La notizia è De Laurentiis al New York Times, non il Frosinone

Racconta a uno dei giornali più autorevoli del mondo la sua visione del calcio. In Italia la polemica politica è elusa, c’è spazio solo per il botta e risposta da talk-show

La notizia è De Laurentiis al New York Times, non il Frosinone

Un ulteriore passaggio nella crescita del club

Accadono strane cose nella comunicazione. Italiana, non soltanto napoletana. L’altro giorno il New York Times pubblica un’intervista ad Aurelio De Laurentiis. Il Napolista ne sintetizza i concetti e la propone ai propri lettori. Ci sono, ovviamente, diverse chiavi di lettura. Noi scegliamo quella del quotidiano americano che propone un ritratto-intervista – ampio – del presidente del Napoli. E a noi pare questa la notizia.

Magari sarà un approccio provinciale. Ma a nostro avviso è un ulteriore passaggio nella crescita del Calcio Napoli. Il New York Times si dedica al Napoli e alla sua anima. Lo considera personaggio degno di nota. È importante sottolinearlo, visto che siamo chiusi pensando che il mondo finisca a Cassino, oppure ad Aosta. Lo intervista e ovviamente riporta le sue osservazioni e le commenta. Ne viene fuori il ritratto dell’uomo che conosciamo: «ha sempre bisogno di un nemico» sintetizza il quotidiano. Così come quest’estate L’Equipe aveva dedicato un ampio servizio al Napoli di De Laurentiis e Ancelotti. È la riprova – se ancora ce ne fosse bisogno – che il Napoli ha una sua riconoscibilità internazionale.

La reazione di tanti tifosi e dell’Italia perbenista e ipocrita

Poi cosa succede? Succede che nel corso del colloquio col giornalista Rory Smith, il presidente del Napoli spiega la sua idea di calcio, di business del calcio, concetti che noi conosciamo benissimo. Concetti che esprime da quasi quindici anni e che, tra l’altro, spesso si sono rivelati profetici. Critica l’idea che alla retrocessione sia legato un premio economico per il club. E cita il Frosinone. Lo cita come esempio. Come del resto venne citato anni fa da Lotito per le stesse ragioni.

Club che non attirano fan né interessano le emittenti al campionato. Arrivano, non cercano di competere e tornano indietro, tranne che con i loro forzieri. Se non possono competere, se finiscono per ultimi, dovrebbero pagare una multa. Non dovrebbero ricevere denaro per il fallimento.

Succede quel che succede. La Gazzetta riprende l’intervista – il primo giorno non se n’era accorto nessun altro – e si scatena il pandemonio made in Italy. Il Frosinone, giustamente, fa il Frosinone. Risponde piccato. Non una ma due volte. Una in veste ufficiale, con tanto di nota sul proprio sito. Non pochi tifosi del Napoli concordano col club ciociaro: “finalmente qualcuno ha detto a De Laurentiis che il Napoli non ha un centro sportivo, che non ha uno stadio di proprietà”. Sembra quasi che il Frosinone giochi in Europa da dieci anni e il Napoli navighi nella mediocrità. Senza dimenticare l’Italia perbenista e ipocrita che si scandalizza della visione sprezzantemente capitalistica del calcio che ha il presidente del Napoli. Ha leso il concetto di sportività.

Nessuno parla del cuore della polemica

Poi entrambi i fronti – i tifosi e l’Italia perbenista e ipocrita – si lamentano della scarsa competitività del calcio italiano, della mancanza di appeal del nostro sistema rispetto agli altri campionati. Il cuore della polemica politica – perché di politica si tratta – viene completamente eluso. Si passa ad altri piani. Che con la politica economica del nostro calcio non c’entrano assolutamente niente. E, va da sé, nessuno si ferma a riflettere e a interrogarsi sul perché il New York ha intervistato De Laurentiis e ha ritenuto le sue considerazioni foriere di interesse per i propri lettori. Del resto, in Italia non c’è nessuno che realmente abbia compreso la portata dell’impresa di De Laurentiis a Napoli una città in cui appena metti il piedino fuori dal calcio trovi quasi solo “bomba da Sorbillo, polemica per Celentano che infanga Napoli, la città è anche altro e tutto il bla bla bla che ben conosciamo”.

Spazio per questo non ce n’è. A noi italiani  interessa la lite condominiale. Il risentimento dei piccoli. La rivalsa del Frosinone. Il disprezzo del “potente” di turno. Così può andare avanti il botta e risposta. «Quanto ci piace chiacchierare” fu il riuscito slogan di uno spot della Barilla di tanti, tanti anni fa.

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