Gli emigrati non fischiano l’inno

Il figlio di un mio carissimo amico è militare in Afghanistan, un mio parente lavora a Stoccarda, una mia conoscente vive in Canada. Subito dopo la vittoria del Napoli in coppa Italia ho chiesto loro: avete visto la partita? E cosa ne pensate dei fischi all’inno? Il primo mi ha risposto che nella base erano inorriditi, il secondo che ha visto la partita in streaming sul pc e a causa del buffering quasi non se n’è accorto, la terza semplicemente che non capiva. Grazie alle missioni il militare si è comprato una casa nell’entroterra sardo dove si è trasferito. “Sai sono soldi sicuri, però qui tutti ci apprezzano. Siamo ben voluti  e quando usciamo in missione con altri militari si fidano di noi”. A Stoccarda lo chiamano il napoletano, ma era al bar a cantare l’inno a squarciagola nel 2006 e ha fatto tié all’amico Hans. A Toronto ancora si ritrovano per giocare a carte la sera nel club intitolato ad un santo che non ricordo. Può sembrare demagogia ma mi sono chiesto se gli italiani all’estero fischino l’inno. Poi, mentre l’Italia di Prandelli gioca a Zurigo e le immagini passano in tv con le ragazze che hanno il tricolore dipinto sul viso mi sono chiesto se siamo noi che non capiamo niente o loro, sugli spalti, che hanno un’idea dell’Italia che non c’è. Non sono d’accordo con Ilaria. La Repubblica è viva e vegeta. Attraversa uno dei momenti più bui della sua storia dominata dal malaffare e dal pressappochismo voluto da quanti (popolo e governanti) si sono fatti i fatti loro perché noi gliel’abbiamo permesso. Per loro, a Stoccarda, a Toronto e a Kabul, l’inno è quanto di più dolce ricordano, dalla mamma al sole, al fatto che sono stati costretti ad andar via, un po’ per necessità, qualcuno per scelta, qualcuno per migliorare la sua visione del mondo. Ma tutti rigorosamente italiani, poi napoletani, romani, veneti, siciliani o altro. Mi chiedo come si comportano i tanti napolisti che sono all’estero. Fischiano? Un mio professore di Storia e Filosofia ci criticava quando partecipavamo alle manifestazioni perché diceva: “La camorra si combatte sui banchi di scuola”. Allora pensavo che il suo problema fosse che non entravamo in classe. Ora ho capito che aveva ragione. Cosa voglio dire? Gli emigrati non fischiano l’inno. Molti vogliono tornare nonostante le discussioni sulle parate, i terremoti, le scommesse, i presidenti, della Repubblica e del Consiglio. Forse hanno capito qualcosa che noi non abbiamo ancora ben chiaro. E forse noi dovremo pensare più a fare che a discutere. Le citazioni su occhi,  travi e pagliuzze sono sempre attuali.
Gianluca Agata

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