Il mio Arsenal-Napoli, lontano anni luce dalle notizie di devastazione

Mi capitò già un’altra volta di stare sulla notizia e non rendermene conto. Era l’estate del 1994. A Lampedusa. Isola dei conigli. Ogni pomeriggio Domenico Modugno arrivava col suo fuoristrada dalla casa in pietra costruita di fatto sulla sabbia. Il suo aiutante lo sollevava e lo portava fino al mare. Lì il cantante si trasformava e nuotava nuotava nuotava, fin quasi a sparire.
Quel giorno a Lampedusa il Wwf come di consueto liberava le tartarughe che aveva curato. Pare che Modugno avesse strappato la promessa di prendere in braccio una tartaruga (che è una bella bestia, vi assicuro) per poi adagiarla sulla spiaggia. Pare che la moglie, invece, avesse chiesto ai volontari di non assecondare il marito. Troppo pesanti per lui. Insomma, finì che Modugno si incazzò, ma si incazzò di brutto (aveva anche un lungo contenzioso col Wwf per via di quella casa costruita con qualche strappo alla regola, per usare un eufemismo). Ce ne andammo dalla spiaggia che smadonnava di brutto. Le pale dell’elicottero quella sera non ci incuriosirono. Io ero in totale e completo distacco dal giornalismo. E così la sera dopo fu il padre di una nostra amica a darci la notizia. Per telefono. A gettoni.
Ecco, l’ho presa un po’ lunga. Ma la storia del pub devastato dai napoletani a Londra per me è stata un Modugno-bis. L’ho scoperto l’indomani e sono rimasto incredulo. La mia Arsenal-Napoli è stata completamente diversa. Sin dalla mattina abbiamo tranquillamente scherzato coi tifosi dei gunners per il centro di Londra (qualcuno di noi era facilmente identificabile). Le solite battute, i soliti sfottò, e persino incoraggiamenti dai londinesi non tifosi dell’Arsenal. Un clima inimmaginabile per noi abituati alle nostre domenicali guerriglie di posizione. E in realtà anche per loro, che proprio agnellini non sono.
Allo stadio si arriva in metro tutti assieme. Qualcuno, tutt’al più, alza il sopracciglio. Diciamo che abbiamo visto di peggio. Ecco, forse ci avranno derisi quando hanno notato il nostro sbalordimento di fronte alla maestosità dell’Emirates. Questo sì. Abituati al nostro San Paolo, ci è parso di vivere un’altra dimensione. Ma è durato poco. Ci siamo ripresi davanti a una birra, nel loro pub. Dove hanno una loro sala d’aspetto. La sala dove si concentrano. Sembra uno spogliatoio. Qualche tavolino, un paio di panche. E bevono, e stanno zitti, e magari qualcuno chiacchiera della partita. Scherzano. Loro, e noi. Nessun problema. Nemmeno un’occhiataccia. Una domanda, questo sì: ma davvero non gioca Higuain? La notizia che siamo colerosi e terremotati a Londra non dev’essere arrivata.
Nemmeno di noi mi sono vergognato. Lo ammetto, qualche volta mi è capitato. L’altra sera no. O meglio, una volta sì. Quando abbiamo deciso – tutto il settore ospiti a partire dalle prime file, ovviamente – che la partita andava vista in piedi sui sediolini. Capisco guardarla in piedi, condivido. Ma saremmo potuti rimanere in piedi appoggiati alle sedie. E invece no, ci siamo seduti sopra. Con le scarpe. Su poltroncine che sembravano quelle del San Carlo. Rosse. È stato come salire sul divano con le scarpe. Ecco, lì mi sono vergognato. Ma è poca roba, francamente.
Nei limiti del possibile, visto anche l’andamento della partita, persino il divieto di fumo è stato rispettato. Nei limiti del possibile, ho detto. Qualcuno tornava nei bagni per verificare se magari prima aveva sognato. Invece no, era tutto vero. Come i due tabelloni giganti che durante la partita riproponevano le azioni più importanti. Un mega stadio che fino a dieci minuti prima sembrava semivuoto e poi, come accade in tutta Europa, si è improvvisamente riempito. In questo, però, il modello inglese, spagnolo, non mi piace. Siamo gente di campo noi, vogliamo vedere il terreno di gioco almeno due ore prima sennò stiamo male. Persino al triplice fischio finale ci sono stati applausi per tutti. Reciproci. L’unico che si è preso qualche madonna è stato Giroud perché è venuto a battersi il petto proprio davanti a noi. Insomma, il minimo sindacale. Noi abbiamo cantato sempre, fino alla fine. In fondo era un modo per farsi coraggio.
Vabbè, direte voi. Ma dopo qualcosa sarà successo? Niente, non è successo niente. Siamo stati persino incolonnati mezz’ora in attesa di raggiungere la fermata della metro (ecco l’unica pecca dell’organizzazione). Stipati gli uni accanto agli altri, noi delusi e stanchi; loro paciosi e sorridenti. Ma nemmeno una parola fuori posto è volata. Anzi, un napoletano ha persino convinto uno degli addetti alla sicurezza dotato di megafono a dire forza Napoli. Insomma, una festa. Per loro, ovviamente. Ma noi non l’abbiamo guastata. Almeno fino alla notizia. Ovviamente del fatto in sé non posso dire nulla. Non c’ero. So che si sono rincorse voci, potrebbero essere stati anche quelli del Millwall. Non lo so. So solo che la mia trasferta sembrava una favola per bambini. Certo con una piega horror, ma quella non è imputabile ai tifosi. I lupi erano in campo. Si sono divorati gli agnellini. Quanto sangue…
Massimiliano Gallo

ilnapolista © riproduzione riservata