Siamo ormai schiavi delle tv che ci hanno tolto il rito delle nostre domeniche sportive

Leggendo in questi ultimi tempi le confessioni degli amici napolisti (oggi si dice outing) della paranoia che ci assale alla vigilia e nell’attesa degli eventi sportivi che ci riguardano, direttamente o indirettamente, improvvisamente si è accesa una spia di questo malessere, che senza voler drammatizzare può avere degli effetti progressivi devastanti.
Oggi il celebre detto la religione è l’oppio dei popoli potrebbe essere tranquillamente aggiornato con il dato (e sottolineo che si è passati dal detto al dato) che il calcio “tifato” è la droga dei popoli.

Se facciamo una seria riflessione, dobbiamo riconoscere che siamo passati dalla liturgia del culto religioso, che scandiva fortemente i tempi della nostra vita (ricordate i sepolcri del giovedì santo) alla liturgia del calcio totale che si è impossessato compulsivamente dei nostri giorni.

È questo il virus invisibile che ci pervade per tutta la settimana, impadronendosi delle nostre menti e della nostra anima al punto di relegare marginalmente tutti gli altri nostri interessi.

L’acceleratore di questo nostro distacco da un compiuta libertà di scelta del nostro sistema di vita è sicuramente l’impero mediatico delle TV commerciali, che asservendo completamente il sistema calcio, detta autoritativamente i tempi della competizioni sportive, spalmandoli, come si usa dire, nell’arco della intera settimana e per di più, delle ore scelte in funzione della maggiore audience.

Questo modo totalizzante di intendere il calcio, in concorso con il declino dei valori tradizionali, ha determinato in maniera sempre più crescente, per effetto di questa sovraesposizione, una sorta di dipendenza collettiva che si traduce in una attesa ossessiva dell’evento sportivo, capace di generare una vera e propria sindrome paranoica compulsiva che assorbe interamente la vita emotiva del tifoso.

È vero che talvolta, anche sul Napolista, si parla di altri problemi del nostro tempo e in particolare della nostra città, ma a ben vedere la chiave di lettura, molto spesso, è sempre il calcio, perché si denunciano, strumentalmente, tutti quei fenomeni trasgressivi che ci impediscono una tranquilla fruizione del nostro calcio quotidiano.

Per uno che ha amato il calcio come un valore, che ti ha accompagnato fin da ragazzo per tutta la vita, è una denuncia dolorosa che impone tuttavia una presa d’atto del problema, per affrontarlo sul piano personale e per quanto possibile su quello collettivo.

L’impero mediatico televisivo, questo mostro che noi inconsciamente abbiamo alimentato, ci deve restituire le nostre domeniche sportive, quando il calcio celebrava la sua liturgia unitaria, lasciandoci la libertà di vivere la nostra vita per il resto dei giorni della settimana. Riappropriamoci intanto della nostra libertà per sfuggire a questa specie di sindrome di Stoccolma che ci lega ai nostri carcerieri televisivi e apriamo un grande dibattito a tutti i livelli contro questo mostro alieno che ci ha rubato una grossa fetta della nostra vita.

Antonio Patierno

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