Ancelotti sa aspettare, Milik sa segnare

Il complesso recupero dopo due infortuni gravi. L’allenatore ha sempre creduto in lui. Undici reti in campionato. Due su punizione. Alla Van Basten

Ancelotti sa aspettare, Milik sa segnare

La ruota gira

“Nel girone di ritorno, Milik ruoterà di meno rispetto al girone d’andata”

Una frase che equivale a una sentenza. Soprattutto se pronunciata da Carlo Ancelotti. Che da ieri sera sembra aver definitivamente invertito la gerarchia del centravanti del Napoli. In realtà, non da ieri sera. La ruota, per Arkadiusz Milik, ha cominciato a girare il 3 dicembre, a Bergamo. Entra in campo a otto minuti dalla fine, sull’1-1. Riceve palla dalla sinistra da Mario Rui, stoppa il pallone che gli si alza – per non pochi tifosi, sbagliò lo stop – e segnò il gol vittoria. Il quinto del suo campionato. Il primo realmente decisivo che diede tre punti alla squadra di Ancelotti. Il mestiere del centravanti è segnare gol, meglio se decisivi.

Fu il primo giro di ruota. Ma pochi giorni dopo, a Liverpool, la storia sembrò prendere il suo corso. Milik entrò nel secondo tempo, ne mancavano 23 di minuti alla fine, e proprio negli ultimi istanti si ritrovò un pallone difficile da addomesticare, lo fece e tirò ma Alisson si travestì da supereroe, chiuse lo specchio della porta e anche i sogni di qualificazione del Napoli. La cattiva sorte parve essere tornata a fare ombra sul polacco. Cattiva sorte fino a un certo punto. Perché essere in campo, avere la possibilità di giocare e segnare, non può mai essere chiamata sfortuna. E Arkadiusz lo sa. Lo sa bene. La sfortuna è un’altra cosa.

La sfortuna è un’altra cosa

La sfortuna è quella brutta bestia che entra nella tua vita quando tutto sta andando per il meglio, quando sembra che tu sia protagonista di un film e ne stravolge la trama. Com’è accaduto a lui nell’autunno 2016. Fu lui a indossare i panni – scomodissimi – dell’erede di Gonzalo Higuain. Il polacco venuto dall’Ajax giocò 45 minuti a Pescara, poi Sarri lo mandò in campo dall’inizio contro il Milan e lui ne segnò due: uno quasi per caso e l’altro di testa. Ne segnò altri due alla Dinamo Kiev, in trasferta, in Champions. Entrambi di testa. Da solo, raddrizzò e vinse la partita. Un’altra doppietta, da subentrato, al Bologna. La Polonia cominciò a entrare nei cuori dei tifosi del Napoli. Poi, però, arrivò l’8 ottobre: l’amichevole con la Danimarca e il primo, maledetto infortunio. Legamento del ginocchio. Undici mesi dopo, ancora un legamento. L’altro ginocchio. La paura che si impossessa di te. La sensazione che non tornerai mai come prima.

Eppure negli scampoli di partita che gli vengono concessi, trova il tempo di segnare un gol importantissimo al Chievo. Ed è quasi decisivo a San Siro, quando Donnarumma compie un prodigio su di lui. Poi, a campionato compromesso, segna un grande gol a Genova contro la Sampdoria e uno al Crotone.

L’estate di Cavani e la concorrenza con Mertens

Assiste chissà con quale stato d’animo all’estate del delirio per Cavani. Ancelotti tiene la barra dritta. Dal primo giorno ripete che la rosa è competitiva e profonda, e che il centravanti del Napoli sarà Milik. Nella migliore delle ipotesi, gli danno dell’aziendalista. Eppure il tecnico dimostra con i fatti che davvero considera Milik il centravanti del Napoli. Complice anche un ritardo nella preparazione di Mertens, lo schiera titolare nelle prime tre giornate di campionato. E a Roma, contro la Lazio, il polacco segna. Parte titolare a Belgrado contro la Stella Rossa, parte titolare a Napoli contro il Liverpool. Ma non segna. Non incide. È macchinoso. Ancelotti inverte le gerarchie. Che resistono fino a quella sera di Bergamo. E anche oltre. Ci vuole un’ulteriore scossa. Arriva in un’altra trasferta. A Cagliari. Dove Ancelotti si impone affinché venga rispettato l’ordine di scuderia per le punizioni da destra. “Tocca a Milik”. Rincorsa breve, gol. È il 16 dicembre. Il gol che forse inverte realmente il trend.

Van Basten

A Milano gioca lui centravanti, ma non incide. Col Bologna segna una doppietta, anche se servirà la rete di Mertens per vincere la partita. E poi ieri sera: sembra un portento. Colpisce 39 palloni, tira sette volte. Centra due pali e segna un’altra punizione imparabile. Dalla sua mattonella. Punizioni che sono difficilmente inquadrabili. Non sono a foglia morta. Non sono liftate. Non sono vellutate. Sono forti ma non alla Koeman. Sono forti eppure aggirano la barriera. Forse Mihajlovic, ma non è la stessa cosa. È difficile trovare precedenti. Ce ne siamo ricordati uno di tanti anni fa. Milan-Bari. Il 2-0 di Van Basten con una punizione che ricorda molto quelle di Arkadiusz. Al minuto e trenta secondi. L’unica punizione segnata dall’olandese con la maglia del Milan.

Senza scomodare paragoni ingombranti, ieri abbiamo visto un signor centravanti. Potente, difficile da marcare, pronto a fare a sportellate. Se fosse entrato il pallone in girata, che invece ha colpito il palo, sarebbe stato un gol da antologia. Ci ha pensato con la punizione che potrebbe diventare un marchio di fabbrica. Ancelotti, come Siddharta, ha dimostrato di saper spettare. Intanto il polacco ha segnato 11 gol in campionato. Ha superato due anni durissimi e momenti delicati anche in questa stagione. Il punto più basso forse è stato Genova, contro il Genoa, quando Ancelotti lo sostituì a fine primo tempo dopo una clamorosa occasione sprecata. Mandò fuori sia lui sia Zielinski. Momenti bui per modo di dire. Milik lo sa. L’importante è potersi giocare la prossima occasione. E Arkadiusz se la sta giocando alla grande.

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