Quando Ancelotti scrisse di Leonardo che al Psg non si comportò da uomo

Si presentò col presidente e gli disse: “O vinci col Porto o sei fuori”. Scrive Carlo: “Avevo con lui un rapporto quotidiano. Puoi licenziare chi ti pare, ma comportati da uomo”.

Quando Ancelotti scrisse di Leonardo che al Psg non si comportò da uomo

La minaccia di licenziamento

Leader calmo, non leader che senza memoria. Carlo Ancelotti non ha mai dimenticato il trattamento che gli riservò Leonardo al Psg – il brasiliano era direttore generale – e non a caso l’attuale dg del Milan è uno dei pochi (non l’unico) cui Ancelotti nei suoi libri riserva un trattamento tutt’altro che amichevole. Ancelotti, e anche Ibrahimovic, ricorda quando d’improvviso Leonardo gli comunicò che se avesse una inutile partita (col Porto) in Champions League, sarebbe stato esonerato. Sabato sera i due si ritroveranno al San Paolo per Napoli-Milan. Ecco alcuni estratti da “Il leader calmo”.

L’ultimatum

“… nel dicembre della mia prima stagione intera al Psg la squadra non era ancora completamente assestata. Nonostante questo, eravamo comunque secondi in campionato e ci eravamo qualificati per la fase finale della Champions League con un turno di anticipo. Poi perdemmo contro il Nizza. Dovevamo giocare l’ultimo match del girone tre giorni dopo, il presidente e Leonardo vennero da me e mi dissero: «Se non vinciamo, lei è esonerato». Eravamo già qualificati agli ottavi… Anche ammesso che fosse vero, che bisogno c’era di anticiparmelo?

Tornarono il giorno della vigilia e me lo ripeterono entrambi: «Vinca domani oppure è fuori». Chiesi perché e mi risposero: «Perché non siamo contenti. Ci sta a cuore il progetto, non solo i risultati, e non siamo contenti. Ci sta a cuore il progetto, non solo i risultati, e non siamo contenti. Quindi abbiamo deciso che se non vince questa partita sarà esonerato».

«Anche se lo pensate veramente, perché dirmelo?» feci notare. Perché annunciare a un allenatore che potrebbe essere esonerato? E se avessi vinto la partita, cosa sarebbe successo? Sarei rimasto, chiaro, ma non mi sarei mai sentito a mio agio. Perché a quel punto sapevo di aver perso la fiducia del presidente e del direttore sportivo.

Niente per me fu lo stesso

Vincemmo. Giocammo bene e battemmo il Porto 2-1, così non mi licenziarono. Ma niente per me fu più lo stesso. Non sentivo più l’appoggio del club, cosa che mi metteva in una posizione insostenibile, soprattutto in un progetto di lunga prospettiva come quello, e così anticipai a Leonardo che a fine stagione sarei andato via. Leonardo era mio amico, o almeno così avevo creduto, eppure non mi diede nessuna vera spiegazione del perché mi avessero trattato in quel modo. Ero sorpreso, una cosa del genere non dovrebbe accadere, nel calcio come in qualsiasi altro contesto. Se vuoi licenziare qualcuno, licenzialo. Non dirgli che se perderà, allora lo licenzierai. Se non sono all’altezza fammi fuori, fine della storia, ma non darmi questi stupidi ultimatum. Il capo sei tu, quindi hai tutto il diritto di licenziare chi ti pare, però comportati da uomo.

Peggio che alla Juventus

Addirittura Ancelotti, in contrapposizione a Leonardo, elogia la dirigenza della Juventus club da lui poco amato. 

Alla Juventus, dove avevo già firmato il rinnovo ma alla fine avevamo chiuso secondi e non erano stati affatto contenti, era successo il contrario. Mi chiamarono a fine anno e mi dissero: «Dobbiamo cambiare tecnico. Fino a quel momento, però, fino all’ultimo giorno per la società ero stato l’allenatore migliore del mondo, poi il mattino dopo avevano deciso e mi avevano mandato via. Okay, così mi sta bene, però non darmi ultimatum durante la stagione.

Ci torna su in un altro passaggio del libro.

Al Psg Leonardo lo vedevo ogni giorno, mentre al Chelsea e al Real Madrid è stato diverso. Per questo, in parte, fui sorpreso e deluso quando a Parigi il presidente e Leonardo mi diedero quell’ultimatum prima del match di Champions contro il Porto: vinci o sei fuori.Che lo dica il presidente, be’ ci può stare. Ma io parlavo con Leonardo tutti i giorni, facendogli il punto sugli allenamenti, gli infortuni, gli schemi e i programmi. Che lui improvvisamente se ne uscisse con questo aut aut quando eravamo già qualificati alla fase finale per me non aveva senso. Ripeto, parlavamo ogni santo giorno.

Ibrahimovic

Sempre ne “Il leader calmo”, anche Ibrahimovic tocca l’argomento.

Il Paris Saint Germain non vinceva il campionato da diciannove anni, eppure noi dicemmo: «Ce la faremo. Trasformeremo questa squadra in un top club». Il Psg era perfetto per Carlo, e lui era perfetto per il Psg, ma quando ci sono altre persone coinvolte, con idee diverse, a volte succedono cose strane. So che quando se ne andò era molto arrabbiato, soprattutto con il suo amico Leonardo. Carlo era stato il primo a venire qui: quale altro allenatore del suo livello avrebbe mai accettato? Era un grosso rischio. Aveva vinto tutto con il Milan e il Chelsea, ma ci credeva… e convinse altri giocatori a raggiungerlo a Parigi e a credere a loro volta nel progetto, cosa non facile.

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