Da ‘o barbiere ‘e Pusilleco a Ivan il terribile

E così, dopo la bestiale serata di Genova anche la memoria deve fare un tagliando per riposizionare certe immagini in archivio e valutarle in una luce differente. Sempre poco chiara, quella luce, ma diversa da come era stata impostata. Perché se siamo al punto di vedere uno stadio ostaggio e preda di scalmanati che impediscono con violenza la partita in programma, e lo fanno non per un’idea sbagliata e distorta del calcio ma per cupe e inquietanti motivazioni politiche, allora il ricordo di certe vecchie invasioni di campo acquista un colore più morbido. I tifosi protagonisti di quelle “discese in campo” commettevano un errore e un reato. Errore perché danneggiavano proprio la squadra che volevano incautamente sostenere. Reato, naturalmente, perché violavano codici e regole. Ma a differenza dei “neonazi” serbi apparsi a Genova, e di quanti anche in Italia mascherano spesso col tifo impulsi di violenza politica, gli invasori d’un tempo agivano per la scossa che arrivava da gol annullati, palesi ingiustizie arbitrali, valutazioni sconvenienti d’un guardalinee, comportamenti negativi della propria squadra. Nulla che potesse giustificare un’invasione. Ma se invasione c’era, rientrava- nella gran maggioranza dei casi – nell’universo dei segni calcistici e della passione smodata per il football. Altre radici, risalenti a furori ideologici o ad ondate di odio politico estremo, non ce n’erano. Per questo, i fatti di Marassi acquistano un sapore amaro e fanno suonare un forte campanello d’allarme. “Non ci sono più le invasioni di una volta”, vien da dire per esorcizzare i brutti pensieri. Una come quella del 6 novembre del 1955 allo stadio del Vomero. Napoli-Bologna sembrava una passeggiata trionfale per gli azzurri. Un gol di Vinicio e due di Giancarlo Vitali e al 70′ era tre a zero. Ma il Bologna ebbe un sussulto, coi difensori partenopei stanchi e distratti:  3 a 2 . E al 90′ l’arbitro Maurelli di Roma fischiò un rigore contro il Napoli per un fallo discutibilissimo. Tirò Pivatelli. Tre a tre. Fu l’inferno. Le cancellate ondeggiarono, la folla premeva e presto fu in campo, fronteggiata dalla polizia. Una battaglia che di sportivo non aveva proprio nulla. Quasi 150 feriti. Tra loro, il capotifoso noto a tutti come “’o barbiere ‘e Pusilleco”:  il giorno dopo, il suo volto sanguinante era su tutti i giornali. Ma era il volto di un tifoso esagitato, non quello di un sobillatore paranazista. Mimmo Liguoro

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