vita ad imprese sempre più innovative, high-tech. È, nella sostanza, un modello di acceleratore, un modello innovativo che intende fornire ogni futuro imprenditore di quel bagaglio di conoscenze e di quel set di risorse che consentiranno di raggiungere il successo nel lungo periodo, e non soltanto il raggiungimento di obiettivo a breve. L’imprenditore esce dal programma con una consapevolezza estrema dei propri mezzi, del network cui ha accesso, delle difficoltà e dei rischi derivati dall’intrapresa imprenditoriale. E’ dunque un programma che non forma soltanto ma che aiuta a diventare imprenditori tutti i giorni. Un programma che ha la capacità di migliorare le proprie competenze, non solo di accelerarle. Elevarle. Elevating. La sintesi estrema del programma. In una parola. In una password. E ci ripenso. Non era una banalità. È un ideale. Ed è quello che guida ogni attività che si avvia nella baia di San Francisco, nella Silicon Valley. Elevating.

In effetti, l’aria che si respira è quella classica dell’innovazione, dell’imprenditorialità, del rischio, dell’investimento. Oltre 8000 tra grinder, speaker, investitori, startup, ed anche curiosi. Inutile sottolineare la rilevanza del parterre. Basta fare un giro sul sito della conferenza per capirne il peso.

Reid Hoffman (co-founder di Linkedin), Joe Gebbia (co-founder di Aribnb), John Collison (co-founder, con il fratello, di Stripe), Ryann Smith (co-founder di Qualtrics), Aaron Levie (co-founder di Box), tra i principali founders.

Emily Chang e Anne VanDermey (Bloomberg), Becky Peterson (Business Insider), Ashlee Vance (Bloomberg Businessweek), John Boitnott (Entrepreneur.com) tra i giornalisti.

Kyle Lui (DCM Ventures), Lisa Wu (Northwest Venture Partners), Megan Holston Alexander (Unusual Ventures), Rory O’Driscoll (Scale Venture Partners), tra i venture capitals.

Folta anche la platea di managers: Jason Scot (Global Program Manager Google), Mariam Sharangia (Project Manager Innovate Georgia), Fielding Kidd (Director of Partnership, Comcast), Bob Quillin (Vice President of Developer Relations in Oracle), Ting Cui (Senior Product Manager in Uber), Cristina Scheau (Senior Engineering Manager in Facebook).

Con cosa si torna a casa

Con la consapevolezza che il fenomeno legato alla nuova imprenditorialità è ancora vivo, e che c’è ancora da fare. Le parole chiave che sono emerse sono diverse. Occorre sempre partire da un’idea vincente, anche se questa da sola non basta. È opportuno costituire un team ampio e diversificato, dove la precedente esperienza, soprattutto professionale, conta. Conta aver fallito, perché nella logica di un investitore, se hai fallito una volta, la curva esperienziale dovrebbe portarti a maturare una consapevolezza sugli errori compiuti, e su come evitarli. Il secondo aspetto emerso è la necessità di dimostrare la capacità si saper rispondere ad un problema del mercato. Ovvero, il market fit. Senza questo elemento, l’investitore non viene convinto. Ed infine, il ruolo giocato dalle nuove tecnologie, con particolare focus sull’intelligenza artificiale.

Come si posiziona l’Italia in questo scenario? Onestamente, date le dimensioni ed il badget destinato alla spinta innovativa, non siamo messi male. Raccogliamo quanto seminato. Poco sicuramente rispetto ad altri benchmark (Germania, Francia, Spagna), ma se non si investe, non possiamo certo aspettarci risultati più sfidanti e competitivi. Su cosa puntare? Modelli come quello spagnolo o francese sono sicuramente interessanti, ovvero la concentrazione della maggior parte degli sforzi su delimitati luoghi fisici (Barcellona e Parigi), e tutto sommato, sembra ci si stia muovendo su questi elementi, come Milano sta cercando di dimostrare. Ma per essere competitivi occorre osare di più, aumentare l’effetto sistema di un paese che può contare su un patrimonio di livello mondiale, ovvero la ricerca scientifica che caratterizza alcuni settori come l’aerospazio, la chimica, l’artigianato, oppure settori più tradizionali come il culinario ed il turismo.

La speranza? È vedere startup italiane alla prossima global conference di StartupGrind 2020, sempre a San Francisco, sempre a Redwood City. Ma anche chiudere questa esperienza senza dover ricevere il messaggio del responsabile di cabina del 777 Alitalia in funzione da Newy York a Roma, che annuncia “il malfunzionamento di alcuni schermi interattivi di bordo (circa la metà), il cui ripristino richiede il riavvio del sistema, ma trattandosi di un sistema piuttosto vecchio, la tempistica attesa è di circa un’ora e mezzo”. Su sette ore e mezzo di volo, e dopo un’ora di volo effettuata. Fortunatamente avevo con me un paio di libri. E viaggiavo senza bimbi …

 

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