Torino-Napoli, e quel gol da scudetto (o quasi) di Nino Musella

Torino-Napoli amarcord: Nino Musella, nella stagione 1980/81, segnò due reti contro i granata. Quella al Comunale regalò il sogno del tricolore

Torino-Napoli, e quel gol da scudetto (o quasi) di Nino Musella
Musella (foto Cuomo)

Genio del dribbling

Il ciuffo che ha portato fino al giorno della sua dipartita lo faceva sembrare un eterno scugnizzo alla ricerca di un prato verde o di uno spazio, nella sua Fuorigrotta degli anni ’60, che gli permettesse di fare quello che più gli piaceva fare. Giocare a pallone. Dribblava anche i tavolini e le sedie di casa sua, Gaetano Musella, nato nel gennaio del 1960 ad un tiro di schioppo del Tempio. Aveva la testa folta di capelli  ma anche piena di idee, di quelle che trasformano il pensiero in azione in meno di un secondo. Quando calciava o gestiva la palla sapeva già, un attimo prima degli altri, cosa doveva fare e dove doveva indirizzare la sfera.

Addirittura, chi lo conosceva bene, giura di averlo visto spesso guardare a sinistra e tirare a destra e viceversa. Come faceva, Nino? Il giocatore partenopeo, cresciuto nelle giovanili del Napoli che lo notò proprio nello spiazzale del San Paolo, aveva doti naturali ed un piede destro che comandava come se avesse la bacchetta magica, come se potesse telecomandare il pallone e metterlo dove voleva. Fu per questo che nel Napoli che sfiorò lo scudetto nel 1980-81 mister Marchesi puntò tutto su quel ventenne dandogli più di una responsabilità. Una fiducia che Nino ricambiò con 5 reti in 30 partite (tutto il campionato, in pratica), quasi tutte decisive, di cui due al Torino, una all’andata e una al ritorno.

Una formazione del Napoli 1981/82

Aveva debuttato con Di Marzio nel gennaio del 1978 ad un’età in cui a stento hai un pò di barba e inizi a pensare di fare il calciatore. Il fisico c’era, gli mancava l’esperienza e forse un pò di razionalità in più per diventare quello che quasi tutti avevano profetizzato quando lo avevano visto giocare. Poteva Musella essere realmente un ‘crack’ e diventare il nuovo Rivera? Il Napoli decise, così, di mandarlo a farsi le ossa nel Padova in serie C dove Gaetano totalizzò 23 presenze e 8 reti.

A quel punto, in una squadra che aveva deciso di puntare sui giovani da far crescere intorno alla chioccia Krol, il ritorno a Napoli fu cosa fatta. Quel trequartista sbarazzino era pronto per la squadra del suo cuore. E con lui Celestini, Cascione e Raimondo Marino, tutta gente nata nel 1961 a cui andava aggiunto un Ferrario classe 1959, già ‘giocatore fatto’ ma giovanissimo.

Un gol da scudetto

Nino aveva solo 20 anni ma Marchesi lo buttò da subito nella mischia, ne fece il collante tra attacco e centrocampo in qualche partita ma lo utilizzò spesso anche da punta pura in un tridente tutto “tric trac e mortaretti” con Damiani e Claudio Pellegrini. Fu in una di queste occasioni, il 12 aprile del 1981, che Nino fece godere le migliaia di tifosi napoletani accorsi al vecchio Comunale torinese, una rete che molti tifosi assoceranno con quanto fece sei anni più tardi Bruno Giordano in un altro Torino-Napoli sdoganando di fatto il primo scudetto degli azzurri. Zero ad uno con Musella e zero ad uno con Giordano, cosa vuoi di più? Nel primo caso scudetto sfiorato, nel secondo centrato in pieno. Le vittorie più belle sono proprio queste, ci perdonino le triplette di Cavani e le quaterne di Mertens.

Dopo un altro buon campionato, chiuso con 27 presenze e 3 reti, il Napoli lo diede al Catanzaro dove rimase per 4 stagioni diventando uno degli idoli dei giallorossi. Poi il Bologna fece di tutto per averlo, nell’anno del primo scudetto napoletano, e qui Nino si fermò un solo anno. Fu questo probabilmente il suo canto del cigno poichè, dopo i felsinei, passarono solo treni provinciali per il talento partenopeo. E la sua vita errabonda in provincia continuò con la Nocerina, l’Ischia, l’Empoli ed il Palermo quando navigavano nelle serie minori ed infine diventò un beniamino a Castellamare di Stabia. Chiuse nei Dilettanti al Latina prima di intraprendere la carriera di allenatore nelle giovanili del Napoli e poi in una decina di squadre delle serie minori. L’ultima squadra che allenò fu il Campobasso nel 2008-09.

Il ritrovamento del corpo

Furono drammatici i primi due giorni dopo la sua morte in un fine settembre del 2013. Tanti gli interrogativi, tanti i cattivi pensieri che rischiarono di trasformare la morte di Gaetano Musella in un giallo come quello di Denis Bergamini a Cosenza. Un caso creduto chiuso tanti anni fa ma riaperto recentemente con delle accuse molto gravi nei confronti della fidanzata dell’ex calciatore calabrese, sospettata di averlo soffocato.

Dopo il ritrovamento del cadavere di Musella in località Caprazoppa, nei pressi di FInale Ligure, si parlò di probabile omicidio. Il giocatore era stato trovato solo con una t-shirt, nascosto tra i cespugli, in una zona notoriamente frequentata da coppie omosessuali. Due giorni dopo l’autopsia portò a galla la verità. Gaetano era morto per un infarto fulminante e probabilmente non riuscì a chiedere aiuto a nessuno. Era in una zona isolata, lontano dalla macchina di un suo amico con la quale aveva raggiunto quel posto, dopo aver fatto colazione.

 Una figurina con i dati di Musella

Nonostante l’evidenza dell’autopsia si cercò di gettare fango sulla vita di Nino ipotizzando fantasiose storie legate al luogo dove fu trovato il cadavere e alle persone che lo frequentavano. Accuse infamanti che, a dire il vero, quasi tutti i giornali liguri respinsero al mittente. Musella era molto ben voluto nella zona per aver allenato la Sanremese in Serie C2, nella quale aveva giocato anche il figlio Alessandro. Calunnie ed insinuazioni che continuarono anche dopo, clamorosamente smentite dalle dichiarazioni postume di persone vicino alla famiglia le quali affermarono che già nei giorni precedenti il decesso Nino aveva avvertito i sintomi di un infarto.

Si concluse così, lontano dalla sua Napoli, la vita brevis di un piccolo eroe scugnizzo, di uno che dava del “tu” al pallone. E che forse aveva un pò di riverenza in più solo se la sfera passava prima dai piedi di sua maestà Rudy Krol.

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