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Napoli tra arte e tamarrate: il corno e le tante brutture dimenticate del Plebiscito. Le élites non fanno più ohhhh

Lo sdegno per il sequel di Nalbero e l’amnesia per tanti prodotti del Rinascimento che finì con le mongolfiere di Nicolai. E se il corno portasse fortuna al Napoli di Sarri?

Napoli tra arte e tamarrate: il corno e le tante brutture dimenticate del Plebiscito. Le élites non fanno più ohhhh
Il rendering del tanto discusso corno

Non è vero ma ci credo

Al principio, poco più di un ventennio fa, una montagna di sale griffata Mimmo Palladino e osannata dalle locali élites culturali, inaugurò la serie delle installazioni. Si era nel ’95 e la città, rinata a nuova vita per effetto di un rinascimento politico-amministrativo, accorse ammirata e plaudente ai piedi di quella collinetta bianca coi cavalli sorta lì, tra il colonnato della Basilica ed il Palazzo Reale, nel logo che avrebbe presto spazzato via il Maschio Angioino nella raffigurazione simbolica di Napoli. Ogni tanto sull’opera andava aggiunto del sale, come fanno i cuochi in tv con le pietanze, perché la gente, indigeni e turisti, tendeva a prenderne un po’ come souvenir o come portafortuna.

Tarantantara, di Anish Kapoor

Oggi si discute del rendering (sul significato del termine rimando il lettore all’articolo de il Napolista su Bagnoli), del Corno che sarà chiamato a bissare l’esperienza dell’Albero di Natale sul Lungomare. Le immagini digitali ci consegnano una struttura sicuramente più bella dell’Albero di ferro che tanti nasi all’insù ha fatto storcere. Il prossimo simbolo delle feste sul Lungomare è rosso e in pvc, alto oltre trenta metri, e sarà testimonial della capacità creativa di Italstage. Un’azienda leader mondiale nella creazione di strutture con tubi innocenti, il cui manager Pasquale Aumenta si è presto schernito dalle accuse delle élites salottiere affermando che lui produce impianti per il divertimento (entertainement) e non fa cultura.

L’Italia a testa in giù di Luciano Fabro

 

Quando è arte e quando è una tamarrata?

Eppure basta guardare il rendering (ancora?), del vituperato Corno sul Lungomare e confrontarlo con un’altra installazione di piazza del Plebiscito, per mettere in dubbio l’obiettivo dichiarato dal patron di Italstage. L’enorme Vela (o tromba) creata da Anish Kapoor nel Natale del Duemila ha diversi punti in comune con il Corno. Il colore: rosso. Il materiale: pvc. Le dimensioni: oltre i 30 metri. La rete di sostegno: tubi innocenti. Si dirà, nei salotti che contano, ma quella era un’opera d’arte e questa è l’ennesima “tamarrata” destinata ad attirare orde pletoriche in città per celebrare la rivoluzione sul Lungomare.

L’installazione di Sol Lewitt

Non siamo in grado di discutere con alte ed altre competenze su cosa sia arte oggi. Eppure, molte installazioni che hanno caratterizzato il Rinascimento a piazza del Plebiscito sono “talmente brutte che sembrano capolavori di arte moderna”, a voler citare il sergente maggiore Hartman di Full Metal Jacket.

Un po’ di perle dimenticate

In ordine sparso: l’Italia capovolta e appesa a un palo di Luciano Fabro (2004); i blocchi di cemento “Progressions in a square” di Sol Lewitt (2005); i versi di luce (proiezione di frasi sulle facciate dei palazzi) di Jenny Holzer (2007), i tavoli rossi in legno e acciaio (e neon, ancora) di Mario Merz (1997), o le produzioni sconosciute ai posteri di Gilberto Zorio e Giulio Paolini (1998 e 1999), i neon sul porticato della Basilica di Joseph Kosuth (2001) e, sempre sotto le sacre colonne, Jannis Kounellis appese mobili vecchi presi dai rigattieri napoletani (1996).

L’installazione di Jenny Holzer

Le “capuzzelle” ovvero i 333 teschi che Rebecca Horn espose nella piazza (2002) furono “apprezzate” molto da coloro che rubarono alcuni pezzi, meno dalla sindaca Iervolino che non nascose il suo disappunto all’inaugurazione e quasi venne alle mani (metaforicamente parlando, si intende) con il curatore della rassegna. Fu invece oltraggiata (dai bisogni impellenti di indigeni e turisti) la spirale d’acciaio di Richard Serra (2003), trasformata in vespasiano arruginito al centro della piazza. Per la comprensione delle opere di Michelangelo Pistoletto e di Jan Fabre (2007 e 2008), rimandiamo a qualche mirabile esempio riciclato nel metrò dell’arte.

Tutto finì con le mongolfiere che durarono tre giorni

Il finale, involontariamente comico, si ebbe nel 2009 con “Pioneer” di Carsten Nicolai: molgolfiere gonfiate con elio che di sera si illuminavano. “Un’opera – si disse – che tendeva verso l’alto”. E infatti svanì dopo appena tre giorni dalla inaugurazione avvenuta in pompa magna, ufficialmente per motivi di sicurezza. Era l’ultima delle installazioni a piazza del Plebiscito, con essa spariva, sommersa dall’emergenza rifiuti, anche quel rinascimento all’insegna di un tribuno della plebe che aveva amministrato insieme con la buona borghesia cittadina.

Le mongolfiere di Nicolai durarono tre giorni e segnarono la fine del Rinascimento

E se il corno portasse fortuna al Napoli?

Le installazioni, artistiche o non, sono tornate dopo una lunga interruzione ed un cambio di sito, con la rivoluzione di un console arancione che denota disprezzo per la borghesia salottiera e vorrebbe governare seguendo gli istinti della plebe. Dopo il fiasco estetico e, pare, commerciale dell’Albero, adesso è la volta del Corno. Stesso autore, la Italstage. Stesso luogo, il Lungomare. Tutte le élites culturali, attraverso interviste e post, stanno scendendo in campo per dare battaglia sulla base di un pregiudizio: faceva schifo l’Albero, farà schifo anche il Corno.

Però, c’è sempre un però quando si parla di arte contemporanea o di cultura metropolitana, il Corno potrebbe piacere alle masse e potrebbe addirittura rivelarsi di buon auspicio come lo fu la Montagna di sale. Potrebbe addirittura rivelarsi uno strumento prezioso per il Napolista che in queste ore di frenetica vigilia sta cercando di disinnescare con tutti i mezzi l’eccesso di pronostici a favore del Napoli.

Facciamo l’ipotesi che il Corno sia ancora lì mentre finisce il girone d’andata del campionato di serie A. E mettiamo, per pura teoria, che gli azzurri di Sarri si fregino del titolo di campioni d’inverno. In questo caso, e solo in questo caso, sarà più difficile smontare il Corno che abbattere le case abusive sul Vesuvio. Accetto scommesse.

p.s.

Qui di seguito gli autori e gli anni delle installazioni di piazza del Plebiscito. Manca il 2006, anche se qualche testo fa risalire la “delusione” per l’opera di Lewitt a questo anno ed altri al 2005. 

1995 MIMMO PALLADINO

1996 JANNIS KOUNELLIS

1997 MARIO MERZ

1998 GILBERTO ZORIO

1999 GIULIO PAOLINI

2000 ANISH KAPOOR

2001 JOSEPH KOSUTH

2002 REBECCA HORN

2003 RICHARD SERRA

2004 LUCIANO FABRO

2005 SOL LEWITT

2006

2007 JENNY HOLZER

2008 JAN FABRE

2009 CARSTEN NICOLAI

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