Il post-partita di Madrid è la sintesi della natura perdente del Napoli

La picconata post partita di De Laurentiis è solo l’ultimo episodio di una penosa e grottesca serie di autolesionismi tutti volti a difendere sé prima di tutto. Lo fece anche Sarri (ieri coraggioso) a inizio stagione

Il post-partita di Madrid è la sintesi della natura perdente del Napoli

La serata racconta molto di noi

In modo paradossale ma efficace la serata di Madrid ci racconta moltissimo del Napoli e di noi, di Napoli. C’è il senso largo e comunitario di una sfida che ci indirizza compatti in un luogo ed un tempo condivisi e ci affratella; l’illusione di superare la realtà con un balzo di immaginazione e volontà che, comunque la si metta, è una delle pochissime cose che ci rende vivi.

Poi c’è l’applicazione sul campo, dove capita che un allenatore – che chi scrive non ama – dà mostra di tutto il proprio coraggio in un ottavo di Champions, facendo esordire un diciannovenne che risulterà tra i migliori in campo a fronteggiare i campioni del mondo in casa propria; quindi c’è la realtà che incombe e qualcosa travolge, di sicuro qualche sogno; e tutto finisce con il presidente, a capo dell’intero spettacolo, che spara bordate violente e vigliacche sul proprio allenatore e la propria squadra.

Siamo privi di coesione, viviamo nel chiuso delle nostre case

Questa breve cronistoria è un ottimo specchio di quello che siamo stati, siamo e probabilmente saremo. È in queste righe che va ricercata la matrice del problema dell’assenza della famosa mentalità vincente – oggi declinata con un più di moda “cazzimma” – e la ragione della natura profondamente perdente del DNA della nostra società calcistica e civile. Siamo un consesso di uomini e donne che vivono nel privato, nel chiuso delle proprie case, in sistemi di riferimento blindati da tornaconti personali, senza un sereno spirito comunitario.

Ci illudiamo di stare assieme ma siamo totalmente privi di coesione. La mentalità vincente deriva sempre dalla miscela di due ingredienti fondamentali: l’ambizione (quella che l’intellettuale Eric Cantona descrisse come la lotta contro l’idea di sconfitta) e lo spirito di servizio, ovvero il senso del limite di sé. Se senza ambizione non si scalano gli ostacoli, senza spirito di servizio ci si ferma a metà strada.

Quello di De Laurentiis è l’ultimo di una serie di autolesionismi

La picconata post partita del presidente è solo l’ultimo episodio di una penosa e grottesca serie di autolesionismi tutti volti a difendere sé prima di tutto, a qualunque costo, anche a scapito del gruppo. Ne fu artefice anche l’allenatore, che oggi ne fa ingiustamente le spese, quando ad inizio anno riuscì a montare grane senza alcun effetto se non quello di arroccarsi e destabilizzare il proprio ambiente di lavoro (ed i punti che oggi ci mancano in campionato non sono quelli del pareggio col Palermo, del tutto fisiologico, ma quelli perduti per strada ad inizio stagione, anche a causa di questa “opposizione interna” di Sarri).

Oggi è il turno di De Laurentiis, che ci offre il noto raccapricciante déjà-vu: quello dei lunghi prodromi alle partenze di allenatori e giocatori (Higuain, Benitez, Cavani, Mazzarri) o degli stillicidi nei momenti difficili, in cui il capo percepisce il celebre odore della paura perché vede qualcosa traballare all’orizzonte, e si muove nella sua fortezza facendo qualche occhiolino a destra e a manca per sfuggire al disastro.

Il baraccone maradoniano

Questa è la natura strutturalmente perdente del Napoli, perfettamente sintetizzata dall’ultimo baraccone maradoniano. Che rispecchia quella egualmente perdente della città e della sua comunità, nella quale siamo tutti cittadini privati senza una reale propensione al pubblico, una vera vocazione alla condivisione, al suddetto spirito di servizio. D’altra parte le cariatidi che vediamo ovunque, in politica come sugli spalti, e che stentano ad eclissarsi, ne sono prova schiacciante.

Perché dove si vince, questo non accade?

Perché altrove, dove si vince, ciò non accade? Forse per due ordini di motivi. Il primo riguarda il senso delle istituzioni. Un allenatore o un presidente che a Madrid finiscano col picconare il Real si renderebbero autori di un sacrilegio agli occhi dei tifosi. Il Napoli è di certo un vissuto comune, l’attesa di una partita per una moltitudine, ma rimane un intreccio di tante storie personali, autonome e private. Il Napoli non è una istituzione, nella testa e nei cuori dei napoletani e del suo presidente, ma un mezzo di trastullo, un utile passatempo.

Il secondo ha a che fare con l’ambiente. Presto o tardi, tutti quelli che a Napoli lavorano per migliorare, per costruire, per vincere, si sentono sotto attacco e percepiscono la necessità di lavorare in proprio alla difesa di sé. C’è qualcosa di ostile che si sente nell’aria, e si capitola.

Un finale amaro ma c’è il secondo tempo

Il finale della serata del Bernabeu è molto amaro, ingiustamente amaro per una notte di grande calcio azzurro. Ma c’è un ritorno da giocare, il secondo tempo che lo sport concede nella sua infinita magnanimità. Non gettiamolo via. Se non per le nostre istituzioni malandate, se non per noi, o per la bella faccia di un presidente, almeno facciamolo per quei diciannovenni che hanno sudato una maglia nel salotto buono del continente. Se lo meritano.

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