Higuain fu un’eccezione, il Napoli non è il Barcellona

Il Napoli non ha la possibilità di acquistare top player, deve rischiare su un mercato più accessibile e attraverso la dinamicità. Nel 2013 l’unico caso limite.

Higuain fu un’eccezione, il Napoli non è il Barcellona

Ognuno nella propria dimensione

Pronti, partenza, via. In realtà non è ancora tempo di calciomercato, è che siamo al 21 maggio e la giostra sarebbe già partita, se non fosse che il Napoli non ha ancora certezze sulla guida tecnica della prossima stagione. Il rinnovo tra Sarri e De Laurentiis è in stand-by, in attesa di capire quali siano le possibilità e le intenzioni del tecnico nonché il progetto del presidente. Su questo punto è già partita lo scontro, e ci mancherebbe altro: i top player da acquistare al posto di chi va via, le riserve da integrare all’ossatura titolare.

Il Napoli, come al solito, viene messo al centro di un gioco dialettico che non può appartenergli. O meglio: che può appartenergli solo per casi sporadici, exploit improvvisi e legati a contingenze straordinarie. Lo stesso Sarri ieri con la frase «Non arriveranno giocatori del Barcellona» ha rinfocolato quest’ingannevole discussione. Per dirla facile: la dimensione e la storia del club partenopeo non autorizzano a pensare ad acquisti oltre un certo livello. È una condizione comune a tutte le squadre del mondo, all’interno della loro proporzione. Della serie: la Juventus non può permettersi di pensare a Cristiano Ronaldo, il Borussia Dortmund non può imbastire una trattativa per Hazard, e così via a scalare.

Eccezioni

Certo, ci sono state e ci sono delle eccezioni. Anche il Napoli le ha vissute, l’ultima volta nel 2013 con Gonzalo Higuain. Come detto sopra, però, è anche – se non sempre – una questione di contingenze: nel 2013, grazie alla liquidità di Cavani e all’arrivo di Benitez, il Napoli si presentò sul mercato con un certo appeal tecnico ed economico. Un centravanti co-titolare del Real Madrid a meno di 40 milioni fu un’occasione importante, che venne colta subito e ha pagato dividendi importanti. Insieme al Pipita arrivarono altri calciatori importanti come Reina, Albiol, Callejon, ma si trattava in ogni caso di elementi laterali nei propri club di appartenenza. Come se oggi il Napoli acquistasse André Gomes dal Barcellona oppure Rafinha dal Bayern Monaco, o Mignolet dal Liverpool. Anche oggi sono, sarebbero acquisti fattibili.

Ricordiamo

Higuain a parte, il Napoli ha sempre avuto la stessa politica. Ovvero: calciatori con stipendi medi, da valorizzare o al massimo da rilanciare al grande calcio. Poco prima e dopo la cessione di Gonzalo, la politica si è orientata più verso il lancio di giovani talenti (Milik, Zielinski, Diawara, Hysaj) o di calciatori meno reclamizzati (Allan, Mario Rui), ma la stratificazione del mercato europeo ha reso inevitabile questa scelta. Che, tra l’altro, è propria di quasi tutte le squadre del mondo fatta eccezione per i colossi tipo Bayern, Real, Barcellona, i due Manchester.

Tra l’altro, come ha ricordato Monchi, è la strada più remunerativa. L’unica possibile. Se il Napoli vendesse Mertens e Koulibaly domani mattina per una cifra vicina alla loro valutazione di mercato (32 e 70 milioni rispettivamente, e ci stiamo tenendo bassi per il difensore), potrebbe iniettare nel proprio bilancio una cifra vicina ai 100 milioni netti, perché scorporati dagli ammortamenti. E potrebbe ricominciare il ciclo, con un 26enne dal Psv e un 23enne dal Genk. Che non sono il Real Madrid o la sua squadra riserve, ma i luoghi cui il Napoli può e deve guardare per crescere. Un discorso che facemmo a dicembre scorso, parlando dell’operazione-Ghoulam dal Saint-Etienne.

La Juventus

Come detto sopra, è una questione di proporzionalità rispetto alla propria dimensione. La stessa Juventus, per dire, ha costruito l’ultima campagna acquisti nello stesso modo: calciatori di livello forse più alto o forse no rispetto ai vari Zielinski, ma comunque a digiuno di vere esperienze europee (Bernardeschi, De Sciglio, Bentancur); accanto a loro, eccezioni dalla situazione particolare che richiedono ingaggi importanti, alla portata dei bianconeri ma non del Napoli (Howedes, Szczesny, Douglas Costa). È un discorso di contestualizzazione: pensare che De Laurentiis possa prendere “un” Khedira a parametro zero è possibile. Solo che il suo arrivo porterebbe a squilibri salariali troppo forti, anche e soprattutto rispetto ai veterani della rosa.

Il mercato bloccato per un anno

Anche per questo, il Napoli è rimasto “bloccato” nell’ultima sessione. I rinnovi di Mertens e Insigne, ultimi in ordine di tempo ma primi per importanza, hanno richiesto investimenti importanti. Un tentativo che andava fatto, anche alla luce di come è andata questa splendida stagione. Ma che non può essere ripetuto, di certo non in termini similari. Perché il Napoli è questo, ha questa dimensione, costruita sul modello change-to-improve. E che in realtà non calza neanche perfettamente al club di De Laurentiis, che in dieci anni di Serie A ha ceduto solo tre calciatori alle big: Lavezzi, Cavani, Higuain. Tre operazioni forzate dalla volontà degli interessati. Nel frattempo, ha costruito intorno. Fino a sfiorare lo scudetto.

Il mercato che sarà

Partendo da questa doverosa contestualizzazione tecnico-economica, tutto dipenderà dal Napoli. Che, esattamente come tutti i club del mondo, non è stato sempre performante sul mercato. Maksimovic non si è rivelato adatto al sistema di gioco di Sarri, per esempio (ed è stato un flop da 25 milioni di euro); oppure Ounas non era e non è ancora pronto. Mentre Mario Rui, Milik e Zielinski, come Hysaj ed Allan prima di loro, hanno centrato perfettamente il bersaglio posto dal Napoli. That’s calciomercato, baby: si tenta, ci si prende, si sbaglia. Tutto è possibile. E capita a tutti, leggere per esempio qui o qui.

Quindi, come detto prima: il Napoli, all’interno del proprio budget, avrà il compito di costruire una nuova squadra. Potrà farlo solo in questo modo, puntando ai Torreira o agli André Gomes della situazione, magari sfruttando la nuova amicizia con Jorge Mendes. La situazione potrebbe cambiare un po’ con Ancelotti in panchina, ci sarebbe un appeal diverso per certi profili, ma è un discorso che vale anche per Sarri. Per dirla brutalmente: per migliorare davvero, il Napoli (con o senza Sarri, e indifferentemente da ciò che Sarri dice) dovrebbe acquistare calciatori come Casemiro, Sané, Mané, Milinkovic-Savic, fino a Busquets, De Bruyne, Salah. Solo che non può farlo, e allora deve procedere per tentativi, ad un livello più basso. È un rischio, certo, ma questa è la vita.

Questo sarà il mercato del Napoli, pure nell’estate 2018. Al netto delle eccezioni di cui sopra, sempre più difficili anche solo da ipotizzare. È giusto avere timore, fa parte della natura umana. Ma cambiare è necessario, in certe condizioni. Change to improve, o almeno solo per vedere come va. Finora è andata quasi sempre bene, dopotutto.

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  1. Alfonso De Vito 21 maggio 2018, 21:51

    E’ esattamente la consapevolezza di questo aspetto “eccezionale” il motivo per il quale i tifosi quando si ritrovano dei campioni in casa e la possibilità di lottare per lo scudetto vorrebbero che il presidente facesse tutto il possibile… proprio perchè sanno che non accadrà sempre e nemmeno spesso

  2. “Change to improve” è un bellissimo slogan. La verità, come emerge dalle righe, è che il Napoli negli ultimi anni ha cambiato poco, pochissimo negli ultimi tre-quattro. La paura di Sarri, che poi è la nostra paura, è capire quanto potremmo essere competitivi se vanno via 5 titolarissimi. Siamo ad un punto di svolta come lo eravamo (anzi forse pure meno) quando arrivò Benitez. Le strade sono due:
    – o si cambia il meno possibile (max tre titolari, es. Reina Mertens Jorgihno), sperando che gli altri con clausola restino, e si continua con Sarri, provando a ripetersi aggiungendo forze nuove
    – o si riparte daccapo. Cambiando 5-6 titolari e provando ad innescare un nuovo percorso di crescita. Non semplice perché abbiamo pochi margini sul monte ingaggi e fare/ripetere 91 punti con mezza squadra diversa sara molto molto difficile. In questo scenario forse conviene salutare Sarri, che ancora non ha le spalle larghe per poter gestire un tale cambiamento, ed avvertire i tifosi di avere pazienza e di giudicare solo al termine di un nuovo ciclo
    Se AdL ci spiegasse cosa intende fare gliene saremo grati

  3. Gennaro Russo 21 maggio 2018, 14:01

    E allora non facciamoci false illusioni: tranne eccezioni (tipo Leicester,ma l’Italia non e’ l’Inghilterra), non potremo mai vincere niente e non ci faranno mai vincere niente.

  4. Luigi Ricciardi 21 maggio 2018, 12:44

    Il discorso è monco però, perché non tiene conto di cosa sia il Napoli di Sarri adesso, e di quanto questa squadra si incastri col mercato e la crescita della società.
    Mettiamo qualche punto :
    1) squadra di adesso : la punta evolutiva massima del lavoro di Sarri, della società e dei giocatori in questi 3 anni. Molti calciatori sono rimasti per il famoso patto scudetto, ma potrebbero andare via a guardagnare molto di più altrove, e per il meccanismo della clausola rescissoria la società non potrebbe fare niente per trattenerli. E molti di questi calciatori potrebbero andare via per una somma che non copre il loro valore tecnico, dato dalla qualità del giocatore stesso e dal valore aggiunto dell’incastro di questi nel gioco del Napoli. Da qui ne deriva :
    Futuro prossimo 2A: il Napoli vende giocatori titolari e compra giocatori già formati forti: è la situazione ideale per un allenatore che voglia continuare a provare a vincere,tipo Ancelotti, il cui collaboratore dichiara che Mertens non è un centravanti europeo. In questo modo, il minus dovuto alla mancanza di incastro col gioco sarebbe bilanciato dal plus dei giocatori formati.
    Come dire: perdo un Pogba ma prendo un Higuain.
    Futuro prossimo 2B: il Napoli cede qualche titolare e compra altri giovani, sperando che diventino forti: è quello che Sarri paventa quando dichiara che però bisognerebbe avere pazienza, perché il rischio di non rifare 91 punti è ovviamente grande. Che poi la pazienza la debba avere lui e/o la società e pubblico è un altro discorso.
    Il tutto si innesta con una società che, secondo le parole del presidente, non può comprare giocatori da 20 milioni, cosa che suggerisce che la crescita della stessa è fondamentale finita.
    Ah, fu il direttore a scrivere che il Napoli dovrebbe tornare a comprare dal real. Forse ci si è accorti che quello fu un caso isolato, in un momento in cui una qualunque squadra di metà classifica della premier non poteva spendere più del Napoli, come è adesso.

    • giancarlo percuoco 21 maggio 2018, 21:01

      ti apprezzo perché scrivi commenti di logica e semplicità disarmanti.

    • Luigi, ottima disamina, questo gruppo rimarrà nella storia ma tu trascuri la storia dell’albergo. Questo gruppo è stato sconfitto nelle teste non nel campo. E il primo a cedere è stato proprio il mister.
      Questo cosa significa?
      1. Queste uscite di Sarri ci dicono che è ancora demoralizzato e in preda alla paura. Le certezze che lui non ha le cerca dalla società. Il Chelsea che è quinto che garanzie non ha dato a Conte e ora darà a lui? Per avere le garanzie ti devi comprare le partite.
      2. Questo gruppo deve essere integrato con gente che quella sera non era in albergo. Meglio se sono stranieri senza sudditanze psicologiche.
      3. Se i punti 1 e 2 sono veri, qui più che Sane serve un mental coach che faccia diventare i nostri bravi ragazzi degli infamoni peggio di quelli lì.

      • Luigi Ricciardi 21 maggio 2018, 22:52

        I mental coach sono soprattutto giocatori d’esperienza che vengono da società importanti, come disse, ad esempio, Bonucci, quando gli chiesero cosa servisse al Milan per fare il salto di qualità.
        Oppure una società più vicina alla squadra : non sarebbe stato male, ad esempio, vedere il presidente nell’albergo di Firenze a motivare la squadra, o quanto meno a deresponsabilizzare i giocatori?
        Sarri ha parlato di scudetto perso in albergo, vero. Io non credo che lui abbia abbattuto la squadra, ma che abbia capito a posteriori che non solo la partita di Milano, ma che Milano, Benevento, Roma (sponda Lazio) e Cagliari si siano, tutte insieme, ripresentare ai calciatori, ovviamente in maniera inconscia.
        Sarri disse che aveva espressamente vietato alla squadra di vedere la partita, ma è ovvio che qualcuno l’avrà seguita dal vivo, qualcuno avrà anche visto immagini e commenti dopo. Mannaggia alla tecnologia…

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