Da Reja a Yebda, senza dimenticare Ignoffo

Noi siamo napoletani. Noi non dimentichiamo. Ecco perché il sogno di Napoli-Chelsea e di Chelsea- Napoli, l’onore e l’onere di essere tra le prime 16 d’Europa, non possiamo proprio tenercelo solo per noi. No, noi siamo generosi e appassionati, noi sappiamo cos’è la gratitudine e ricordiamo da dove siamo venuti.

E allora vi chiedo un favore. Nelle ore in cui aspetterete quella musichetta, quel calcio d’inizio che ci mozzerà il respiro, prima che il cuore, già in ansia ora, vi finisca in gola insieme alle urla d’incitamento che rivolgerete ai nostri ragazzi, fate un piccolo elenco. Voi dentro lo stadio e voi fuori, tutti.

Il primo di questa lista dev’essere Hassan Yebda. Ora è al Granada, in settimana si è rotto la gamba e la sua stagione è finita. Il suo cuore, la sua grinta, il suo attaccamento a una maglia che ha sfiorato per una sola stagione sono stati importanti per il terzo posto raggiunto lo scorso anno. Dovremmo fare un coro, uno striscione, un urlo solo per lui. Alla fine della formazione.

E dovremo farlo per quei piccoli eroi con cui, dal 2004, abbiamo iniziato questa cavalcata trionfale. Con tutti quelli che nella maglia azzurra ci hanno creduto e buttato sudore e in alcuni casi sangue. La maglia resta, i giocatori no. Ma alcuni rimangono nel cuore, per l’impegno, per la passione, per l’orgoglio con cui hanno vestito i nostri colori. Magari anche solo per un gol (chi scrive, ad esempio, del Napoli di Novellino ricorda Schwoch e Asta, ma anche Galletti).

E allora pensate anche a Ignoffo, difensore goleador, rude e ruvido come pochi, uno che con Bonomi ha fatto vedere le stelle a molti. Mia sorella, del secondo, ancora conserva un poster: che cuore che aveva, che cattiveria.

Montervino, capitano incazzoso, è un altro di questa lista: confesso che non mi è mai stato troppo simpatico, in un Sora-Napoli gli ho anche urlato contro così forte che si è girato e mi ha incenerito con lo sguardo, ma ha dato tutto per la nostra casacca.

Un altro simpatico pedatore era quel Giubilato, spilungone goffo e con mezzi tecnici minimi, i cui errori mi facevano impazzire: eppure un paio di partite le infilò e seppe essere utilissimo, così come Maldonado, capace di partite raffinate e altre inguardabili.

Nel mio cuore trova un posto speciale anche Consonni, uno che da Napoli è rimasto anche dopo: nel Grosseto si rifiutò di partecipare a una combine, tirando un rigore che avrebbe dovuto sbagliare. E che dire di Gaetano Fontana? L’ultimo giocatore che abbiamo avuto in rosa che non sbagliasse un rigore neanche a pagarlo. Gran classe, molto sottovalutato. Per quattro mesi- e quattro gol-, impossibile non ricordare anche Varricchio. Chi mi conosce sa che uno di essi, segnato al 91′, mi fece urlare “sei un campione!”.

E salendo, ricordo Trotta, gran botta da fuori e impegno fuori dal comune, ricordo Savini, tanta abnegazione inversamente proporzionale alla sua classe, ricordo Amodio, che combatteva con orgoglio e tigna contro il diabete oltre che contro gli avversari.
E andando più in alto, come classe- si fa per dire- vi confesso che quello che più mi manca (non lo vedreste bene come riserva di centrocampo?) è Mariano Bogliacino. Bei piedi, bravo sui calci da fermo, uomo d’ordine e di cuore. Sì, perché quale napoletano può non amarlo alla follia da quando ha fatto quel gol “suicida” al Sant’Elia di Cagliari, per un 3-3 che Cellino ancora si sogna la notte? Se lo avessimo avuto a Siena, nella semifinale di Coppa Italia d’andata, uno che si butta così senza preoccuparsi della sua incolumità, dopo quella traversa di Campagnaro sarebbe andata in maniera diversa. Dal momento che sappiamo perché è andato all’Udinese- e perché l’anno scorso ci ha esultato in faccia in quel modo odioso- francamente un pensiero va anche a Maurizio Domizzi, fosse solo per quella doppietta “di rigore” alle zebre bianconere- così come Garics, buona promessa mai mantenuta, merita almeno una citazione per il suo 3-1 al Milan.
Vi stupirà sapere che rammento con affetto anche quel tris che abbiamo maledetto poi per anni, perché impossibile da “sbolognare” se non con prestiti punitivi: De Zerbi, Bucchi e Dalla Bona in B fecero il loro dovere. Il primo in trasferta ci regalò qualche perla fondamentale, il secondo qualche gol decisivo lo portò a casa, il terzo esordì con una sassata memorabile e proprio con Christian regolò il Brescia in cui, pochi lo ricordano, il punto della bandiera lo mise a segno Marek Hamsik, allora ancora rondinella. E visto che siamo in attacco, uno che vorrei al San Paolo a tifare con noi è Emanuele Calaiò. Capocannoniere di B, era uno che sentiva la partita e la maglia fin troppo- altro che degli ipocriti che hanno amato a parole e tradito nei fatti- e soprattutto non l’abbiamo forse mai amato come meritava. Sfortunato, da noi sbagliava rigori che a Siena mette dentro con autorità. Ma senza di lui, probabilmente avremmo sofferto almeno un anno in più. E vale anche per il Pampa Sosa. Gol fondamentali e sgraziati, un attaccante così vecchia maniera che era sorpassato già a 20 anni. Ma è stato un leader, un idolo della curva, l’ultimo ad indossare la 10 con la quale segnò uno dei suoi gol più belli per poi scoppiare a piangere a dirotto. Mito assoluto, anche se adesso, in telecronaca, porta sfiga. Sempre là davanti cito pure l’uomo dei gol inutili, Inacio Pià, per la sua maschera da uomo ragno che tirò fuori dai pantaloncini, e soprattutto Marcelo Zalayeta. Grandi mezzi tecnici e movenze pachidermiche, contro l’Inter e la Juve ci ha fatto sognare. Ha tirato la carretta quando lì davanti non c’erano i bomber veri, El Panteròn, e l’ho persino urlato in FM: commentando Napoli-Inter quasi persi i sensi per il mio “gooooool!” in radiocronaca. Non ho dimenticato, tranquilli, El Tanque Denis: sottovalutato e penalizzato dal core ‘ngrato. Già, perché se Quagliarella se ne fosse andato prima e non il 25 agosto, ora forse lui sarebbe sulla panchina partenopea. A fare la quinta punta non è rimasto, ma la prima riserva del reparto l’avrebbe fatta di sicuro. I suoi gol nei pareggi impossibili contro Milan e Roma, nel primo anno di Mazzarri, la sua unica tripletta, i suoi tanti, troppi gol sbagliati me l’hanno fatto amare tanto e odiare (non poco, lo ammetto).

Era un gran “pippone”- usando un termine tecnico di quelli più raffinati- ma Contini il cuore lo gettava oltre l’ostacolo e i tacchetti quasi sempre sugli stinchi avversari. A volte prendeva la palla, ma era un caso. Il contrario per Santacroce: il difensore più forte degli ultimi 20 anni. Purtroppo solo per sei mesi.
Jesus Datolo è nel mio cuore per una sola partita e per un gol segnato quasi per caso: Juventus-Napoli 2-3. In quella rimonta ci mise una rete e un assist. Basta: ero in un letto d’ospedale e mi regalò una delle più grandi gioie che ricordi. Nella lista ci piazzo pure Pazienza, sia solo per il rendimento giusto al momento giusto.

E ora riderete, ma non posso non pensare a Rullo. Un assist in B, tantissima panchina. Spesso, per la sua capacità di essere tra le riserve senza entrare mai, lo scambiavi per l’allenatore in seconda. Al ritorno da una trasferta, in pullman, per lui inventammo il coro “Rullo su mille ce la fa”. Uomo spogliatoio, chi l’ha conosciuto sostiene che come Lucarelli quest’anno sia stato fondamentale per i compagni.

E chiudo con Reja e il suo luogotenente Viviani. Edy è stata la colonna della rinascita, un signore sul campo e nella vita, uno che ha sopportato tanto e che vorrei vedere ancora tra le nostre fila. Magari come dirigente. L’anno della B e il primo di A seppe tirar su Hamsik, Gargano e Lavezzi, sopportare un presidente inesperto e iracondo e dei tifosi impazienti di “riprendersi tutto”. Un uomo così speciale che ancora adesso lo seguo con affetto e tifo un po’ per lui (quando non c’è conflitto d’interessi con la nostra Fede, ovvio).

Pensate a tutti loro. Meriterebbero di essere nel nostro stadio domani: senza di loro non saremmo qui, senza il loro cuore e i loro piedi imperfetti, senza la loro cazzimma e la loro voglia di vestire una maglia gloriosa in disgrazia. Ora che siamo lassù guardiamoci alle spalle e pensiamo a chi in Europa non c’è andato, ma che nella competizione più importante ha contribuito a portare noi. Quando alla lettura della formazione sentiremo risuonare Gianluca dagli altoparlanti e urleremo Grava- che a Napoli arrivò da Catanzaro per 50.000 euro- pensiamo a loro. Il miracolo di “Giandu” titolare nella partità più importante mai giocata dal Napoli è il simbolo più bello di questa strana rosa che abbiamo sciorinato: nessun campione, è vero, ma c’erano quando non era facile stare con noi. Grazie ragazzi, grazie a tutti. So che starete davanti alla tv e tiferete per noi. Fatelo senza risparmiarvi: se l’impresa diverrà più grande, sarà anche merito vostro. E tu Hassan, non pensare a quella gamba maledetta, e tifa quella maglia azzurra che hai amato da subito. Forza Napoli. Sempre.
Boris Sollazzo

P.S.: un grazie a Tania Sollazzo e Ferdinando Venezia, a Dario Bevilacqua e Domenico Zaccaria, ad Alessandro De Simone, Carlo Panico e Daniele Gallo con cui ho ricordato questi ragazzi in interminabili chiacchierate post-partita e viaggi di ritorno dallo stadio. E ora voi, se vi va, aggiungete i vostri nomi a questo elenco.

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