Sulle gradinate del San Paolo pensando a Mourinho al Camp Nou

Nuvole in viaggio, chiari

reami di lassù! D’alti Eldoradi

malchiuse porte!”

Con queste parole, poste tra parentesi ai versi 7-9 della poesia “Corno inglese”, circa un secolo fa un giovane Eugenio Montale descriveva la sensazione in lui provocata dallo spettacolo dei raggi del sole che filtravano tra le nuvole, in uno dei tramonti della sua Liguria: una sensazione di distanza, di esclusione dai paradisi che riusciva solo ad intravvedere ed intuire attraverso quelle porte, rimaste casualmente socchiuse.
Il poeta avvertiva la certezza di non appartenere al cielo e ai suoi Eldoradi, ma alla terra; e sulla terra egli poteva solo provare una malinconica sensazione di estraneità dalla beatitudine dei paradisi d’alta quota.

Sabato sera, un giovane e non occasionale tifoso del Napoli – che per ragioni di privacy vuole restare anonimo, e che pertanto chiameremo Mister X – mi ha confessato di essersi sentito più o meno così. Si trovava al San Paolo, come sempre negli ultimi due decenni delle sua vita, per assistere alla partita dell’anno, anzi del decennio, anzi della storia della gloriosa società azzurra: Napoli-Novara, la finalissima delle finalissime, la gara decisiva da disputare contro la squadra più tosta e motivata dell’intera serie A.

Stranamente per lui, che normalmente inizia ad avvertire la tensione delle partite decisive almeno 48 ore prima del fischio d’inizio, Mister X sabato sera era tranquillissimo. Mi ha addirittura confessato che il rocambolesco infortunio dell’arbitro lo aveva innervosito assai, ma non per paura che la sua squadra si deconcentrasse per la lunga interruzione, e che corresse dunque chissà quali rischi irreparabili al rientro in campo del direttore di gara; no, mica per questo: semplicemente perché quella inedita interruzione lo avrebbe costretto a cenare ben 20 minuti più tardi del previsto.

Ma ciò che ancor più sconcertava Mister X era la sensazione di dispiacere che provava, nonostante la ritenesse incomprensibile e al limite degradante, nel pensare che per essere lì al San Paolo aveva rinunciato a guardare in tv il Super-Mega-Maxi-Clasico della Liga spagnola; nientemeno che quel Barcellona-Real Madrid che milioni di tifosi, sparsi per l’orbe terracqueo tutto, attendevano ansiosi e frementi.

Mister X mi ha confessato, con un pudico rossore di vergogna che oggi gli fa onore, che il suo cuore sabato sera era in realtà al Nou Camp; e che si è più volte distratto, nel corso di Napoli-Manchester United (ops, quelli in maglia rossa e calzoncini e calzettoni neri non erano i Red Devils di Sir Alex Ferguson, ma i ben più blasonati e temibili giocatori del Novara di Tesser), per guardare sul suo smartphone il risultato di Barça-Real. Suscitando la fiera e opportuna riprovazione dei suoi compagni di mille battaglie, totalmente assorbiti dalla finalissima cui stavano assistendo, tesi al limite dell’infarto.

Quando Mister X, lottando con la connessione lentissima sulle tribune del San Paolo, ha scoperto che il Real aveva vinto 2-1, e per di più con gol decisivo di Cristiano Ronaldo, mentre Messi era rimasto a secco; beh, in quel momento, a Mister X è scappato un gesto d’esultanza, a causa del quale quasi quasi è dovuto scappare via dal suo posto, dal momento che rischiava una sacrosanta lapidazione da parte dei veri sostenitori del Napoli.

Il fatto è che Mister X ama visceralmente quello sbruffone e quel lestofante di Josè Mourinho. Mister X lo ritiene addirittura il miglior allenatore del mondo; anzi, vi dirò di più: Mister X ama, al limite dell’idolatria, il carisma di colui che anni fa si è ingiustamente ed incredibilmente proclamato “Special One”, la sua aura di vincente, financo le sue irritanti e maleducate dichiarazioni pubbliche. Mister X ama Mourinho da quando, appena vinta la Champions League col Porto, e con in tasca il contratto milionario appena firmato col Chelsea di Abramovich, uscì dal campo perché la gloria fosse tutta e soltanto per i suoi giocatori. Mister X ha amato l’aplomb così squisitamente British del Josè inlgese, e la sua intelligente irriverenza, così squisitamente italiota, dei tempi milanesi. Mister X ha amato il Mourinho che, appena ottenuta la qualificazione alla finale di Champions sul campo del Barça, corse con le braccia al cielo, incurante degli idranti aperti del Nou Camp, sotto il settore occupato dai pochi e festanti interisti, che osannavano lui e la sua squadra di leoni in delirio mistico. Mister X ha amato il grande comunicatore che ha attaccato il potere del Barça con quel “Porque?”, ripetuto più e più volte, dopo l’ennesimo arbitraggio scandalosamente a favore dei cosiddetti marziani blaugrana. Mister X adora il fatto che sabato sera lo Special One abbia lasciato parlare il suo vice Karanka, non prendendosi la gloria di quell’impresa e dello scudetto praticamente vinto, ma lasciandola al gruppo.

Mister X guarda a Mourinho, a un vero vincente (senza dubbio uno di quelli che, a scuola, studiava mezz’ora, poi usciva con la ragazza o andava a giocare a pallone, e il giorno dopo prendeva 9, mentre l’eterno secondo sgobbava sui libri sei ore ogni pomeriggio, e restava sempre e comunque l’eterno secondo), a un allenatore amato senza riserve da tutti i suoi ex giocatori, i suoi ex presidenti, i suoi ex tifosi; e pensa che Mourinho e il suo Real Madrid gli lascino intravvedere quei paradisi che a lui, tifoso del Napoli di De Laurentiis e Mazzarri (il più grande allenatore che si sia mai seduto sulla panchina azzurra), sono preclusi.

Mister X ogni tanto alza gli occhi al cielo, dove campioni veri, guidati da un vincente vero, compiono imprese titaniche che resteranno nella storia; e poi, inesorabilmente, li deve riabbassare allo spettacolo di Napoli-Novara, e deve accontentarsi di dibattere sul fatto che quel buon toscanaccio di Walter, l’allenatore più esperto e vincente della nostrana Serie A, lasci in panchina Vargas.

Questa è la vita, caro Mister X; ma tu, che in cuor tuo invidi i tifosi del Real Madrid perché in panchina hanno Mourinho, sei un ingrato e un incompetente, e non sei degno di dirti un vero tifoso del Napoli.
Andrea Manzi

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