L’arte contemporanea in piazza Plebiscito fu una dichiarazione politica. Il corno sarà la riscossa dei tamarri

Dicemmo basta a presepi e pulcinella, e ci scontrammo con i sopracciò dell’intellighenzia e della critica specialistica. Ma fu un successo internazionale

L’arte contemporanea in piazza Plebiscito fu una dichiarazione politica. Il corno sarà la riscossa dei tamarri
La Montagna di Sale di Mimmo Paladino, fotografata da Vincenzo Ierro

Nessuno ricorda le critiche per la Montagna di sale

Simpatici questi non intellettuali che poi sanno tutto di tutto e sparacchiano giudizi  a destra e a manca. Hanno idee chiare ma distratte. Dunque, cominciamo dal principio. Mimmo Paladino e non Palladino. Non è solo un problema di ortografia. Se si sbaglia il nome, non una ma molte volte, non è solo per scarso impegno e poca attenzione. È soprattutto mancanza di rispetto. Ed è una vecchia storia. Poco rispettose furono all’epoca anche critica specialistica e opposizioni politiche nei confronti della Montagna di Sale, opera di un artista di fama mondiale sin dagli anni ottanta. Incredibile che nessuno oggi lo ricordi. Il trionfo fu decretato dalla stampa e dalle tv nazionali e internazionali. Mentre in città fiorivano i distinguo e proliferavano i sopracciò.

La stazione della Cumana disegnata da Kapoor

Sono passati gli anni, tanti, quindici di installazioni artistiche tutte firmate da artisti prestigiosi, alcune meglio riuscite altre meno. Nel frattempo è nato un museo d’arte contemporanea, atteso da quarant’anni, oggi giudicato il migliore d’Italia. E tante altre cose sono accadute e ancora oggi stanno accadendo sulla scia di quel lavoro politico-culturale iniziato nel 1995. Quando per esempio si vedrà finita la stazione della Cumana di Monte Sant’Angelo disegnata tutta quanta da Kapoor (i lavori sono ripresi con lena, il primo ingresso monumentale verrà terminato tra poche settimane), sarà ancora più chiaro il senso del rapporto tra arte contemporanea e città moderna impostato negli anni del perduto rinascimento.

Fu una scelta meditata e impopolare

Insomma al tizio che si firma Catanzaro vorremmo ricordare che l’arte in piazza Plebiscito fu una scelta meditata non facile, impopolare, e neanche ben vista dall’intellighenzia cittadina, avvezza allora a considerare Napoli quella dei monumenti e dei quadri antichi, dei musei, delle chiese. E che, altra lacuna da colmare nella memoria collettiva, la Montagna di Paladino fu installata nel 95 dopo che nel Natale precedente, il primo anno bassoliniano, qualcuno aveva tentato di montare in piazza Plebiscito un patetico gigantesco presepe di cartapesta (se Jim Catanzaro è un giornalista vada a spulciare le collezioni dei giornali napoletani del dicembre 94 e ne parli con De Magistris, chissà!).

Noi, al modo del vecchio Guccini, non ci saremo

Insomma puntare sull’arte contemporanea, cominciando con Paladino e fino a Nicolai, fu una dichiarazione politica prima che estetica: si disse basta con presepi, pulcinella e non aggiungo altro. Certo, è giusto che l’arte si sottoponga ieri come oggi al giudizio anche dei non intellettuali e non artisti, i quali va però osservato non hanno difficoltà a sputtanare le opere degli artisti importanti ma si guardano bene dal giudicare le astrusità di imprenditori creativi, le cui gesta vengono allegramente derubricate nel campo indefinito della cultura metropolitana.

Io credo che chi pensa e scrive tali sciocchezze, cercando improbabili somiglianze tra le sculture di Kapoor e il corno prossimo venturo e auspicando congiunture astrali favorevoli per la squadra di Sarri, è semplicemente un modesto pifferaio di un regime da operetta, a corto d’idee, che propaganda un’immagine retriva e volgare di Napoli. Vedremo Catanzaro e molti altri come lui danzare oscenamente sotto il corno, misurando e acclamando la folla che vi si riverserà, nella speranza di applaudire la riscossa dei tamarri. Noi, al modo del vecchio Guccini, possiamo dire sin da ora con orgoglio: noi non ci saremo!

Eduardo Cicelyn ilnapolista © riproduzione riservata
  • Attimo Fuggente

    Io credo di non essere né tamarro né ignorante e anzi ,da un punto di vista “egoistico”mi piaceva fruire delle istallazioni di grandi artisti contemporanei.Tuttavia questo godimento era condiviso col 5-10 per cento dei miei concittadini.Inoltre, considerando i costi degli incarichi,quelli organizzativi,quelli delle consulenze,che gravavano senza controllo sui conti pubblici,e considerando che non avevano alcuna attrazione per il turismo, all ‘epoca ridotto ai minimi termini,né alcun beneficio per l’economia locale,per me era una politica culturale sbagliata. E poi ,che Napoli sia una grande città d’arte in sé,non è un’ obsoleta visuale “dell‘intellighenzia” cittadina,ma una realtà di fatto vissuta e sperimentata da cittadini e viaggiatori,che attendevano solo che questo patrimonio fosse valorizzato e reso più accessibile e meglio fruibile,piuttosto che trascurato mentre ,a caro prezzo, si ospitava in piazza a Natale, con vanto ed ostentazione, l’arte contemporanea, ,sostenuti dai media della “società dello spettacolo”. Rispetto a questi aspetti, credo che la questione cosa sia arte e cosa non lo sia,è molto meno importante,e anche fuori luogo,perché di sicuro l’albero o il corno non vogliono essere arte. Dai suoi pezzi che ho letto, Catanzaro parla di media in generale, forse in modo un po’ provocatorio, e mi sembra che sia piuttosto l’autore ad  istituire una inopportuna “competizione” tra cose così differenti. E poi di certo Catanzaro non è schierato(se così fosse sono sicuro che qui,viste le posizioni della redazione, non scriverebbe); è uno che parla a titolo personale,dicendo cose assolutamente non “inquadrabili”. Definirlo “un pifferaio di regime” mi sembra grottesco. Allora ,secondo questa logica ,quale credibilità si dovrebbe attribuire allo stesso autore che è stato stretto collaboratore e consulente di Bassolino in campo artistico,senza peraltro avere titoli accademici ed esperienze professionali specifici che sancissero una sua autorevolezza “super partes” in materia? In ogni caso avrebbe potuto rispondergli direttamente risparmiandoci questo autoelogio, di parte,retrospettivo e un po’ snob. Snob come la citazione di Guccini “… e noi non ci saremo”.Una frase estrapolata da una canzone che descriveva uno scenario apocalittico, nella quale Guccini diceva, senza alcun “orgoglio” di parte:noi saremo morti da un pezzo,l’umanità sarà estinta. Che ci azzecca ? Lasciamo in pace i poeti.E comunque ,se non ci sarete ,certamente nessuno sentirà la vostra mancanza.

  • Attimo Fuggente

    Io credo di non essere né tamarro né ignorante e anzi ,da un punto di vista “egoistico”mi piaceva fruire delle istallazioni di grandi artisti contemporanei.Tuttavia questo godimento era condiviso col 5-10 per cento dei miei concittadini.Inoltre, considerando i costi degli incarichi,quelli organizzativi,quelli delle consulenze,che gravavano senza controllo sui conti pubblici,e considerando che non avevano alcuna attrazione per il turismo, all ‘epoca ridotto ai minimi termini,né alcun beneficio per l’economia locale,per me era una politica culturale sbagliata. E poi ,che Napoli sia una grande città d’arte in sé,non è un’ obsoleta visuale “dell‘intellighenzia” cittadina,ma una realtà di fatto vissuta e sperimentata da cittadini e viaggiatori,che attendevano solo che questo patrimonio fosse valorizzato e reso più accessibile e meglio fruibile,piuttosto che trascurato mentre ,a caro prezzo, si ospitava in piazza a Natale, con vanto ed ostentazione, l’arte contemporanea, ,sostenuti dai media della “società dello spettacolo”. Rispetto a questi aspetti, credo che la questione cosa sia arte e cosa non lo sia,è molto meno importante,e anche fuori luogo,perché di sicuro l’albero o il corno non vogliono essere arte. Dai suoi pezzi che ho letto, Catanzaro parla di media in generale, forse in modo un po’ provocatorio, e mi sembra che sia piuttosto l’autore ad  istituire una inopportuna “competizione” tra cose così differenti. E poi di certo Catanzaro non è schierato(se così fosse sono sicuro che qui,viste le posizioni della redazione, non scriverebbe); è uno che parla a titolo personale,dicendo cose assolutamente non “inquadrabili”. Definirlo “un pifferaio di regime” mi sembra grottesco. Allora ,secondo questa logica ,quale credibilità si dovrebbe attribuire allo stesso autore che è stato stretto collaboratore e consulente di Bassolino. In ogni caso avrebbe potuto rispondergli direttamente risparmiandoci questo autoelogio, di parte,retrospettivo e un po’ snob. Snob come la citazione di Guccini “… e noi non ci saremo”.Una frase estrapolata da una canzone che descriveva uno scenario apocalittico, nella quale Guccini diceva, senza alcun “orgoglio” di parte:noi saremo morti da un pezzo,l’umanità sarà estinta. Che ci azzecca ? Lasciamo in pace i poeti.