Diego jr, due bambini
due amici, un pallone

Tu avevi undici anni e tutti ti guardavano e parlavano con curiosità e un po’ di soggezione. Eri piccolo con un nome immenso: Diego Armando Maradona. Agli occhi degli altri il Junior che seguiva era un’aggiunta inservibile a quella sequenza di lettere che lo precedeva. Funzionava come con La Bibbia a cui non serve l’accessorio secondario dell’aggettivo “Sacra”: è La Bibbia e basta, tu Maradona. Anch’io ragazzino, ma di qualche anno più grande di te. Quell’anno giocavamo nella stessa società in differenti categorie, ci incrociavamo qualche volta uscendo dagli spogliatoi o tornando dai campi. Tra di noi non più di qualche fugace saluto perché non avevo imparato a controllare le ginocchia che tremavano al cospetto del sangue che ti apparteneva.
Un pomeriggio di Novembre pioveva a dirotto. In tanti ragazzi non vennero ai campi e la seduta di allenamento non si svolse. Per me significava aspettare almeno due ore che tornassero i miei genitori a riprendermi al campo. Mi spogliai lo stesso, chiesi un pallone e sotto una fitta pioggia corsi verso il campo inzuppato. Eri alle mie spalle con qualche altro ragazzino della tua categoria, «Scusaaa, ma vai a giocare? » – mi chiedesti ad alta voce. Mi girai e ti spiegai  che pure se c’è  pioggia, anche da solo, avevo voglia di fare qualche corsa dietro al pallone. Convincesti anche gli altri quattro ragazzini che erano con te a spogliarsi e venire sul campo, ti seguirono. Qualche passaggio, tiri in porta e poi partitella tre contro tre. Allora eri un po’ sopra la media rispetto agli altri ragazzini, la tecnica non ti mancava. Vedevo in te che ogni passo, ogni gesto, ogni movimento era dettato da un esercizio costante, sono certo che imponevi al corpo di mantenere nelle movenze un controllo e una grazia che sono rari da vedere in ragazzini così piccoli. Volevi somigliare.
Ogni tua mossa era imposta da un testamento che nessuno ti obbligava ad accettare, ma l’amore quando è puro e incondizionato porta a seguire, eseguire, inseguire anche nella sproporzione di un’impresa troppo grande. Non ti biasimavo Diego. Pur senza sangue e senza cognome ci provavo pure io nei pomeriggi in giardino in cui piazzavo sedie sui tavoli per creare una barriera e provare ad imitare le Sue magiche punizioni fino allo sfinimento. E, in partita, se qualcuno mi atterrava con un fallo incrociavo le gambe a terra portando le mani sugli stinchi o su una caviglia. Da capitano mi piazzavo davanti all’arbitro con il numero 10 e con le mani dietro la schiena. Allora giocare insieme quel pomeriggio ci permise di riconoscerci più che conoscerci. Ci guardavamo e senza parole avevamo capito già tutto. Eppure caro Diego devo confessarti che per te provavo un’infinita tenerezza più che ammirazione. Senza essergli figlio a me è toccata molta più fortuna con Lui rispetto a te. Io ho vissuto almeno qualche anno Maradoniano, la Uefa e il secondo scudetto sono impressi a fuoco nel cuore e nella mente, a te è toccata la maledizione che pur essendo sangue Suo non hai visto la città friggere al cospetto delle Sue magie. Oltre al diretto contatto con un padre, ti è mancato anche quello con il calciatore. In campo ti guardavo e pensavo questo. Non dissi nulla.
Parlo ora perché siamo in età giusta per queste confessioni. Eppure sono certo che in noi albergavano gli stessi riti, le stesse usanze, la solita liturgia dopo il Suo addio a Napoli. Sono sicuro che anche tu hai passato intere giornate a far rullare i nastri delle videocassette su cui erano impresse le Sue magie. Le lacrime che sgorgavano a fiumi per quel colpo di testa contro il Milan o per quella punizione in area contro la Juve con il pallone che accarezzava l’incrocio e finiva in porta.
Piango ancora adesso Diego nel ripensare a quelle immagini. E non so se piango per l’emozione della bellezza e del significato di quei gol o perché, anch’io come te, quelle scene ho potuto vederle solo su uno schermo negli anni in cui avevo facoltà di poterle comprendere. Ero già nato eppure non conservo la sensazione di aver vissuto quei miracoli che Lui sapeva far capitare. Sono lacrime diverse da quelle che bagnavano il mio viso di bambino dopo quel colpo di testa per servire Ciro Ferrara nella finale di Coppa Uefa. Lì c’ero. E furono altre lacrime il 14 Febbraio 1990 quando per il mio onomastico mi portarono a vedere Napoli-Milan di coppa Italia. Perdemmo 3-1 e Lui segnò su rigore sotto i fischi e le urla della curva A che gridava «fuori fuori» prima che tirasse. E io dicevo parolacce a valanga contro chi inveiva davanti agli occhi increduli e un po’ mortificati dei miei genitori. Vedi, caro Diego, scopriamo ora che le lacrime hanno sapore e consistenza diverse a seconda delle circostanze. Se mi concedi l’aberrazione, siamo stati entrambi orfani, ma le tue lacrime sono di certo più salate delle mie.
Sul campo di quel pomeriggio piovoso iniziò una breve amicizia. Ero più grande di te in un’età in cui piccoli scarti di tempo generano differenze abissali. Di te mi colpì la straordinaria maturità, la capacità di gestire le domande insolenti che con naturalezza ti rivolgevano i tuoi coetanei. Loro parlavano di Maradona, per te era tuo padre.
Noi invece non parlammo di nulla se non della partita che avevamo giocato. Però con gli occhi ci dicemmo molte più cose di quanto tante parole possono spiegare. E, ogni mattina, prima di entrare a scuola io mi fermavo su una panchina di Pozzuoli con gli amici. Passavi di lì per andare alla tua scuola in macchina con tua madre. Sfrecciando ti scorgevi in piedi e dal finestrino ti sbracciavi per salutarmi. Ne è passato di tempo caro Diego. Adesso noto da qualche immagine televisiva che hai imparato ad essere semplicemente Diego, te stesso senza vincoli di appartenenza. Di te mi resta il primo pensiero che mi balenò in testa quando ti conobbi. Non ho cambiato il mio giudizio. Sei un discreto calciatore, assolutamente niente di eccezionale. Però eri e sei un gigante di autocontrollo. Nessuno meglio di te poteva portare con più grazia la zavorra incombente di quel cognome. Sin da bambino avevi un’umiltà e un’educazione eccezionali nell’accettare le frasi più ficcanti e fastidiose che certi ragazzini per invidia potevano rivolgerti. Una straordinaria capacità di saper vivere sotto luci e riflettori che non avevi chiesto. Non avevi colpe per questo, non tu. Ricordo di quando andavamo a giocare il Torneo di Natale e arrivavano le televisioni da ogni parte del mondo per scoprire se maradona era Maradona. Ma questa è un’altra storia. Non spetta a me giudicare. Potremo parlarne se un giorno le strade della vita ci porteranno ad incontrarci ancora. Per ora conservo a mente i raggi di un arcobaleno su un campo di calcio dopo una nostra partita. Segno di un’alleanza che non si può cancellare.

P.S. Chiedo scusa se particolari sensibilità possano trovare irriverente usare la maiuscola in riferimento a Diego, come si fa con l’Altissimo. Ma anche il calcio ha le sue divinità..
di Valentino Di Giacomo

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