Io, juventino felice di una moglie ultrà azzurra

Se fossi il marito di Mazzarri avrei dei vantaggi. Almeno, economici. Aver sposato mia moglie equivale ad aver sposato Mazzarri. Ci avviamo allo stadio per Napoli contro Palermo. Mazzarri starà ancora a casa sua per quanto sia ancora presto.  Mia moglie invece è al volante. Salvo questo particolare, sono identici. Silenzio di tomba. Concentrazione assoluta. Dedizione totale. Io ho un po’ di freddo. Lei sta già tutta sudata. “Perché non parli ? Stai facendo la formazione ?”. Dico. “Perché non parli ?”. Niente. Vabbè. Sembra quel film di Natale. A ruoli invertiti. Lei che sta male e lui sta pensando a Toninho Cerezo. “A chi pensi, a Grava ?”.
Mia moglie è un ultras. Capita. Ho ancora negli occhi una scena da Inferno dantesco. Juventus-Napoli il goal del 3 a due di Hamsik: casa mia ostaggio di Carlo Alvino che piange a tutto volume e di mia moglie che corre di stanza in stanza, non ricordo se aprendo le porte, facendo sembrare lo stesso Alvino un pacato saggio sui vini. Vuole lo stadio. Ha bisogno di starci: curva o panchina. Abbiamo iniziato la sera prima. Dopo il secco trionfo della Juve a Catania. “Mi porti allo stadio ?”. “Cos’è, la tua risposta a Quagliarella ?”. Stiamo entrando al San Paolo. Saranno le sei del pomeriggio. “Mister, ma non è presto ?”. “No, il Palermo è forte”. Per me è quasi l’alba. Ci sono tre ore davanti e i panini son due. Per me, o alba o l’ora giusta resta comunque follia. Passiamo i tornelli. A Napoli-Juve l’addetto mi fece: “Quante donne stasera, so’tutte juventine”. Passiamo i tornelli. O meglio. Io li passo. Lei sta volando. Sarebbe passata comunque. Si guarda intorno come non ho fatto manco a tredici anni. “Lo stadio”. Eh. “Il campo”. Eh. “Il Napoli”. Eh ? “ Il Napoli”. Ah si. “Si chiama Napoli”. Ho capito. “La nostra unica fede, la nostra unica fede, la nostra unica fedeee…”. Ah ma non stavi parlando con me. Eri già al lavoro. “Come ?”. Niente. Mangiamo ? “Come fai ?”. A fare. “Come fai ? Siamo allo stadio, a casa del Napoli !”. Ah. Si. In effetti. E io che c’entro ? “Cornutiii !!!”. I tifosi del Palermo. Proprio di fronte a noi. Che tristezza. “Che hai detto ?”. Dico, che tristezza. “Ah allora stai con noi stasera”. Dico. Stai a Palermo e potresti tifare Juve. Invece sei qui, un lunedì di Dicembre al freddo, hai preso la nave, stai in una gabbia tipo Belushi e non hai mai vinto nulla in vita tua, non hai prospettive, all’epoca mia manco esistevi, t’avevano radiato, a Palermo veniva la Roma a giocare con l’Urss e tu tifavi Roma per disperazione. E devi pure riprendere la nave. “Ma loro sono sportivi, hanno speranze”. Speranza ? Diceva Sordi, ma ce l’hai una casa ? Stattene a casa. “Ma loro hanno una fede !”. Io invece ho un panino. Sto meglio io. “Non posso mangiare. Sono nervosa”. Mancano un’ora e pure tre quarti alla gara. Dai mister che non ti perdi nulla. Figurarsi. Mia moglie passerà il tunnel dell’interminabile attesa facendo pretattica su Campagnaro, guardando striscioni, soffrendo come una bestia. “Non ti fa effetto stare al San Paolo ?”. No. Già dato. Per anni. Nei due anni di Maradona, un applauso in tutto e come al tennis. “Come fai a non cambiare ? “. Scherzi. Sono ingrassato. Che poi non è cambiato niente. Io, lei, la gente che pensa alla Juve. La partita la fa il Napoli. Domina, senza segnare. Le chiamano grandi partite solo se le vinci. Sennò già l’indomani le hai perse su tutti i fronti. Il Palermo è troppo rinunciatario. Sembra una che fuma per darsi un tono. Gioca a fare la grande che specula. Si può amare anche nella delusione. “Andiamo via prima ?”. No. Guarda che a furia di batti e ribatti la tua squadra segna. Segna. Anni di stadio non sono passati invano: resto al mio posto coprendomi la faccia da abbracci e colpi di testa. Lei invece è con le braccia al cielo. E’ blu perso. E’suo. Se lei lo chiama cielo, io lo chiamo cappa. Se lei è contenta, lo sono anch’io.
Vincenzo Ricchiuti

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