Albiol e Callejon, eppure gli spagnoli in Italia hanno fatto poco

Raul Albiol e Josè Callejon sono i primi due pretoriani del nuovo tecnico azzurro Benitez. Due ottimi elementi, nel giro della nazionale spagnola che da più di un lustro vince ovunque e sta facendo scuola, nei club di mezza Europa, con un diverso modo di giocare. Il modello Guardiola ha in ogni caso radici lontane, rintracciabili in parte anche nel Valencia di Benitez, capace di ottimi risultati a metà degli anni 2000 (Liga e Coppa Uefa). Sono due elementi sul cui curriculum c’è poco da eccepire. Albiol è nel giro della Nazionale da anni, ha fatto parte di tutti e tre i trionfi internazionali delle Furie Rosse dal 2008 al 2012. Callejon ha giocato da protagonista nel Real Madrid negli ultimi due anni, risultando uno dei talenti spagnoli più promettenti. Entrambi hanno una grande ciance nel pieno della loro carriera. E l’avranno con un tecnico loro connazionale che li ha fortemente voluti.

Fin qui tutto bene. I dubbi, se vogliamo, arrivano dalla casistica, che semina un pizzico di pessimismo all’arrivo dei due calciatori, che, va ripetuto, sono ottimi elementi per l’oggi e forse per il domani, e che vanno attesi con fiducia. Scorrendo infatti la lista dei calciatori spagnoli che hanno giocato in Italia, ci si trova davanti a promesse non mantenute e carneadi di ogni epoca, ruolo ed età.

Il primo ad arrivare fu quello che forse si riesce anche ad identificare come il migliore di tutti gli iberici che hanno giocato in Italia: Luis Suarez, classe 1935, tuttora unico Pallone d’Oro spagnolo della storia, già affermatosi nel Barcellona e destinato a diventare il campione chiave dell’Inter dei record negli anni 60. Un calciatore moderno, campione d’Europa con le Furie Rosse nel 1964, e che sarebbe diventato nel tempo un italiano adottivo, chiudendo la carriera nel 1973 nella Sampdoria e provando quella di tecnico nel nostro campionato, a parte una breve parentesi da ct spagnolo. Fece una buona carriera in Italia Luis del Sol, giocando per otto stagioni nella Juventus, ma il cui impatto sul campionato, in anni avari di successi per i bianconeri, fu importante ma non memorabile, come Peirò nel Torino. Giocatori che fecero altrove il grosso della loro carriera. L’unico forse oggi a certi livelli è il viola Borja Valero, quest’anno affiancato in viola dall’ala Joaquin, e dallo juventino Llorente.

Tutti gli altri, a cominciare da quelli arrivati negli anni 80, alla riapertura delle frontiere, hanno deluso le attese. Fa eccezione forse Victor Munoz, torello di centrocampo della Samp di Vialli e Mancini, ingranaggio di un meccanismo oliato che portò i blucerchiati ai migliori successi della loro storia, ma che lasciò il posto a Mickailicenko nell’anno dello scudetto doriano. Riccardo Gallego e Rafa Martin Vasquez entrarono a pieno titolo nella categoria dei “fenomeni parastatali”, benché arrivati da noi titolatissimi e provenienti dal Real Madrid degli anni 80, prodotti del vivaio dei blancos (il secondo elemento della Quinta del Buitre, la cantera marinista che diede i natali calcistici a Michel, Butragueno e Sanchis). Lentissimi, imbolsiti, tatticamente confusionari, furono la disperazione di tecnici e tifosi di Udinese e Torino, e furono rispediti al mittente dopo una sola stagione il primo e dopo due il secondo. E di lì in poi le loro carriere non regalarono altri splendori.

Ci si è dimenticati presto dei vari Guillermo Amor (Fiorentina 1999), Josè Mari e Javi Moreno (Milan, 1999 e 2001), dell’interista Farinos, ex Valencia rimasto in nerazzurro ben quattro anni (2000-04). Più eclatanti i fallimenti dei due laziali Gaizka Mendieta e Ivan De La Pena, tormentati da infortuni, ma imprigionati anche in valutazioni eccessive (89 miliardi in due), che ne condizionarono il giudizio. Venti partite senza reti il biondino,mai più tornato sui livelli di Valencia, quindici partite e zero gol, in due stagioni differenti il talentuoso pelato. Qualche parola in più la merita Josep Guardiola, un anno e mezzo a Brescia e sette gare alla Roma (Capello non lo “vedeva”), giunto in Italia a fine carriera, a regalare geometrie e ordine ad una piccola squadra, in compagnia di Roberto Baggio. Il futuro mago del Barca sarebbe incappato anche in una storia di doping, e la sua vicenda italiana si concluse presto, nonostante a tutt’oggi dica di dovere molto agli insegnamenti di Carletto Mazzone. Particolare anche la vicenda di Ivan Helguera, in cui la Roma non credette nel 1997, ma che fece un’ottima carriera al Real una volta lasciata la capitale.

Da lì in poi è una galleria di comparse in piccole squadre, da Diego Tristan a Javi Portillo, buoni solo a riempire pagine degli almanacchi, comprimari come il laziale Garrido o gente neanche scesa in campo come Didac Vilà del Milan e Toni Calvo del Parma. Tra questi anche l’unico azzurro, Victor Ruiz, difensore con la faccia da bravo ragazzo, bocciato in fretta da Mazzarri due stagioni fa. Poco potè anche la Roma iberica di Luis Enrique nella quale naufragarono a vario titolo il pur talentuoso Bojan Krkic e il terzino Josè Angel, che tra i tifosi giallorossi non si può più neanche nominare.

Sempre legato alla Roma è anche il caso più divertente. Cesar Gomez, comprato nel 1997 come centrale per la difesa della squadra di Zeman, che, dice la leggenda, aveva invece indicato l’argentino Pablo Paz. Tre partite in quattro anni a un miliardo e mezzo a stagione, e l’imperitura gloria come protagonista di un aneddoto che ormai conoscono tutti. Quello di un tifoso che lo chiamò per dirgli “Ah Cesar Gomez, viè qua, che te faccio un autografo!”
Alessandro Chiappetta

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