Lezione finanziaria ai papponisti sul rischio d’impresa di De Laurentiis

Come smontare punto per punto le accuse – intrise di ignoranza – di chi non rischierebbe nemmeno un euro del proprio capitale

Lezione finanziaria ai papponisti sul rischio d’impresa di De Laurentiis

Risk management

Il papponismo, fenomeno culturale sicuramente interclassista, può essere anche interpretato secondo logiche e concetti finanziari. Soprattutto se lo si declina sulla parte sociale predominante nella strategia dell’avversione: l’alta borghesia (se mai esiste ancora) imprenditoriale e culturale.

Le accuse più ricorrenti che vengono mosse ad ADL riguardano la sua presunta scarsa propensione ad investire per far “vincere” il Napoli (“Pappo’ cacce ‘e sord”) e soprattutto la più eterea (e forse storico-antropologica) incriminazione per aver sfruttato Napoli per il lurido fine del profitto (“Pappo’ si venuto a fa ‘e sord ‘ncuoll a nuje”).

Nel ribadire il contenuto di quanto già affermato su queste colonne e di altri testate nazionali (Il Fatto Quotidiano e Lettera43), ricordo la sintesi: la famiglia De Laurentiis, in 14 anni, ha messo nelle casse del Napoli 51 milioni di cui 54 (30 rimborsati a Unicredit + 24 di compensi) già recuperati. Quindi, facendo i conti della serva ed esasperando il concetto, dopo 14 anni un imprenditore che è venuto nella nostra città per rischiare il suo capitale ha guadagnato circa 3 milioni di euro. Poco più di 200 mila euro all’anno. Solo per capire la portata del rischio, se il presidente avesse investito in questi 12 anni la cifra di 51 milioni acquistando un semplice titolo di Stato, avrebbe guadagnato mediamente circa il 2,7% annuo. Una cifretta pari mediamente a 800 mila euro annui.

Ma oggi non mi va di fare un ennesimo peana al presidente.

Oggi mi voglio soffermare su alcuni concetti di natura finanziaria per sollecitare riflessioni e reazioni proprio nei confronti della nostra borghesia imprenditoriale e culturale.

L’equazione rischio-rendimento

Innanzitutto sappiamo tutti che in finanza esiste una equazione-assioma che definisce il rapporto rischio-rendimento come direttamente proporzionale? In altri termini, guadagno di più (così come potrei perdere di più) se rischio di più!

Qualunque sia la dimensione, il settore e gli obiettivi, ogni imprenditore dev’essere capace di effettuare (ed efficientare) un processo di identificazione e misurazione dei rischi, con definizione delle relative strategie per dominarli. Questo processo si chiama risk management e forse qualche lezioncina la borghesia imprenditoriale napoletana potrebbe anche chiederla ad Aurelio De Laurentiis prima di esprimere giudizi. Semmai solo per capire che il risk management non si caratterizza solo per la sua connotazione negativa (inteso come pericolo), ma anche per le opportunità che derivano da una incognita. E allora vogliamo ricordare che De Laurentiis si è assunto, con l’acquisto della società dal curatore fallimentare, un rischio imprenditoriale enorme se si pensa che il Napoli ripartiva dalla serie C e che qualche settimana prima non si era trovato un solo imprenditore napoletano che volesse rischiare solo 7 milioni per ripartire, in base al lodo Petrucci, probabilmente dalla serie B.

Probabilmente la nostra alta borghesia imprenditoriale è un ceto che ormai vive di rendita (derivante dai patrimoni prodotti dai genitori e nonni) e non di reddito, arretrata culturalmente (parlo anche di cultura manageriale), arroccata nelle loro splendide ville collinari e che non sa interpretare la posizione di privilegio datagli dalla sorte, dedicando parte del suo tempo e delle sue sostanze a iniziative finalizzate a dotare la città di un nuovo decoro e di progetti vincenti.

Deve guadagnare tanto perché ha rischiato tanto

E allora sdoganiamo il presidente anche dall’obbligo di doversi difendere dal fatto che probabilmente guadagna (o guadagnerà) tanto.

Deve guadagnare tanto, la regola finanziaria lo conferma, perché ha rischiato tanto!

E chi rischia tanto può anche perdere tanto! Si chiamano capacità imprenditoriali e la storia del nostro Napoli lo ha dimostrato.

Esca allo scoperto caro presidente ed inviti, con una provocazione di cui mi faccio portavoce, i vari intellettuali ed imprenditori che la avversano ad andare in banca e a chiedere al loro consulente: “vorrei investire i miei risparmi in un prodotto che mi faccia guadagnare tanto ma che non mi faccia rischiare il mio capitale”!

Conosco la reazione: o chiamano un’ambulanza o saranno subissati di pernacchie e sorrisi ironici (quando non spennati perché polli pronti per essere subdolamente truffati)!

Allora, riprendendo e traducendo la dichiarazione del nostro direttore Massimiliano Gallo che, ai microfoni di Radio Amore, ha citato Stefano Ricucci definendolo il nuovo filosofo del XXI secolo, “è bello fare l’imprenditore con i soldi degli altri” (la frase originale è un’altra, ovviamente)!

Scendete in campo, investite in una impresa sportiva (magari tentando anche di rilevare il Napoli), mettete i vostri risparmi nella Prozozzosa Football Club, e vediamo se siete capaci di riportare una società, partita da un valore zero (!!) ad un valore di mercato che si aggira intorno ai 450 milioni di euro!

Altrimenti “nun sfuttite ‘a mazzarella ‘e San Giuseppe”

Profilo di rischio

L’altra considerazione di natura finanziaria riguarda il profilo di rischio di un investitore. Una vera e propria fotografia  fatta attraverso un questionario detto Test di appropriatezza che assolve la funzione di individuare e capire il tipo di investitore che ci troviamo di fronte e la sua consapevolezza del rapporto rischio-rendimento. I profili sono sostanzialmente cinque : cauto, prudente, bilanciato, dinamico o aggressivo.

È molto probabile (ne sono quasi certo!) che il nostro presidente sia un profilo dinamico (tendente all’aggressivo…..non solo finanziariamente). Si tratta di una tipologia di investitore consapevole dei rischi che corre e che non si lascia suggestionare dalle eventuali oscillazioni negative dei suoi investimenti.

Non dimentichiamo che De Laurentiis opera da quindici anni in città, con l’impresa da sempre più discussa di Napoli, e non è mai stato coinvolto in alcuna inchiesta per affari con la camorra. Di certo a Napoli (non Torino o Milano) il bagarinaggio – che storicamente ha sempre spadroneggiato – non c’è più. Questa sua estraneità, in un territorio che è oggettivamente difficile, rappresenta una capacità di gestire un rischio che altri non hanno avuto (e non hanno).

Il motivo fondamentale per cui è stato scelto dalla città di Bari (e dal suo sindaco) come imprenditore che, investendo pochi milioni (a proposito, perché non l’avete comprato voi?),riversa soprattutto capacità e competenze per poter fronteggiare, ripartendo dalla serie D,  anche eventuali risultati sportivi negativi.

Invece sarei curioso di vedere i profili di rischio di quelli, intellettuali e borghesia pseudo-benpensante, che lo contrastano. Sono disponibile ad accompagnarli in banca per richiedere la loro scheda-ritratto.

È altamente probabile (quasi una certezza) che il loro profilo di rischio sia cauto (al massimo tendente al prudente).

Significa che rischierebbero di farsela addosso se il loro investimento affrontasse una fase di recessione del mercato (scarsi risultati sportivi, mancata promozione in serie C, scarso interesse di tv e sponsor), probabilmente andando incontro al default.

Non chiediamoci poi perché non vengono ad investire nella nostra città. Forse uno dei motivi risiede in questa resistenza culturale ad accettare “chi è meglio ‘e te”.

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