Togliete quelle immagini sacre dalla scala del San Paolo

E togliete quelle immagini sacre dalla scala del San Paolo. Non se ne può più. In televisione non si distinguono bene, ma direi che sono tre: una Madonna di Pompei, un san Gennaro e un (san) Padre Pio. Ecco, appunto, la televisione. Una cosa che si vede a Napoli, a Roma e in tutto il mondo.
Venerdì sera poi c’è stata una successione divertente di gesti “pii”. Passa Antonio Conte e accarezza l’immagine della Madonna e si bacia il dito. Passa Walter Mazzarri, stessa scena, stessi gesti. Ora, scusate, con chi dovrebbe schierarsi la Madonna? Per forza che è finita col pareggio, non potete chiedere il tifo alle divinità.
No, non dirò che invocare il Padreterno perché ti aiuti a vincere una partita di pallone sia un po’ come nominare il nome di Dio invano, che mi pare di ricordare sia un comandamento. Questi sono affari vostri, di voi che ci credete, però magari fateci un pensierino. Io mi ribello come napoletano che tiene all’immagine della sua città.
Oh lo so, siamo la città che nei secoli scorsi ha inventato prima di altri una sorta di illuminazione stradale, grazie ai lumini delle edicole di strada. E il giro delle edicole dovrebbe essere (magari lo è già e io non lo so perché vivo altrove) un vero e proprio tour culturale. Ce ne sono di bellissime, soprattutto quelle con le anime del purgatorio che piangono e predicano mentre il fuoco se le mangia. Ci passavo i quarti d’ora, quando abitavo all’Anticaglia. Quella è una forma di cultura, la nostra cultura e qualcuno potrebbe sostenere che l’abbiamo portata anche allo stadio. E’ una cultura po’ ammalata di voto di scambio religioso, nostro tipico tratto, per cui si chiedono cose in cambio di devozione: io a 15 anni chiedevo di non essere interrogato a scuola.
Però allo stadio no. Perché allo stadio il contesto, il profumo, il “senso” del vicolo si è perso e rimane una iconografia bruttina, come di cose serie fuori posto. Almeno ai miei occhi e alle mie orecchie: niente mi dà più fastidio della parola “fede” usata dagli ultrà. (Da non credente, prendo assai sul serio la parola “fede”).
Vedete, su quel muro dello stadio, su quel muro un po’ umido e nell’occhio delle telecamere, la cultura del vicolo non c’è più. La storia svanisce nei pixel televisivi e lascia solo una scia di folklore.
“Oh i napoletani, guarda, chiedono al San Gennaro di fargli vincere le partite” ho sentito con le mie orecchie (“Al” san Gennaro…. Capite?) Il folklore – ce lo fa pensare il continuo successo di certi attori, di certi film – può essere un buon modo di sopravvivere, di vendere un pezzo di città, di attrarre qualche flusso di turisti meno acculturati. Va bene, è la legittimità della chincaglieria, che però deforma la cultura (e la fede) riducendola a oggettino da bancarella.
Quindi non chiedetemi perché dico no, ma perché dico “allo stadio no”. E’ lo stadio, che va in 157 televisioni straniere o anche solo in un centinaio di migliaia di case italiane, che parla di noi. E in questo caso parla male. Dice che non sappiamo contare sulle nostre forze, che siamo sempre lì a far commerci col soprannaturale perché ci consenta di fare scempio della natura che ci è stata affidata. Dice che non siamo mai diventati abbastanza “moderni” (protestanti?) per essere noi e basta, senza la compagnia dei nostri simboli, ma fondando sulla professionalità e la ragione. Brutte cose, dai. Meglio essere ricordati per essere forti nel calcio e basta.
E poi, voi che ci credete pensateci un po’: a Dio non dovrebbe dar fastidio l’idolatria? Lo so, lo so. Noi siamo un popolo di idolatri. L’ultimo idolo è argentino e ha avuto problemi col fisco.
Vittorio Zambardino

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