Siamo diventati ingrati, come i romanisti e i laziali

Eccoci qua. Soffro sempre quando, da tifoso napoletano a Roma, scopro che non siamo poi così diversi da romanisti e biancazzurri, dalla loro acriticità antisportiva, dalla loro incapacità di provare gratitudine e comprensione. Anzi, i giallorossi hanno imparato recentemente: dopo aver massacrato Spalletti e Ranieri per secondi posti trovati in anni in cui le loro campagne acquisti venivano fatte con i punti del supermercato, ora scoprono con Baldini, Sabatini, gli americani (che, attenzione, ancora non hanno messo un euro, di fatto) e Luis Enrique “il progetto”. Quello che Aurelio dice da una vita, all’ombra del Colosseo diventa verità rivelata e applaudita. I biancoazzurri, invece, massacrano quel gran signore di Reja – Edi, peraltro, lo vorrei dirigente del Napoli con ampi poteri: risolverebbe molti dei nostri problemi – e rinnegano uno che con i fichi secchi ha celebrato nozze sfarzose.

E noi? Ci sono bastati due mesi per dimenticare la vertiginosa risalita degli ultimi 7 anni, e l’incredibile miracolo degli ultimi 2. Due mesi per dichiarare incompetente il mago Walter e tirchio e pericoloso Aurelio. Ieri sulla splendida Radio Napolista – è appena nata, e già mi piace! – qualcuno rimpiangeva il presidente “innamorato” Ferlaino. Invito tutti a documentarsi sull’amore di Corrado: migliaia di pagine di indagini e bilanci delle sue imprese edili li aspettano. E a chi non si facesse convincere, ricordo che quel fenomeno vinse la Coppa Italia dopo sette anni (e non partendo dalla C1) e lo scudetto dopo 17 anni. E comprando Maradona con i soldi di banche ora non più così generose con il Napoli.

Quindi, premesso che nessuno è perfetto e che tutti sbagliamo, vediamo un po’ qual è la situazione. Partiamo dal presidente: quali errori gli si imputano? Investe poco? Non è Moratti, né Berlusconi. Non vuole diventare Della Valle o Garrone – che comunque fatturano, come imprenditori, molto più di lui – e demolire la propria squadra. Rispetta il suo fatturato, cerca di costruire una società che possa camminare bene anche senza di lui. Quest’anno cos’ha sbagliato? In un mercato in cui il Milan prende gratis Nocerino e Maxi Lopez mentre al Presidente li fanno pagare a peso d’oro, ha preso Britos: se si esclude Astori e ritenendo irraggiungibile Ranocchia, il miglior difensore sulla carta. Ha preso Inler: alzi la mano chi pensava fosse una bufala. Certo, col senno del poi con quei soldi potevi prenderci Vidal e Pjanic, insieme. Ma, francamente, io ero entusiasta, come tutti gli addetti ai lavori, dell’acquisto. E’ arrivato Pandev, già 5 reti in campionato e determinante negli ottavi di Coppa Italia. Dzemaili, già due gol e buone prestazioni recenti, è stata un’abile operazione tecnica e contabile (gli ingaggi in uscita di Santacroce e Blasi hanno attutito di molto la sua supervalutazione). Sono arrivati Fernandez e Vargas che, sono disposto a scommettere varie cene, diverranno grandi giocatori molto presto. Donadel e Santana a zero nessuno poteva considerarli affari scadenti, anzi. Vero è che Fideleff e Chavez sono delle meteore imbarazzanti, ma il primo era un’operazione d’emergenza, il secondo un simpatico favore a un procuratore molto (troppo?) vicino alle sorti del Napoli. E ci manca Criscito, perché la nostra difesa è in effetti di categoria inferiore: ma non possiamo dire che non ci abbiano provato, lui e Bigon. E due milioni e mezzo di euro son proprio tantini pure per il Mimmo russo. Bocchetti, lo ha detto lui stesso, di essere stato molto vicino alla maglia azzurra.

Ma, soprattutto, in un campionato in cui negli ultimi anni i “Paperoni” hanno venduto Kakà ed Eto’o, Ibrahimovic e (quasi) Pato, nessuno dei tenori è partito. Un presidente così me lo sogno la notte, francamente, anche se mi fa incazzare quando da imprenditore geniale diventa piazzista greve e volgare e mi scippa 100 euro per Napoli-Chelsea.

Passiamo a Walter. Lo dico subito io: l’uomo è permaloso, ostico, incazzoso, poco incline ad accettare le critiche, rigido e con qualche complesso d’inferiorità che ne pregiudica, forse, l’immagine e la maturazione definitiva. Comprensibile per uno che, evidentemente, ha un’alta considerazione di sé (giustificata: la sua peggiore stagione lo ha visto finalista di Coppa Italia perdente ai rigori) e una carriera non all’altezza del proprio talento.

Dopo due anni di miracoli, Walter trova due mesi di black-out. Perde poco, pareggia troppo, è settimo in classifica, a una decina di punti dalla terza, a cinque dall’Europa League. Succede dopo aver stupito l’Europa passando con merito il turno in Champions League in un girone di ferro e ha, nonostante la prestazione di Siena, la finale in Coppa Italia nel mirino (basta ripetere la performance contro l’Inter nei quarti).

Ci definiamo una grande squadra e una grande tifoseria? Allora forse dovremmo crescere come gratitudine, analisi, competenza e sguardo d’insieme.

Mazzarri è rigido negli schemi? Falso. Lo dico io, ma soprattutto Bacconi, il geniaccio Rai della tattica. In queste settimane, durante le partite, il Napoli ha cambiato almeno cinque moduli, mostrando di conoscerli e, in alcuni casi, sfruttarli. E anche a Siena, il problema del Napoli non era la posizione in campo. I due gol sono arrivati da due errori individuali di Campagnaro e Cannavaro e attaccando – e, ci tengo a dirlo, producendo ben 7 occasioni da gol – il nostro problema non era la posizione, ma quel Maggio, incomprensibilmente pauroso e fermo, che non si sovrapponeva, o quel Cavani abulico che costringeva Zuniga almeno a due dribbling prima di inserirsi in area, marcato.

Mazzarri è privo di autocritica e non parla con tifosi e media? Falso. Se è vero che nei dopopartita risulta spesso indispettito e ripetitivo, nelle conferenze stampa della settimana è sempre stato uno degli allenatori più aperti al confronto, entrando in questioni tattiche (vedi il Cavani in marcatura) che altri neanche sfiorano. Se poi, ovviamente, riceve attacchi ridicoli come quelli di Mediaset (in chiaro e non), è facile diventare insopportabili. Così come, in un periodo di crisi, alla Mourinho, la verità si dice nello spogliatoio e non alle telecamere. Se potesse, entrerebbe in silenzio stampa. E farebbe bene.

Mazzarri non vede i suoi panchinari? Falso. Grava, Pazienza, Zuniga e persino Pandev da lì l’ha tirati fuori. E quelli che non giocavano, quando li ha buttati dentro, hanno sempre mostrato di meritare il fatto di stare fuori. Quelli in cui ha creduto, invece, sono usciti. Dà possibilità a tutti,  peccato che poi lo chiamiamo turn-over presuntuoso “solo” perché perdiamo a Chievo e Catania. Aggiungiamo pure che a Zuniga, Cavani, Hamsik e Lavezzi ha fatto raggiungere la maturazione definitiva, modificando i loro ruoli e il loro modo di giocare, trovando collocazioni tattiche da altri mai provate, insegnando loro una disciplina “creativa”.

Il punto è che Mazzarri è un grande motivatore e un uomo spogliatoio. E’ uno che come Bearzot e Lippi, come Herrera e Ottavio Bianchi, punta sui suoi “pretoriani”, non li tradisce. E ora Cannavaro e Campagnaro, Maggio e Cavani, i suoi generali, non riescono a fare quello che lui vuole. Sono stanchi – tutti hanno giocato sempre in questi 30 mesi – e in crisi di fiducia, nonostante Edi, ricordiamolo, veleggi già verso i 20 gol stagionali. L’anno scorso Maggio lo recuperò mantenendolo titolare anche mentre lo fischiavamo al San Paolo: diventò il perno della nostra cavalcata verso la Champions. Gargano lo tirò fuori solo quando i fischi stessi lo innervosirono al punto da portarlo a comportamenti scorretti verso allenatore e compagni. E ora è una colonna. Inler, ancora adesso, lo mette dentro per fargli recuperare quella fiducia che persino i compagni cominciano a negargli.

Detto questo, sa anche tornare sui suoi passi: la probabile formazione contro il Chievo sembra andare nella direzione di chi vuole far tirare il fiato ai meno in forma.

Potrei andare avanti, ma rimango convinto che, con Spalletti blindato allo Zenit e Zeman che verrebbe rigettato da un pubblico così impaziente, Mazzarri sia il miglior allenatore che il Napoli possa avere. Anzi, il migliore su piazza (il tempo renderà giustizia sulla sopravvalutazione di Allegri e ridimensionerà il pur bravo Conte). E, al di là di tutto, merita più credito dei nostri fischi ingrati. E spesso a mio parere incompetenti: i 70 minuti a Bucarest e Uthrecht, l’anno scorso, erano decisamente più imbarazzanti di quelli di Siena, Palermo e Lecce nel 2010-2011 non erano migliori di Bologna e Cesena.

A Walter, però, chiedo una cosa sola. Su da quella panchina. A Siena questo mi ha preoccupato: il primo tempo al riparo della pensilina, il secondo con incursioni nell’area tecnica molto meno convinte di quelle già timide di Maggio (a proposito, buon compleanno!) sulla fascia. Quello non è il mio Mazzarri. Il mio indica incazzato l’orologio, si sbraccia, si spoglia, urla e carica i suoi. Forse, ora, sono troppo abbattuti e hanno bisogno di un capo comprensivo. Ma forse no. Noi, però, riempiamo il San Paolo e gli altri stadi, se siamo il dodicesimo uomo in campo, dimostriamolo. Giochiamo soprattutto quando qualcuno dei nostri marca visita. Perché farlo quando sono tutti in forma, quando corrono, segnano, esultano, è davvero troppo facile.

E allora lo dico forte e chiaro, da ex sportivo che sa quanto è difficile mantenere alto il livello delle prestazioni atletiche e tecniche, da tifoso che si è fatto la C1 in stadi imbarazzanti e ha passato gli ultimi 10 anni del secolo scorso a pregare di non fallire: Sempre forza Napoli.

Ecco perché Walter Mazzarri, oggi e ora più che mai, è il mio allenatore, il mio condottiero, il mio orgoglio. Io so che con lui, con i nostri ragazzi, con il presidente e con tutti voi, tifosi veri, quest’anno, vivrò la stagione più bella da ventidue anni a questa parte.
E magari ad agosto mi regalo una vacanza a Pechino.

Gonfia la rete, Napoli. E noi gonfiamo i polmoni. Non per fischiare ma per urlare a squarciagola, perché é proprio ora che hanno bisogno di noi. Quando vinceranno potremo stare al caldo dei nostri salotti, potremo riempire di critiche sapide e argute gli schermi dei nostri Pc. Ma ora, come ha suggerito il grande Carratelli insieme alla sua (e vostra) pupilla Puglia, Oj vita mia cantiamola prima dei 90 minuti. Per caricarli, per ricordare loro la responsabilità di vestire questi colori, rappresentare questo popolo e la sua cultura migliore, portare il nome di questa città in Italia e nel mondo.

Boris Sollazzo
P.S.: Amo il Napoli perché ‘A cchiù bella ‘e tutte bbelle, nun è maje cchiù bella ‘e te!

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