Lezione di management della Juventus: Marotta non è Marchionne, cambiano per internazionalizzarsi

Il club ha preso atto dei limiti dei manager nostrani di garantire efficienza nel villaggio globale. E cambia anche quando domina in Italia

Lezione di management della Juventus: Marotta non è Marchionne, cambiano per internazionalizzarsi
Giuseppe Marotta e Andrea Agnelli

Lezione di management

C’è sempre da imparare.  La notizia delle dimissioni (chiamiamole così) di Marotta è una ulteriore grande lezione di management aziendale. Nel giorno in cui la società bianconera afferma, per l’ennesima volta, il suo predominio a livello locale, viene annunciato un cambio al vertice della organizzazione che deve essere letto come capacità di rinnovarsi per raggiungere gli obiettivi programmati (Champions League).

Cioè mentre in qualche altra parte del paese tutti starebbero pensando di garantire un diritto di permanenza “eterno” all’artefice della costruzione del team più vincente della nostra storia calcistica, “loro” pensano al cambiamento.

Qualche mese fa mi confrontavo, sebbene in due momenti separati, con gli amici Darwin Pastorin e Massimiliano Gallo sui motivi che impedivano alla Juve di vincere la “maledetta” coppa dalle grandi orecchie. Sono certo che ricorderanno la mia tesi.

Serve un dirigente di respiro internazionale

Non era un problema tecnico perché la rosa della Juve, anche l’anno scorso (figuriamoci oggi), poteva competere in Europa ad armi pari con tutti. Sostenni invece la necessità di avere un alto dirigente di respiro internazionale. Un dirigente che, indipendentemente dalla capacità di acquistare giocatori di caratura internazionale, avesse la competenza per far accettare la società in un contesto internazionale.

Il gap dell’internazionalizzazione della Juve, secondo la mia opinione, sta nella formazione del top management della società. Si sentiva la necessità di un approccio multidisciplinare da parte del manager che avrebbe dovuto guidare una azienda come la Juve che deve uscire dai confini italici.

Ciò che un’ottica internazionale richiede, infatti, non è soltanto una formazione di tipo calcistico, ma anche e soprattutto uno studio approfondito a livello antropologico.

Marotta non è Marchionne l’uomo che ha salvato il gruppo Fiat attraverso la sua internazionalizzazione e che di italiano aveva solo il luogo di nascita. Il suo background valoriale, formativo e culturale, ricordiamolo, era canadese.

La grande sfida di un’impresa che si pone l’obiettivo di internazionalizzarsi consiste infatti nel considerare le notevoli differenze culturali che caratterizzano i vari paesi e la loro storia, mettendo in atto comportamenti adeguati al nuovo contesto operativo.

La forza di dialogare nel villaggio globale

Oltre ai fattori antropologici e storici, mi soffermai sull’importanza dell’interconnessione, cioè la capacità di collegare in un sistema più ampio le eccellenze locali in una prospettiva di efficienza e innovazione. Il successo globale non deriva più semplicemente dall’esportazione del vantaggio competitivo correlato al luogo di nascita dell’impresa, ma dalla capacità di inserire le unicità locali in un contesto mondiale. La forza di dialogare e negoziare nel villaggio globale non è la stessa che occorre per vincere 8 scudetti consecutivi, 5 coppe Italia e 4 Supercoppe.

È attraverso un’oculata organizzazione metanazionale, dunque, che le aziende sono in grado di valorizzare differenze e specificità ed è questa la via da percorrere per un progetto vincente di internazionalizzazione. 

L’azienda Juventus, cosi come tante altre grandi aziende italiane, ha semplicemente preso atto dei limiti dei manager nostrani di garantire efficienza nel villaggio globaleAspettiamoci un nome “internazionale” per la sostituzione di Marotta. E se così non fosse, allora da tifoso azzurro… esulterei!

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