Ieri abbiamo visto cosa accadrebbe in caso di sconfitta del Napoli (e non ci è piaciuto)

I cori contro De Laurentiis, lo stadio che si stava svuotando, il battibecco tra Insigne e i tifosi. Un tutti contro tutti che solo i gol di Milik e Diawara hanno fermato

Ieri abbiamo visto cosa accadrebbe in caso di sconfitta del Napoli (e non ci è piaciuto)
Reina e Insigne a fine partita

I cori contro De Laurentiis

Napoli-Chievo sarà ricordata come la partita dell’incredibile rimonta. Come la partita che ha tenuto in vita gli azzurri e il campionato. Ma anche come la partita che ha offerto l’anteprima di quel che potrebbe accadere se il campionato dovesse finire con un secondo posto e non con il successo finale. E, diciamocelo, non è stata una gradevole visione.

Come spesso accade, il racconto di quel che avviene a Napoli è viziato, è artefatto. Tutto viene ricondotto al solito canovaccio intriso di luoghi comuni. Persino uno stadio più pieno del solito (46mila spettatori, nulla di trascendentale) con prezzi popolari: curve a 10 euro, distinti a 20. Non è stato ‘o cor’è  Napule, sono stati i prezzi bassi, oseremmo dire stracciati. Che peraltro, con il Napoli in pieno lotta per lo scudetto, hanno fatto superare di appena cinquemila unità quel dato di 41mila spettatori che era stato indicato – con grande scandalo e conseguente sollevazione popolare – da De Laurentiis come la capienza ideale del nuovo stadio.

Va da sé che coloro i quali, per certi versi comprensibilmente, reclamano prezzi popolari per andare al San Paolo, sono gli stessi che vorrebbero il Calcio Napoli perennemente attivo sul mercato e pronto ad acquistare calciatori con ingaggi faraonici.

Il destino ha voluto che fossero due panchinari

A un certo punto, ieri pomeriggio, prima che Milik e Diawara invertissero il destino, stavamo assistendo alla resa del Napoli in campionato. A meno sette, a sette giornate dalla fine, il campionato sarebbe finito. Ed è andato in scena un copione che abbiamo sinceramente trovato triste. Dalle curve sono partiti i soliti cori contro de Laurentiis, sempre in nome dell’adagio perennemente in voga a Napoli, e cioè che la sconfitta sarebbe colpa della società perché la panchina sarebbe corta. Lo stesso destino si è divertito a beffare i coristi e ha affidato proprio a Milik e Diawara – due panchinari, il primo complice anche gli infortuni – la resurrezione calcistica del Napoli.

Un club al vertice da otto anni

Ma non sono stati solo i soliti coristi delle curve. Sullo 0-1 lo stadio si è andato via via svuotando, la paura del traffico e soprattutto la resa anticipata. Che per fortuna non ha contagiato la squadra in campo. Non l’ha contagiata neppure quando è andato in scena l’incredibile battibecco tra Insigne e alcuni tifosi. Incredibile per più motivi. Se il cliente ha sempre ragione, Insigne ha sicuramente sbagliato a rispondere. Ma non è detto che il cliente abbia sempre ragione. Il cliente, in questo caso il tifoso, non può fischiare o rumoreggiare Insigne per un tiro sbagliato, nella fase terminale di una stagione che Lorenzo ha giocato da rande protagonista. Stavamo assistendo a un pessimo finale, a un tutti contro tutti che non avrebbe reso onore all’annata del Napoli. E se fosse finita 0-1, chissà cos’avremmo pensato o ascoltato a proposito del futuro di Insigne (e anche di altri). Come se questa squadra non avesse un domani, come se non fossimo ai vertici ormai da otto anni. Otto anni. A volte, soprattutto a Napoli, ci raccontiamo come se fossimo la Civitanovese in una stagione di grazia. 

Il Napoli non ha la rosa corta

In questo quadro ci sono anche le critiche e le accuse a Sarri che ha certamente i suoi difetti – e il principale, quello che non gli abbiamo mai perdonato, è l’aver tenuto bordone culturalmente al papponismo: aspetto che non è affatto secondario nella sua popolarità – ma ha tanti meriti nella crescita di questa squadra. Siamo tra quelli che da sempre hanno chiesto più turn over, soprattutto perché il Napoli ha una panchina decisamente all’altezza. È una leggenda, lo abbiamo ripetuto più volte, che il Napoli sia soltanto undici titolari e poco più. Gli unici ruoli che sono stati scoperti, anche a causa dell’infortunio di Milik, sono stati gli esterni di attacco. Con Milik, ogni tanto avrebbero potuto ruotare almeno Insigne e Mertens. Sono poche le squadre che in panchina possono consentirsi il lusso di avere centrocampisti come Diawara, Zielinski e Rog; la Juventus ha Sturaro, Marchisio e Bentancur. Tanto per capirci.

Sarri ha avallato questa ondata popolare, e ha certamente una sua rigidità. Ma è anche l’allenatore che ha portato il Napoli a essere ancora in lotta per lo scudetto a sette giornate dalla fine.

Il racconto tossico che Napoli fa di sé

Si vince tutti insieme e si perde tutti insieme. La speranza, ahinoi flebile, è che l’anteprima di ieri possa servire da lezione nel caso in cui la sconfitta dovesse materializzarsi. L’immagine di una squadra sfilacciata, di un pubblico avvilito e contestatore, è stata davvero spiacevole. Purtroppo è il frutto di un racconto tossico che si fa di questo Napoli. È un racconto autolesionistico. Che serve soltanto a darsi alibi e trovare uno (o più di uno) capro espiatorio contro cui sfogare la rabbia e il malumore. Non c’è rabbia da sfogare. È un duello sportivo, che il Napoli sta portando avanti alla pari e lo sta facendo perché ha una società solida, un allenatore molto bravo, calciatori appetiti in mezza Europa e una rosa competitiva sia tra i titolari sia tra i panchinari. Siamo consapevoli che sono parole al vento, ma scriverle ci sembra doveroso. Se dovesse ripresentarsi lo spettro della sconfitta, facciamoci trovare con un abito diverso.

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