Le confessioni
del barbiere del Gallo

La prima volta che entrò nel mio locale di Testaccio ebbi subito la sensazione che quella, per lui, doveva essere una giornata particolare. Erano giorni che girava intorno al mio salone, lanciava un’occhiata, poi trascinava le sue Birkenstock un po’ più in là, ingobbito, col passo felpato e stanco come un Cannavaro Fabio, il collo ritorto, il mento leggermente sollevato, quasi a sottolineare un rimorso, una tentazione inconfessabile, un’occasione perduta. Il suo era un rito quasi quotidiano, come la mia attesa di quel sandalo inafferrabile, di quell’ombra impalpabile come un dribbling di Lavezzi. I suoi giri concentrici e ciabattati alla Gargano finivano sempre dalle mie parti, con quell’occhiata furtiva e quell’inesorabile superamento del guado, senza mai un affondo alla Maggio, un inciampo alla Pazienza , un’arabesque improvvisa alla Quagliarella.
Era come se mi studiasse. Ma presto mi accorsi che ero io a studiare lui. Accadde un  lunedì mattina, quando notoriamente i barbieri sono chiusi, lo sanno tutti, anche i calvi e i capelloni. Eppure lui era passato lo stesso dal mio locale, aveva lanciato la solita occhiata aquilina ma distratta, che si era infranta, stavolta, sul mio viso beffardo, come un cross di Dossena sulla schiena di un difensore: mentre lavavo a terra, gli avevo mostrato il mocio vileda scuotendolo come lo scalpo impazzito di un Hamsik dopo un gol. Come a dire, amico, non è giornata, pedala.
Eppure, forse in quel momento, per la prima volta, avevo scorto in lui un reale segnale di interesse, come se il suo proverbiale snobismo fosse stato per un attimo intaccato dalla mia estraneità, come se, per la prima volta, avesse avuto davvero voglia di concedersi alla mia forbice, nell’istante esatto in cui io, sprezzante, gliela negavo. Avevo perso una grande occasione e ne ero consapevole, ero come un Denis in area di rigore, smanioso e paralizzato. Pensai a lungo, nei giorni successivi, a come le grandi emozioni, l’amicizia, l’amore, la pazzia, il sogno e perfino la verità, nascano dalla tentazione di un attimo e dal rifiuto di una vita.
Perché ci interessa sempre e comunque qualcosa o qualcuno a cui noi non interessiamo, se trascorriamo la vita cercando di segnalare la nostra presenza al mondo? E perché ricevendo tante generose e straripanti attenzioni ne ricaviamo solo la conferma di non interessare a nessuno? Come a dire, perché nessuno fa un’offerta seria per Datolo?
Mi interrogai a lungo su quelle domande, senza coglierne il senso, ma una cosa mi era chiara. Lui sarebbe tornato. Era come Blasi: allo sdegnoso rifiuto avrebbe opposto un ritorno dispettoso. Accadde un sabato mattina. Avevo il locale completamente vuoto, come un’area di rigore del Napoli con Rinaudo centrale. Lui entrò direttamente, senza dire una parola, e nulla disse fino al completamento del gesto tecnico, peraltro di scarso valore professionale, una macchinetta a pettinino tre con basetta alta, mezz’ora in tutto, trascorsa senza un commento, un dettaglio in più, oltre quell’incipit tricologico sussurrato sullo sgabello quasi a malincuore: “Faccia lei”. Lui tifava Napoli, lo avevo capito da come azzannava con lo sguardo la pagina del Corriere dello sport con la notizia del rinnovo del contratto a un certo Poco, Poncho, Pancho, non mi ricordo. Ma era un napoletano atipico: non parlava. Un napolista, ecco, di quelli che parla quando c’è da parlare, a chi dice lui, se e come dice lui. A me, nulla, neanche un’idea, un indizio, un cenno di sé. Come un Bigon al calciomercato, come un Donadoni nel secondo tempo di Inter-Napoli 3 a 1.
Ero solo il suo barbiere, il suo barbiere ideale, rapido, silenzioso, disinteressato a lui (povero ignaro…). E soprattutto, avevo finto di non cogliere un dettaglio clamoroso, la spià di una giornata forse memorabile, quella di un incontro con un possibile rifiuto, forse finto, ma non importa. Era un giorno speciale, il suo: aveva messo le scarpe. E aveva scelto me come suo barbiere, il barbiere del Gallo: ce l’avevo fatta, ero dalla sua parte, e avevo scoperto il segreto per essergli amico: non dirglielo mai. Come mai gli avrei confessato che sotto quel camice bianco si nascondeva un uomo che il destino cinico e baro aveva costretto a passare dalla tre punte alle doppie punte, un uomo che viveva a zona e non sapeva difendersi dalla vita, un uomo che un giorno avrebbe dato un nome a quel luogo dell’anima dal quale osservava il mondo: il salone del boemo.
<strong>Luca Maurelli</strong>
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