La Diego tax
e i suoi tifosi

Si scrive Maradona, si legge polemica. Ogni volta che l’ombra paffuta del Pibe de Oro comincia ad allungarsi su Napoli, state pur certi che gli animi si accenderanno fino a far divampare l’incendio. Il copione si replica anche nell’ultima occasione, l’eventuale ritorno di Dieguito allo scopo di festeggiare i suoi primi 50 anni disputando al San Paolo una partita tutta amarcord e beneficenza tra i due Napoli scudettati (e ormai sovrappeso come il loro indimenticato numero 10). Bella l’idea, subito raccolta e messa in cantiere da Salvatore Bagni, amico dei giorni partenopei più lieti. Peccato, però, che non appena l’eroe dei due mondi calcistici si avvicina anche solo virtualmente ai confini nazionali, quei cattivoni del fisco comincino a tessere le loro trappole per provare a riprendersi (sia pure in modestissime rate) i 31 milioni di euro (37 con gli interessi) evasi dal campione argentino. Circostanza che ha spinto il noto opinionista Giampiero Mughini a scrivere su Libero che quella montagna di soldi Maradona «la deve a noi tutti, e dunque anche alla gente di Napoli. Che razza di "cuore" è quello che poggia su un’evasione fiscale e su un furto alla collettività così enorme?»
Il grido di dolore di Mughini rimarrà inascoltato: quello ai danni del traballante erario è stato senz’altro il più lungo e ubriacante dei dribbling di Maradona, e come tale la nostalgica tifoseria locale non lo giudica una colpa grave, ma anzi uno dei suoi tanti colpi da fuoriclasse, degno di ola come la magia balistica che s’infila nel «sette». E i loschi agenti del fisco che in passate occasioni gli hanno pignorato qui il cachet di una comparsata tivù, lì qualche Rolex o un paio di orecchini, vengono giudicati spietati boia al pari di Goikoetxea, il terzino basco che con un atroce fallo rischiò di stroncarne la carriera quando il Pibe ancora giocava nel Barça. Del resto, lacreme e core napulitano a parte, questo è il Paese il cui attuale presidente del Consiglio ha sostenuto che in certi casi non pagare le tasse sia moralmente giustificabile: chi mai potrà convincere gli italiani che sia un reato ignobile non versare alla collettività il dovuto? E non varrà (almeno!) 37 milioni la gratitudine dei napoletani verso l’uomo che ha restituito loro la dignità? Certo, solo la dignità calcistica, grottesco surrogato di quella civile: ma tanto basta a «giustificare moralmente» ai loro occhi il fatto che Maradona torni a Napoli (magari un giorno anche in via definitiva, per allenarne la squadra) accolto non da evasore, ma da trionfatore. Sai-perché-mi batte il corazon, faceva la canzoncina dei tempi belli; pateticamente legata al ricordo dell’età dell’oro, la Napoli che ha visto Maradona replica alle accuse mughiniane con gli esempi di Pavarotti o di Valentino Rossi: altri due superevasori cui alla fine il fisco ha concesso sostanziosi sconti sul maltolto; dimenticano però che il Tenorissimo e il Dottore hanno sia pur faticosamente scelto di patteggiare, mentre l’Asso del pallone si è limitato a tagliare la corda. E adesso è costretto a sperare, per tornare in Italia evitando l’opprimente marcatura a uomo da parte della Finanza, che la boutade della senatrice pdl Ombretta Colli si trasformi in realtà: una «colletta» da lanciare fra tutti i napoletani di buona volontà per ripianare il debito maradoniano con lo Stato (e con ciascuno di noi). Se non dovesse bastare, si può sempre ricorrere a un prelievo forzoso dai conti correnti di tutti i napoletani, magari gestito dagli intellettuali del Te Diegum. Prima, però, lasciatemi il tempo di cambiare la città di residenza.
di Antonio Fiore (da Il corrieredelmezzogiorno)

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