Liverpool-Napoli dal vivo: il weekend in cui tornai bambino

Il racconto da Dublino: pochi tifosi del Napoli, una prestazione troppo brutta per essere vera. Ma anche il ricordo di un’esperienza indimenticabile.

Liverpool-Napoli dal vivo: il weekend in cui tornai bambino

Oltre la partita

Non accetto catastrofismi. La voglio mettere così, semplice, perché il Napoli visto ieri è stato troppo brutto per essere quello vero. Spenti, senza idee, molli. Per una ventina di minuti buoni si è visto qualcosa, poco però per impensierire davvero il Liverpool. I Reds correvano tanto, irraggiungibili dai nostri ancora imballati. Per creare qualcosa ci siamo affidati al consolidato asse Insigne-Callejon. Un gol lo aveva fatto, Josè. Annullato da un guardalinee non proprio perfetto nell’occasione. Poco male. La mazziata sarebbe arrivata comunque.

Ma direi che delle mie opinioni sulla partita possiamo anche farne a meno, visto che si stanno sprecando parole (talvolta poco gentili) su quello che ha detto il campo. Quello che per me conta, è che il Napoli è passato in quella che da sei anni è la mia città: Dublino. Ho contato i giorni dal momento in cui il presidente ha annunciato la prestigiosa amichevole. Il biglietto l’ho comprato il giorno in cui hanno aperto le vendite: sei minuti ed il prezioso tagliando era mio. Poi è stata solo attesa.

Il bambino che si innamorò del Napoli nel 1996 è cresciuto, oserei dire maturato, eppure ogniqualvolta ha a che fare con la maglia azzurra torna sognante. I calciatori non sono uomini, sono supereroi che portano sulle spalle il peso del suo umore per tutta la settimana. Sono arrivato in Irlanda nel 2012, da allora non ho più visto il Napoli da vicino. Non che ci andassi spessissimo allo stadio, intimorito come sono dalle grandi folle. Quando torno a casa in vacanza il Napoli gioca in trasferta o il Campionato è in quella fase inutile chiamata sosta. Stavolta non mi sarei fatto scappare l’opportunità.

Il Napoli a Dublino

Il Napoli è arrivato giovedì mattina. Sarebbero arrivati che ero ancora al lavoro. Peccato, non c’era modo di andare ad accoglierli in aeroporto. Mi sarebbe toccato aspettarli in albergo. Sì, ma dove? Non avevo la possibilità di girare tutta la città in cerca dei miei eroi. Poi, una preziosa fonte mi manda l’indirizzo. Il Napoli è a Maynhoot. MAYNHOOT? MA SONO TRENTA CHILOMETRI! Ma, come per tutti i grandi amori, le distanze non contano. Ho contattato uno dei pochi tifosi napoletani che conosco e gli ho chiesto un passaggio. E così alle 21 ci siamo imbarcati, io lui e suo fratello, dal centro di Dublino verso il Carton House.

Alle 21 e 30 siamo lì, ma i calciatori sono già saliti su. Non ci resta che girare un po’ per l’enorme hall. Il Napoli è però in un’altra palazzina. Lo stalker che non sapevo avere dentro di me, entra nella palazzina. Il primo incontro è con Tommaso Starace. Per un po’ non succede nulla. Io ed i miei compagni d’avventura attendiamo, la speranza di incontrare qualcuno si fa sempre più fievole. Sentiamo del movimento dalle scale, “Stanno scendendo” penso. Mi preparo psicologicamente a controllarmi in caso ci sia Marek fra quelli che si stanno avvicinando. Invece no, niente arresto per condotta violentemente affettuosa sul nostro capitano. È lo staff che scende. Di fronte a me Carlo Ancelotti. L’emozione frena ogni movimento o parola.

Il selfie con Ancelotti

“Ciao” ci fa lui. “Ciao Mister” è la risposta. “Possiamo farci una foto?” aggiungo. “Certo, caro.” Abbraccio Carlo, lui abbraccia me e *flash*, il selfie con l’allenatore della mia squadra è fatto. Dopo non succede molto altro. O se è successo non me lo ricordo. Torniamo indietro, e a casa ho la prima reazione vera. Mi commuovo. Il Napoli è qui, dove sono io. Uh maronna… Il bambino che accolse Scoglio come salvatore della patria, adesso ha abbracciato Carlo Ancelotti. Non male come crescita, sia per me che per il Napoli. Dormo e sogno lo Scudetto. Mi sveglio e devo avere a che fare con gente che si chiede se i 23kg del bagaglio hanno incluso il peso della valigia. In fondo va bene così.

Il venerdì non mi è stato possibile raggiungerli. Senza macchina è dura. Ho scoperto solo dopo che c’era un treno per raggiungere Maynhoot in quaranta minuti. Vabbé, sarà per la prossima volta. Devo però aggiungere che dopo 12 giorni di fila lavorativi non avrei avuto le energie per coprire i quattro chilometri di distanza dalla stazione all’albergo. Probabilmente sarei svenuto in uno dei venti campi da golf che sono intorno al Carton House. Meglio così, dai. Non mi posso lamentare troppo.

Il matchday (con pochi tifosi del Napoli=

Il giorno della partita mi sveglio presto. Mancano solo nove ore all’incontro con i miei eroi. Lo so che è un amichevole, so che non conta nulla. L’ansia pre-partita mi prende comunque. Fumo una sigaretta dopo l’altra. Scelta che si è rivelata saggia, visto che all’interno del gioiellino chiamato Aviva Stadium non si può fumare. Si può bere però.

Decido di uscire a comprare la maglia in uno degli store annunciati con un tweet dalla società. Prima delusione dalla giornata: l’accordo è solo per la vendita online. Non era chiara la comunicazione…  Il centro città, dove vivo, è invaso da gente in maglia rossa. Ho capito che la partita sarebbe stata orribile quando Spotify, in mezzo a cinquecento canzoni della mia playlist “Carica!” ha scelto i Beatles. “Something in the way she moves, attracts me like no other lover…” io ho pensato a Insigne ma il messaggio era chiaro: Liverpool avrebbe vinto, c’era poco da fare.

Il viaggio in Dart è stato imbarazzante. Ero l’unico con una maglia azzurra in mezzo a centinaia di persone griffate New Balance. Tutto era rosso dovunque mi girassi. Dieci lunghissimi minuti dopo ero allo stadio. Lansdowne Road è una stazione suggestiva, il cui panorama è lo stadio, vicinissimo. I 51.112 posti erano tutti pieni. Un tifoso del Napoli neanche a trovarlo. Ho visto dopo, nelle storie Instagram dedicate alla partita, che forse eravamo in venti. E sto andando per eccesso.

Un brutto risultato

L’atmosfera allo stadio intimorisce un po’. I giocatori del Napoli sono a cinque metri da me e danno gli ultimi ritocchi alla preparazione. Anche loro sembrano un po’ sorpresi, non abituati a non vedere neanche una maglia azzurra al seguito. Pochi minuti prima del fischio d’inizio parte “You’ll never walk alone”, il pezzo di Gerry & the Peacemakers inno dei Reds. La canto con loro, urlando, e non me ne vergogno. La fede è fede, ma il pallone e le storie che lo contornano per me sono sempre importanti. Ok, non è Anfield, ma un altro sogno di quel bambino del 1996 è realizzato. Mi commuovo. Di nuovo.

Poi, mi fa piangere la prestazione del Napoli. Un risultato così non lo ricordavo dai tempi dei 4 a 0 ad Ascoli o i sette palloni presi ad Empoli. Vabbé, succede. L’amore talvolta delude. Il rientro verso casa è stato mesto. Non ho detto una parola e quando ho aperto bocca ho solo insultato, chiunque.

Foto di Diego Pugliese

Ho bevuto sull’amarezza e sono andato a dormire dopo aver recuperato dall’astinenza forzata di nicotina. Ho sognato Benitez vestito da scemo del villaggio fustigato da gente con la maschera da ciuccio, ho sognato Sarri che dall’alto del cielo rideva su noi poveri stolti e faceva piovere mozziconi, ho visto Ancelotti impiccato all’albero più alto nei pressi di Posillipo; ho visto la città in fiamme, Castel Dell’Ovo assediato dai papponisti, i sarristi arrivare dal mare per fare la Rivoluzione e gli aureliani marciare verso Palazzo Reale con la forza dei fatti. Un aereo targato Torre Annunziata ha sganciato una bomba atomica e tutto è sparito in un fungo.

Mi sono svegliato turbato. Poi ho realizzato. Ho capito che chissà quando avverrà di nuovo di vedere il Napoli così da vicino. Vi amo ragazzi, vi amo tutti.  Volevo ringraziare Valentina, compagna e voce della mia coscienza che mi ha accompagnato allo stadio. LA PROSSIMA VOLTA NON TI METTERE LA MAGLIA ROSSA.

Grazie a Carlo e Marco, che mi hanno dato il passaggio più utile della Storia.

Grazie alla mia fonte, che mi ha permesso di realizzare un sogno.

Non è stato bello: è stato un sogno.

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  1. Fabio Milone 6 agosto 2018, 10:51

    Che bella rimpatriata! Carlo e Marco, Napoletani di Dublino e il grande Diego che torna a scrivere… non smettere piu’, ti prego e fanc*** lo 0-5.

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