“E chi sei? Oscar?” Persino Maradona andò a vederlo a Caserta

Oscar Schmidt è morto a 68 anni. A Caserta non alzò lo scudetto, fece di più: seminò l'illusione e accese la magia. Pianse quando andò via. Rifiutò l'Nba per rimanere underdog. La sfida col Real Madrid di Petrovic fu letteratura

Oscar Schmidt

Brazilian basketball star and sport secretary for the State of Sao Paulo Oscar Schmidt(L) jokes with US basketball legend Earvin "Magic" Johnson 23 April during a press conference in Rio de Janeiro, Brazil. Johnson, who found out he was carrying HIV in November 1991, is touring Latin America to speak out for AIDS prevention. VANDERLEI ALMEIDA / AFP

“E chi sei? Oscar?” Persino Maradona andò a vederlo a Caserta

È morto come ha vissuto: sfidando la legge di gravità e quella del buon senso. Si è spento Oscar Schmidt (68 anni), e con lui se ne va l’ultima grande epopea del cesto appeso al cielo. In Sudamerica si dice che il calcio si gioca con i piedi per raccontare la terra, ma Oscar usava le mani per dettare il destino delle stelle. Lo chiamavano Mão Santa, la Mano Santa, ma era una bugia: quella mano era profana, ribelle, un’arma di precisione che non chiedeva permesso a Dio, né agli allenatori, né ai difensori che cercavano di oscurargli la vista.

Oscar era Oscar. Oscar era una parabola, in ogni sua declinazione: dal tiro al destino, dal destino al rimpianto. Per lui il canestro non era un cerchio di ferro, ma un buco nell’universo dove nascondere il pallone; quando la palla lasciava le sue dita non volava, scriveva un romanzo. Oscar non tirava, segnava. Non sapeva fare altro. Gli offrirono l’Nba, il paradiso del denaro e del prestigio, ma lui rispose di no per restare umano tra gli umani, o forse per restare underdog, principe dei deserti.

Nel 1987 guidò una banda di sognatori a sconfiggere gli Stati Uniti a casa loro, a Indianapolis, e quel giorno il mondo capì che il basket non era più una proprietà privata ma un linguaggio universale che lui parlava correntemente, con l’accento di chi non ha paura di nulla. Poi Caserta, e con Caserta si apre un varco che cuce l’amarezza con la consacrazione. Chi oggi narra la palla a spicchi, chi ci sguazza provando a spiegarla, non ha minimamente idea di un capitolo che fu letteratura pura ai tempi in cui le notizie viaggiavano a gocce: Drazen Petrovic versus Oscar Schmidt. Real Madrid contro Juve Caserta. Lo ripetiamo come un mantra. Non fu una partita, ma una processione di talento: il brasiliano ne segnò 44, il croato 62. Chi ebbe la fortuna di esserci, vide l’impossibile farsi carne.

All’ombra della Reggia non alzò lo scudetto — che arrivò quando lui era già partito, come se il suo destino fosse quello di seminare l’incanto senza pretenderne il raccolto — ma fece qualcosa di più difficile: seminò un’illusione collettiva, insegnando a una terra del Sud che si può essere divinità anche senza corona, purché si abbia il coraggio di prendersi l’ultimo tiro quando la luce sta per andare via. Restano quelle lacrime all’addio, lacrime fanciullesche di chi aveva rivoltato una provincia intera e tenuto a battesimo i futuri campioni come Nando Gentile ed Enzino Esposito. Oscar era l’idolo di chiunque; persino Diego andò a vederlo. Erano amici, così simili, così unici, così troppo geniali per essere compresi fino in fondo. Diego al Palamaggiò per Oscar fu il momento iconico che sancì il dominio sportivo di quegli anni da queste parti.

Dicono che abbia segnato quasi cinquantamila punti, un numero che non sta scritto nelle statistiche ma nella memoria di chi lo ha visto scoccare dardi da distanze che sembravano insulti alla logica. “E chi sei? Oscar?” dicevamo nei campetti, ed era il riconoscimento supremo, il limite invalicabile tra noi poveri mortali e l’uomo che trasformava il sudore in poesia balistica. Ora che la sua parabola si è chiusa, resta un silenzio strano nei palazzetti; Oscar se n’è andato a cercare un canestro più in alto, dove non servono schemi e dove nessuno oserà mai chiedergli di passare la palla invece di tirare.

Il basket oggi è un po’ più corto e un po’ più pesante, perché è caduto l’uomo che ci aveva convinti che, con un colpo di polso, si potesse davvero toccare il cielo. E poi c’erano le sue braccia, lunghe come ali stanche che si aprivano solo per l’abbraccio finale o per quella meccanica di tiro che era un rito sacro. Non era solo sport, era una sfida alla biologia: un uomo contro il tempo, contro il male che bussava alla porta, contro la noia di chi gioca per vincere invece di giocare per esistere. Oscar non correva, lui occupava lo spazio con la solennità di un monumento errante, aspettando che il mondo gli ruotasse intorno finché non trovava quel centimetro di aria per scagliare la sua preghiera. Era un cercatore di bellezza in un’epoca che cominciava a misurare tutto coi muscoli e col cronometro.

Ha sfidato i colossi del mondo con un sorriso sornione e quella boria divina di chi sa che, se la palla entra, la realtà deve tacere. Se n’è andato senza rumore, lui che ha fatto esplodere le retine e i cuori di tre generazioni, lasciandoci orfani di quel dubbio meraviglioso che ci assaliva ogni volta che superava la metà campo: “Tira? Davvero tira da lì?”. Sì, tirava sempre. Perché per Oscar Schmidt vivere non era partecipare, era centrare l’infinito.

Scrittore, giornalista e autore teatrale, con una passione profonda per la musica e il calcio, tifoso del Napoli.

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