Ai miei tempi tra Higuain e i giornalisti sarebbe finita a pugni

Egregia redazione del Napolista, mi sono convinto a scrivervi dopo aver letto le notizie su Higuain in questi giorni. Sono un ex calciatore, ho giocato in serie A diversi anni, anche con la maglia del Napoli, a cui resto molto legato. Sono molto stupito che sia nato un caso. Tutto è cominciato venerdì in tv, quando Sky ha annunciato che era stato lui a chiedere a Benitez di non giocare. Da qui si è passati alla convinzione che Higuain si sia tirato indietro. Sembra la stessa cosa ma non lo è. Chiamarsi fuori per un calciatore, credetemi, è una brutta accusa. Ai miei tempi con i giornalisti si aveva ancora un rapporto quotidiano faccia a faccia, si litigava, i più esuberanti arrivavano a mettersi le mani addosso, ed è successo anche a Napoli. Però dopo ci si chiariva. Ci scambiavamo pareri, consigli, a volte anche delle confidenze. Si finiva per conoscersi.
Oggi mi pare che il calcio sia diventato un posto dove all’informazione viene permesso solo di guardare dal buco della serratura. Le interviste sono programmate. Le società decidono quale calciatore parla, quando e con chi, sorvegliandolo durante l’intervista. Gli allenamenti sono a porte chiuse, nessun giornalista va a guardarli, nulla si sa delle sedute e del lavoro tattico della settimana, per scrivere qualcosa un giornalista deve fidarsi di qualcuno. Sono diventato amico di alcuni giornalisti, so come lavorano, molti lo fanno con scrupolo. Quasi ogni giorno alcuni mi chiamavano per avere notizie e informazioni. “Dai, dimmi chi gioca”. “Senti, ma è vera questa cosa?”. Un’attività di verifica e di controllo che aiutava tutti. Loro, noi e i lettori. Parlando con loro e poi leggendo quello che scrivevano, sapevamo distinguere una persona leale, un giornalista bene informato o un competente di calcio. I nuovi acquisti chiedevano a noi più anziani dello spogliatoio di chi ci si potesse fidare. Oggi so che tutto questo non esiste più, per questo motivo ci sono meno informazioni esatte in giro.
Per la verità molti calciatori su questa attività di confidente hanno costruito una fortuna, guadagnandosi come ricompensa mezzo voto in più in pagella. Ce n’era uno, proprio nel Napoli, che nello spogliatoio chiamavamo per prenderlo in giro “Virgola cinque”, perché un giornale, a cui passava le informazioni, lo ricompensava con mezzo voto in più. Sembra un sciocchezza, ma mezzo voto in più in pagella, ogni domenica, ti mette in testa alle classifiche del top 11, si poteva chiedere un adeguamento del contratto, arrivavano nuove offerte più ricche, eccetera eccetera. Eppure ho sempre pensato che se questa attività di confidente avesse preso il sopravvento sul resto del lavoro giornalistico, sarebbe stato peggio per tutti.
Tutto questo per arrivare a oggi. Se un calciatore confida a un suo allenatore che non se la sente di giocare, e se il suo allenatore gli crede, al punto che decide di non farlo giocare in una partita importante come a Roma, non è un capriccio di due persone. Non è un giocatore che si chiama fuori. Si tratta di una scelta ponderata insieme. Anche a me è capitato un paio di volte (non di più) di dire al mio allenatore che avrei preferito saltare una partita. Lui sapeva come ero fatto. Non mi tiravo mai indietro. Se glielo dicevo era vero. E’ questo il rapporto di fiducia che si stabilisce tra un allenatore e i calciatori. Mi è capitato anche di incontrare compagni di squadra che avessero paura. Proprio a Napoli, e sto parlando di molti anni fa, un mio compagno, solitamente una riserva, era terrorizzato dall’idea di dover giocare da titolare una partita. Il giorno dopo il Napoli avrebbe dovuto affrontare una discreta squadra con un grandissimo attaccante. Il mio compagno, un difensore, tremava al solo pensiero. Era un tipo un po’ particolare. Un taciturno, faceva i viaggi sempre da solo, si sedeva all’ultima fila dell’aereo e disegnava su un album che si portava sempre dietro. Qualcuno di noi lo prendeva in giro, non vi dovete stupire, gli spogliatoi delle squadre sono fatti così. La notte prima della partita chiamò il medico sociale chiedendogli di correre a casa sua. Gli disse che stava male e che aveva la febbre alta. Il dottore arrivò e scoprì che la febbre non c’era. Allora lui disse che aveva un dolore fortissimo al ginocchio e che il giorno dopo non avrebbe potuto giocare. Il dottore fu bravissimo. Capì tutto. Lo tranquillizzò. Lo convinse a prendere un anti infiammatorio, andò in cucina a preparargli acqua e zucchero. Il mio compagno la bevve e disse che si sentiva già meglio. Racconto questo per dirvi che una squadra di calcio è un gruppo. Non dovete pensare che un giocatore possa prendersi la libertà di decidere di giocare o non giocare. Le scelte sono condivise. Un saluto a tutti, Napoli mi manca.
Un calciatore anonimo

ilnapolista © riproduzione riservata