Che cosa ci fa Ancelotti in questa gabbia di matti che è Napoli?

Un extraterrestre, un corpo estraneo in una Napoli in guerriglia permanente. Ancelotti non è un Masaniello, non cerca palcoscenici perché non ne ha bisogno.

Che cosa ci fa Ancelotti in questa gabbia di matti che è Napoli?

Un clima di guerriglia permanente

La pazza estate di Napoli si avvia alla conclusione con il più cinematografico dei finali: il livello dello scontro istituzionale tra società e comune si è alzato fino al punto da rendere le gradinate del San Paolo teatro di una contesa la cui componente demagogica è seconda solo alla inopportunità di un clima da guerriglia permanente.

Quanto stride tutto ciò con quel gran signore che abbiamo la fortuna di ritrovarci in panchina? Quanto collide con la sua leadership, autorevole ma mai sopra le righe, rasserenante e sempre restia alle polemiche? L’editoriale del direttore, che riprendeva quel deprimente adagio “Ancelotti si er’ buon’ venev ‘cca”, andrebbe reinterpretato sotto un’altra chiave di lettura: Ancelotti, che è l’allenatore più vincente della storia moderna, cosa ci fa in questa gabbia di pazzi?

Quando gli dissero che allenare a Napoli sarebbe stata un’esperienza unica non poteva immaginare di assistere ad una contestazione alla seconda di campionato, ad un presidente che minaccia i giornalisti e ad un sindaco-ultrà in polemica con la società. Napoli è fuori dalla realtà come una maionese impazzita. È come condannata ad una maledizione perpetua, quella di non godersi mai il grande livello che ha raggiunto. E di non gioire mai per quello che è.

Maradona, Sarri, ora Ancelotti (un corpo estraneo)

Una condanna, interrotta periodicamente dall’apparizione di un peculiare deus ex machina, un Masaniello, capace di compattare un ambiente visceralmente diviso; così, forse, fu Diego, il più grande moltiplicatore di energie positive della storia novecentesca dell’Italia meridionale. Così, Sarri, la cui intuizione intellettualmente evocativa dell’uomo contro il potere integralmente inteso, si è, amaramente (aggiungo), prestata nel finale a storpiature che ne hanno tradito le premesse e la narrazione.

Che Carletto, un corpo estraneo al microcosmo partenopeo, possa assurgere a questo ruolo, difficilmente ci credo; Ancelotti è uno che vive il proprio mondo a volontà sua, facendoti credere che lo faccia come vuoi tu. La vera rivoluzione culturale di Carlo sarà questa: compattare l’ambiente dietro la sua apparente indifferenza. Far seguire agli altri la propria strada, senza imporla, ma dimostrando nei fatti che è l’unica possibile.

La sfida di Carlo

Far cambiare, non cambiare, la mentalità di una tifoseria e di una città puntualmente vittima dei propri vortici umorali. Questo può essere più difficile che replicare 91 punti; più che risolvere il ballottaggio Milik-Mertens; forse anche di più che vincere la Decima.

Una sfida da vero numero uno. Da leader che si mette a servizio di una società senza cercare palcoscenici (per il semplice fatto che non ne ha bisogno). Da uomo coraggioso pronto ad assumersi le responsabilità di un potenziale risultato negativo con lo stesso ghigno sorridente di chi è servo solo delle sue idee ed impermeabile a critiche e dispensatori di verità assolute in pillole. Insomma, la sfida di questo tempo sarà una, profeticamente piantata sotto il titolo della sua autobiografia: conquistare menti, cuori e vittorie. E con lui al timone, francamente, è difficile ipotizzare potesse andarci meglio.

 

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