Però, Arrigo Sacchi, il risultato non è il male, il risultato è la vita

Oggi sembra essere in voga la demonizzazione del risultato e l’ex allenatore di Fusignano è un alfiere di questa scuola. Ci chiediamo: avrebbe citato Alì se a Kinshasa avesse vinto Foreman?

Però, Arrigo Sacchi, il risultato non è il male, il risultato è la vita

Alì e non Foreman

Il gol al 90esimo forse ha fatto cambiare parere e valutazioni a gran parte della critica, sempre condizionata dal risultato finale. Questo è un problema che non aiuta la crescita culturale e sportiva, non consente di venire fuori dalla convinzione che conti soltanto vincere.

È la frase che oggi Arrigo Sacchi ha affidato alla Gazzetta dello Sport. Ed è la frase che fa discutere anche tanti lettori (del Napolista e non). La critica al cosiddetto resultadismo Ma soffermiamoci sull’ex allenatore del Milan e della Nazionale, lui che è senza dubbio un uomo di sport. Oggi conclude il suo editoriale con una citazione di Muhammad Alì: «Se a cinquant’anni pensi come a venti, significa aver buttato via trent’anni di vita». E lo tira in mezzo nel ricordare che “in Italia di bellezza di gioco, spettacolo e merito neanche a parlarne, così si rimane nel passato”.

A noi sembra banale constatare che è la vittoria a fare la differenza. Praticamente sempre, con qualche eccezione. La più famosa è rappresentata da Bitossi decisamente più popolare di Marino Basso, non il calcio olandese che con l’Ajax e Cruyff vinse tre Coppe dei Campioni consecutive prima di perdere la finale Mondiale 74.

Proprio Alì, un tempo Cassius Clay, era diventato un ingombro per l’America: il suo no al Vietnam, il suo allontanamento forzato dal ring. Quando tornò, non era certo l’idolo delle folle, era un eroe mal sopportato e che in tanti desideravano soltanto che non scocciasse più e che lo facesse al più presto. Il mito di Alì nacque a Kinshasa, 30 ottobre 1974, quando mise al tappeto George Foreman e lo fece con una tattica suicida: si fece picchiare dal primo momento e provocò in continuazione l’avversario. Se quella sera Alì fosse andato al tappeto, oggi Sacchi avrebbe completato il suo articolo con una citazione di Foreman.

La nebbia che salvò il Milan di Sacchi a Belgrado

La nebbia di Belgrado

E vale ovviamente lo stesso per l’Arrigo, per la vittoria del suo Milan a Napoli quel primo maggio del 1988, o per la nebbia che calò su Belgrado e salvò la band rossonera da una prematura eliminazione in Coppa dei Campioni. È la vita. I princìpi sono importanti, sono i valori cui impronti la tua esistenza e il tuo percorso professionale. Ma proprio non ce lo immaginiamo Sacchi consegnare l’eventuale Coppa del Mondo negli Stati Uniti per aver mostrato un gioco non all’altezza, pur con tutti gli alibi del caldo.

A volte si ha l’impressione che Sacchi voglia ritagliarsi, e si sia ritagliato, uno spazio politico-culturale e che ami vestire i panni del colonnello Kurtz. Di Mourinho non avremmo sentito parlare, o forse ne avremmo sentito parlare anni dopo, se il suo Porto non avesse eliminato il Manchester United di Ferguson all’Old Trafford con un’azione nata da calcio di punizione al novantesimo. Persino Guardiola vinse una Champions grazie a un pareggio profondamente immeritato di Iniesta sul campo del Chelsea in semifinale. È la vita, bellezza. È lo sport. Ed è giusto così.

La demonizzazione del risultato

Perché questa demonizzazione del risultato? A che pro? Maradona è diventato Maradona perché quel pallone, dopo aver fatto fuori mezza Inghilterra, lo depositò in rete. Se avesse tirato alto, forse la storia sarebbe andata diversamente. Lo sliding doors è un giochino facile facile. 

Ci sta che oggi la critica osanni Sarri. È normale, ed è giusto. Perché ha battuto la Juventus in casa sua, perché lo ha fatto seguendo le sue idee e perché adesso può davvero vincere il campionato. E non possiamo immaginare che Sacchi non conosca la differenza tra vincere e non vincere. Vince quasi sempre il più forte. E non sappiamo nemmeno perché abbiamo lasciato il quasi. È un lascito di buona creanza. Vince il più forte, in qualsiasi modo giochi o stia in campo. Aver educato, allenato una squadra a non essere mai deconcentrata, nemmeno al novantesimo, è frutto del lavoro di anni. E il Napoli di Sarri quest’anno proprio nei finali di gara ha costruito il proprio capolavoro. Parlare di casualità, o di fortuna, è roba che non prendiamo nemmeno in considerazione. Non è un caso che, invece, la Juventus la sua stagione la sta guardando sfumare al novantesimo: da Madrid a Koulibaly.

Gli esempi sarebbero innumerevoli. Nessuno ricorda che il suo primo Wimbledon, nella rivincita contro Borg, McEnroe lo vinse al termine di una partita orrenda. 

L’ingresso nella storia

Sacchi fa bene a valorizzare un certo tipo di calcio, che lui ammira di più. Ma lo sport è soprattutto uno stato mentale. È concentrazione. È applicazione. Quella che domenica sera i calciatori del Napoli hanno mostrato allo Stadium con un pressing asfissiante e una cattiveria insolita: oggi Monica Scozzafava sul Corriere del Mezzogiorno scrive che il Napoli a Torino ha commesso 17 falli, contro i 10 della Juventus e soprattutto contro i sei degli azzurri all’andata. Non è stato un gol all’ultimo minuto, non è mai solo un gol all’ultimo minuto, peraltro in una partita che il Napoli ha giocato dall’inizio alla fine per vincere. Lo abbiamo scritto ieri. C’è un lavoro dietro. Che ciascuno sviluppa secondo le proprie idee. Poi è sempre il filo di lana a decretare l’ingresso nella storia. È il lato affascinante e crudele dello sport. E non c’entra niente con la cultura sportiva che è rispetto dell’avversario, delle regole, accettazione del risultato, e tante altre cose. Non possiamo credere che Arrigo Sacchi non lo sappia. 

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