Ancelotti è il nostro uomo in rivolta, ha superato le ideologie

Camus scrisse che il marxismo era fallito perché non era scientifico, al massimo scientista. Proprio come il massimalismo calcistico contemporaneo

Ancelotti è il nostro uomo in rivolta, ha superato le ideologie

“Il marxismo non era scientifico”

Nel 1951, Albert Camus – filosofo e romanziere straordinario, col fascino di Bogart e la profonda passione per il calcio – scrisse, nel suo capolavoro L’uomo in rivolta, alcune righe che sarebbero state destinate a cambiare il modo in cui la cultura occidentale soleva riflettere sul senso di rivoluzione:

Come ha potuto un socialismo, che si diceva scientifico, cozzare in tal modo contro i fatti? La risposta è semplice: non era scientifico. Il marxismo non è scientifico; è, al massimo, scientista. Esso rende patente il profondo divorzio che si è istituito tra la ragione scientifica, fecondo strumento d’indagine, di pensiero, e anche di rivolta, e la ragione storica.

Con qualche licenza logica che il bar sport spero ci conceda, vorremmo traslare quanto Camus afferma sul piano sociale e politico al quello più (apparentemente) banale del calcio giocato. La nostra ipotesi di lavoro è che i massimalismi calcistici non facciano eccezione, e possano discutersi e modellarsi nei medesimi sistemi di riferimento adoperati per i dibattiti storici e politici.

I massimalismi calcistici

I massimalismi calcistici – da Sacchi a Guardiola – conservano la nevrosi tipica dello scientismo: la presunzione di modellare con equazioni certe un fenomeno che non solo è intrinsecamente caotico, quale un campo di gioco, ma è per certi versi anche difficilmente misurabile, perché gli osservatori di quel sistema sono parte integrante e non terza del sistema stesso. Il dilagare delle statistiche che si osserva negli ultimi anni, l’esplosione di tecnicismi, di metafore atte a descrivere moduli e sistemi, nulla altro è che il tentativo (frustrato) di imbrigliare il calcio – che è storia, divenire, atto che si manifesta continuamente – in un linguaggio para-scientifico, con effetti di pura stregoneria, come ogni scientismo richiede. Il massimalismo calcistico – sacchismo, sarrismo, guardiolismo – è ciò che Camus chiama la ragione storica:

Immersa nell’evento, lo dirige. È insieme pedagogica e conquistatrice. Queste misteriosi descrizioni celano, del resto, la più semplice realtà. Se si riduce l’uomo a storia, non gli rimane altra scelta che sprofondare nel frastuono e nel furore di una storia demente […] Questa pseudo-ragione finisce per identificarsi allora con l’astuzia e la tragedia, in attesa di culminare nell’Impero ideologico. Per questo la ragione storica è una ragione irrazionale e romantica, che ricorda talvolta la sistematicità del paranoico, e altre volte l’affermazione mistica del verbo.

Il filosofo francese descrive qui il marxismo e le sue incarnazioni terrene, ma la sua pare un’ottima analisi anche dei sistemi calcistici assoluti dei nostri decenni e delle loro derive culturali nel misticismo. Analogamente al sistema politico massimalista che predica la mistica fine di ogni dolore, il massimalismo calcistico predica la fine di ogni sconfitta, e addebita la colpa all’imperfezione del materiale a disposizione (umano o meno) se quel fine non viene raggiunto: la scarsa applicazione, la panchina corta, la mentalità corrotta, la cultura difensivista.

Ancelotti ha attraversato l’ideologia

Non è un male aver conosciuto il massimalismo ed averlo attraversato. Lo attraversò Camus, lasciandoselo scorrere lungo il fumo delle sue sigarette, negli anni più bui del nostro continente. Lo ha attraversato Carlo Ancelotti, negli anni in cui rifiutò Roberto Baggio per non gettare in una contraddizione potenzialmente devastante il suo 4-4-2. Bisogna aver sperimentato, discusso, vissuto e battuto la rivoluzione per poter diventare veri uomini in rivolta.

Al meriggio del pensiero, l’uomo in rivolta rifiuta così la divinità per condividere le lotte e la sorte comune. Sceglieremo Itaca, la terra fedele, il pensiero audace e frugale, l’azione lucida, la generosità dell’uomo che sa. Nella luce, il mondo resta il nostro primo e ultimo amore. I nostri fratelli respirano sotto il nostro stesso cielo, la giustizia è viva. Allora nasce la gioia strana che aiuta a vivere e a morire e che rifiuteremo ormai di rimandare a più tardi.

“La gioia strana” è quel sentimento coinvolgente eppure non comune, noto eppure straniante che proviamo in questi giorni. Mentre approcciamo una sfida, a Liverpool, che detterà un punto di svolta, una caduta o una fase nuova che ci aiuterà a vivere e a morire – quasi non importa. Sappiamo solo che non abbiamo intenzione di rimandare quell’incontro carico di quanto deve accadere. Siamo fuori dagli schemi, finalmente. Fuori dalla storicizzazione calcistica, dal delirio sordo di onnipotenza. Siamo uomini e donne con i nostri sentimenti a nudo nella mano sinistra, e con nella destra l’indimenticabile carbonara che Carlo insegnò al cuoco del Bayern Monaco, la squadra che preferì il calcio storicista, nella piena tradizione nietzschiana della Germania, al sorriso accennato di Ancelotti che, davanti alla mancanza del guanciale, non si scompose per nulla e usò una sacrosanta pancetta.

L’Uomo in rivolta di Camus è un uomo cui piace cantare, come al Carlo del calcio. Sui palchi, sui tavoli, sulle sedie. Noi siamo deboli, ma siamo molti e siamo pronti. Ad Anfield nessuno camminerà solo.

Al sommo della più alta tensione scaturirà lo slancio di una dritta freccia, dal tratto più duro e più libero.

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