Dell’essere napolisti e del Napoli in proiezione 89-90 punti

Ancelotti ha saputo smentire i pregiudizi che hanno accompagnato il suo arrivo. E perché resistere agli stereotipi è fondamentale per Napoli

Dell’essere napolisti e del Napoli in proiezione 89-90 punti

Sovvertite le griglie

Il girone di andata si è concluso, è pure cominciato quello di ritorno. Il Napoli viaggia ad una quota che, se mantenuta, significherebbe chiudere il campionato a 89 o 90 punti. Un signor campionato, quello del Napoli, che si è accompagnato ad una Champions tanto bella quanto sfortunata e che da ora in poi procederà intervallato dagli impegni (speriamo tanti) di Coppa Italia ed Europa League.

Sovvertite le griglie di inizio stagione. Ci davano addirittura fuori dai giochi per la qualificazione in Champions, mentre gli azzurri, con 15 punti di vantaggio sulla quinta, hanno praticamente già centrato l’obiettivo. Note positive e criticità fanno parte del bilancio, ovviamente. Alcuni giocatori sono stati definitivamente ritrovati (Maksimovic, Milik), altri sembrano mostrare qualche passo indietro (Zielinski, Diawara), qualcuno sembra essere sbocciato (Ounas), qualcun altro pare bocciato (Rog). Dei nuovi nessuno ha deluso. Molto bene i tre portieri e Malcuit, magnificamente Fabian Ruiz, il solo Verdi sta rendendo meno, ma la tenuta fisica non lo ha aiutato, mentre le primissime uscite di Younes lasciano ben sperare.

Carletto in panchina ha saputo smentire i pregiudizi con i quali una parte dei media e della tifoseria lo ha accolto. Il Napoli è lì, ai vertici del campionato, secondo solo ad una Juventus incredibile sotto il profilo del rendimento.

Tutto bene dunque? Dal mio punto di vista sì. Il ciclo di Ancelotti si è aperto come meglio non si poteva, nonostante il peso dell’eredità che Sarri aveva lasciato nella mente e nel cuore di tifosi e addetti ai lavori. Un’eredità difficile da gestire soprattutto mentalmente, visto che c’era da convincere mezza squadra di avere i mezzi e le qualità per essere titolari e mezza tifoseria che i risultati degli ultimi anni non erano frutto dell’avvento di un nuovo messia, ma del lavoro e della programmazione della società.
Già vedo gli animi sarristi scaldarsi a questa affermazione. Forse è proprio questo il punto sul quale vale la pena soffermarsi. Gli “ismi” che ci accompagnano da Mazzarri in poi.

Bufalo Bill

Tra gli ultimi 4 allenatori, Mazzarri, Benitez, Sarri e Ancelotti, mi trovo in sintonia mentale con Rafa e Carletto. Walter e Maurizio mi hanno fatto emozionare molto (in maniera molto diversa), ma abbiamo una visione troppo diversa. Li trovo conservatori e ripetitivi, io amo il cambiamento e il divenire.
Citando De Gregori

Tra bufalo e locomotiva la differenza salta agli occhi:
la locomotiva ha la strada segnata,
il bufalo può scartare di lato e cadere.

Io apprezzo più il bufalo. Amo scoprire ogni volta l’undici che ha disegnato l’allenatore, mentre mi annoia il concetto di titolarissimi (che oltretutto trovo inconciliabile con il calcio moderno).

Ma, a prescindere dai miei gusti personali, trovo del tutto inutile dividersi tra il sarrismo e l’ancelottismo, tra rafaeliti e mazzarriani, per due motivi: uno perché la linea temporale dei campionati non ammette deroghe e, dunque, professarsi sarristi oggi significa porsi fuori dal tempo, astrarsi dal presente. Un’operazione metafisica priva di senso, visto che il Napoli esiste, gioca e, per giunta, vince. Il secondo motivo è che c’è un “ismo” più grande del quale sono impregnato e del quale dovremmo esserlo tutti: il Napolismo.

Essere napolisti

Cosa vuol dire essere napolisti? Non è un sinonimo di essere tifosi (che casomai è un pre-requisito). Vuol dire cercare di mantenere il contatto con la realtà, a prescindere da gusti, antipatie e simpatie. Vuol dire riconoscere che il Napoli di De Laurentiis costituisce il periodo migliore della quasi centenaria storia della SSC Napoli e, al contempo, notare e rimarcare i limiti che la società ha mostrato. Vuol dire essere coscienti che il Napoli sta occupando, nelle classifiche italiane e nel ranking europeo, un ruolo che non gli è mai appartenuto. Vuol dire vivere e leggere il calcio senza nostalgie e falsi miti. Vuol dire essere consci che il Messia è già arrivato una volta dalle nostre parti e che quella rimarrà l’unica, motivo per cui il solo modo per tornare, un giorno, a vincere è fare quello che sta facendo De Laurentiis: programmare, investire, comprare a poco e vendere a molto o moltissimo, puntare a restare in alto in attesa che l’occasione giusta arrivi.

Attenzione: quando dico “quello che sta facendo De Laurentiis” non intendo che non si possa fare meglio di lui. In astratto è possibile e sono convinto che lo stesso Aurelio, potendo tornare indietro, cambierebbe qualcosa. Intendo che la strada, però, è quella. Che è inutile sognare i Top Player e i matrimoni a vita con i calciatori più forti. Il Napoli può e deve vivere di scommesse e lungimiranza, cercando di colmare con il talento il divario economico che ci separa dalle grandi del calcio italiano.

Siamo condannati a dover pescare altri Hamsik, Mertens, Koulibaly, Milik e Fabian Ruiz, mentre dovremo sempre cedere il passo quando Juventus o PSG si presenteranno alla nostra porta con vagonate di milioni per prelevare Higuain, Cavani o Lavezzi (o Allan?).

È il nostro ruolo. Sono i rapporti di forza. Negarli non serve a niente, se non a costruire una realtà virtuale e fallace nella quale De Laurentiis è un cattivo presidente ed il Napoli si trova così in alto per qualche colpo di fortuna.

Essere napolisti significa pretendere che giocatori, allenatore e società remino nella medesima direzione, senza giocare allo scaricabarile, senza cedere alla tentazione delle insinuazioni e delle frecciatine. Il veleno, casomai, lo possiamo riservare a qualche ex che ci ha snobbato, ma in misura sempre minore e non perdendo mai di vista il presente.Essere napolisti, infine, significa non cedere alla vulgata comune, agli stereotipi, ribellarsi alla visione della “Napoli a cui piace piangere” di Ilaria D’Amico e all’elenco infinito dei luoghi comuni che Tv e stampa veicolano, soprattutto grazie all’utilizzo di qualche testimonial tanto illustre quanto sopravvalutato.

Essere napolisti è, a mio modo di vedere, sempre più necessario in una città schizofrenica che, per limitarci al calcio, aggredisce i nuovi acquisti rei di non essere un top player, che contesta il caro biglietti ma diserta il San Paolo quando la società vende i biglietti per gli ottavi di Coppa Italia e la Lazio, complessivamente, a 30 euro. Una città (lo so che è accaduto in provincia, ma respiro a Napoli la stessa identica aria) che è pronta a baciare la mano di Salvini che ci ha insultato fino a ieri e, al contempo, non vede l’ora di mordere quella di De Laurentiis che, invece, tanto ci ha fatto divertire negli ultimi anni.

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