Totò, sei forte ma ti sei perso il meglio

L’Udinese vola, e lo fa sulle ali del suo giocatore più rappresentativo, Totò Di Natale. Quindicesimo gol all’attivo, novantanovesimo in serie A, capocannoniere in carica e detentore del titolo di miglior bomber della passata stagione. Chapeaux.
Eppure, non ditemi niente, per me Di Natale rimane un mediocre, anzi un debole.
Nella storia del calcio italiano non sono pochi i campioni che hanno trascorso buona parte (se non tutta) la propria carriera in una squadra di seconda fascia. Sono storie diverse che vanno lette nella loro specificità, ma si potrebbero ricordare gli esempi di Gigi Riva al Cagliari o il romantico finale di carriera di Roberto Baggio al Brescia. Gente che ha calcato i campi di provincia nel momento in cui queste squadre creavano un progetto, vincevano o si approssimavano a vincere, al principio se non al termine di una personale carriera ricca di soddisfazioni.
Di Natale fa eccezione. Di Natale, pur arrivato tardi a maturazione, il possibile salto di qualità ha preferito evitarlo ed è rimasto un campione di periferia. Ha rifiutato il trasferimento al Napoli, poi ha rifiutato quello alla Juve, e si è tenuto stretto la sua provincia. Un grandissimo talento speso in una cittadina senza ambizioni: segna? Bene. Non segna? Non fa niente, nessuno gli pianterà una storia per questo. A settembre si parte per salvarsi, poi quello che viene di più è tutto grasso che cola.
L’Udinese è un’ottima società, su questo non v’è dubbio. L’organico è ben assortito mentre gli osservatori hanno una capacità fuori dall’ordinario nel dragare giovani campioncini dai cinque continenti. Fino a qualche anno fa le sue partecipazioni ai tornei europei erano affatto casuali. Ma è un trampolino di lancio: Biehroff, Amoroso e Poggi, ieri; Iaquinta, Pepe e Quagliarella, oggi. Udine è la tipica piazza nella quale si ‘esplode’, per poi calcare campi più prestigiosi. Secondo voi Sanchez tra un anno frequenterà ancora il Friuli? No, è chiaro.
Totò, che ha rischiato di rimanere un’incompiuta, invece di benedire la tardiva maturazione con quella fame di recuperare il tempo perduto che ci si aspetta dal campione, ha tirato indietro la gamba al bivio più importante della carriera. Meglio la quiete del nord est che rischiare di giocare per lo scudetto o per il piazzamento in Champion’s con il progetto di de Laurentiis o con il senso di rivalsa della Juve. Non è un caso che con la maglia della nazionale non ha lasciato il segno, ma è stato protagonista di un anonimo europeo e un mediocre mondiale: lui la tempra nervosa per gestire questo genere di gare, dopo una vita tra Empoli e Udine, semplicemente non ce l’ha.
Complimenti Di Natale, giochi e segni con una semplicità disarmante. Ma non posso perdonarti il donabbondismo di questi ultimi due anni. Meglio prima donna a Udine che comprimario da un’altra parte? Sarà, ma rimane la sensazione che ti sei perso il meglio.
Roberto Procaccini

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