Icardi: un’autobiografia per giustificare l’amore con Wanda Nara

Il discusso libro di Icardi: la nascita a Rosario, i problemi al Barcellona, l’Italia. E soprattutto la storia con la sua attuale moglie.

Icardi: un’autobiografia per giustificare l’amore con Wanda Nara

Sono due le cose che colpiscono nel leggere l’autobiografia di Mauro Icardi (“Sempre avanti. La mia storia segreta”, edita da Sperling&Kupfer e scritta con Paolo Fontanesi): la prima è la necessità che sente il calciatore di far conoscere al pubblico le vicissitudini della sua vita e i sacrifici sostenuti per arrivare fino al punto in cui è oggi (“Se la gente sapesse da dove sono partito, e quanti sacrifici ho dovuto fare prima di arrivare al top, ci penserebbe dieci volte prima di parlare. È per questo che ho scelto di raccontarmi in un libro: voglio far capire a chi lo leggerà, chi è el niño del partido di Rosario”, scrive); la seconda è il tentativo disperato – che si avverte quasi in ogni pagina del libro – di ricevere un’assoluzione per il matrimonio con Wanda Nara. È quasi palpabile la richiesta di Icardi al pubblico, sembra dire: ‘Per piacere, smettetela di giudicarci. Non consideratela una strega’.

Fatta questa premessa, addentriamoci in questa autobiografia che procede a strattoni, tra un capitolo di attualità ed uno riguardante il passato, scritta in maniera molto semplice ed immediata, con pochi filtri, potremmo dire piacevole, sicuramente scorrevole.

Mauro Icardi racconta le sue origini, la sua terra, Rosario e il quartiere di La Ceràmica, dove è nato il 19 febbraio 1993, con le sue villas, baracche abusive fatte di polistirolo, cartone e tende dove la gente viveva (e vive ancora, dice) nella miseria più assoluta “e dove la droga, insieme alla criminalità, faceva decine di morti ogni giorno”.

Racconta della sua famiglia, dei genitori che lo hanno sempre trattato come un adulto (“poche coccole e poche moine. Non mi indoravano la pillola”) e che però facevano di tutto per non fargli mancare l’essenziale. Soprattutto, Mauro ringrazia genitori e nonni per avergli insegnato l’importanza della scuola e a stare lontano dalla delinquenza:

A me i soldi hanno cambiato la vita, non la testa – scrive – Non sono scampato a quei giri per il calcio, ma per la mia famiglia.

Mauro racconta che da bambino non aveva paura di niente e di nessuno, tranne che di suo padre (“Mi faceva paura già quando alzava la voce”), un uomo grande e grosso che incuteva timore solo con uno sguardo (ma al quale lo lega un rapporto di profonda stima e riconoscenza) con il quale andava a caccia di rane e che lo ha iniziato al calcio. La mamma, invece, era più permissiva e docile, anche se non lesinava botte quando era il caso. Il padre aveva sposato la madre in terze nozze. Mauro così si ritrova con cinque tra fratelli e fratellastri: Franco, nato dal primo matrimonio; Aldana e Juan Jesus, frutto del secondo; Martina e Alessandra, nate dal terzo matrimonio del padre con sua madre, appunto.

La sua giornata tipo, da bambino, trascorreva tra fionda, pallone e biglie. Mentre i suoi amici, a sette anni, possedevano già una pistola, lui andava in giro con la fionda, per catturare uccelli, che poi mangiava. Niente PlayStation né giochi da tavola né telefonini e nemmeno orologi, né per lui né per i fratelli (“Il primo cellulare me lo sono comprato da solo a quindici anni, quando mi sono trasferito a Barcellona e ho guadagnato il primo stipendio nelle giovanili del Barça”), niente fumetti o libri di favole o avventura. Ammette che da bambino leggeva solo i libri di scuola e che ancora oggi legge pochissimo (“Più che altro sfoglio i libri che mi regalano, e mi soffermo sulle figure”, dice. Ecco, potete scatenarvi…).

Spesso aiutava la madre nei lavoretti che faceva per arrotondare, come preparare e vendere porta a porta gli alfajores, biscottini tipici della pasticceria sudamericana (“A cinque anni ero già così autonomo da fare le consegne da solo”) o recuperare alla fabbrica dei detersivi appena fuori dal quartiere dei fusti da venti litri “per poi dividerli in contenitori più piccoli e venderli casa per casa”.

I genitori gli compravano un solo paio di scarpe buone l’anno, per andare a scuola. Per tutte le altre necessità, Icardi aveva solo un paio di espadrillas alle quali, però, si bucava subito la punta giocando a calcio nel campo fatto di sola terra. Viene vestito dalla famiglia grazie al treque, il baratto. Inizia molto presto a guadagnare qualche spicciolo facendo il parcheggiatore nei pub, nei ristoranti e nelle discoteche e rubando monetine dalle fontane dove la gente le getta in cerca di buona sorte. Il pomeriggio va a scuola, dall’una alle cinque, e della scuola racconta l’odioso obbligo di indossare il grembiule, le sue prime insegnanti e il fatto che gli sequestravano sempre le figurine portate in classe.

Appena possibile, Mauro corre ad allenarsi al campo di calcio accanto a casa sua. A cinque anni indossa la sua prima divisa da calciatore, quella del Club Infantil Sarratea. È il padre ad iscriverlo alla scuola calcio del quartiere: era stato una promessa del calcio e voleva che il figlio ripercorresse la sua strada, quella che aveva dovuto abbandonare quando era morto suo padre e, per sostenere la famiglia, era dovuto andare a lavorare come garzone in una macelleria (“Mi prometteva un pancho con la cola se segnavo – racconta – Forse è stata la fame a non farmi smettere più”).

Il padre annotava in un quaderno tutti i gol del figlio, i nomi delle squadre e i luoghi delle partite. Mauro attribuisce parte del suo successo da baby calciatore alle scarpette in pelle con i tacchetti che il padre gli aveva comprato con tanto sacrificio, un paio di Puma King gialle e blu che indossava anche Martin Palermo, “il miglior marcatore di tutti i tempi della storia del Boca Juniors, con 236 gol complessivi” e che aveva usato anche Pelè. Era il padre stesso a pulirle, alla fine di ogni allenamento, “con una dedizione commovente”. Icardi ricorda che gliele aveva comprate di una misura più grande perché gli durassero un anno in più e che “per non farmele sfilare mettevo due paia di calzini e un sottopiede di sughero alto quanto una bistecca. Per evitare invece che il piede mi slittasse in avanti inserivo uno strato di cotone in punta”. Giocava con i bimbi della sua età ma anche con quelli più grandi di un anno, con i quali aveva il ruolo di portiere.

Tre le fasi più importanti della sua vita, scrive nel libro: l’infanzia a Rosario, il trasloco alle Canarie e l’arrivo a Barcellona. Nel 2002, quando ha solo 9 anni, Icardi trasloca alle Canarie, a Vecindario, piccola città della parte meridionale dell’isola, dove il padre decide di portare la famiglia per scappare dalla crisi economica e dalle rivolte popolari che si temono in Argentina. Sostiene il provino per entrare nell’Union Deportiva Vecindario e in quell’occasione conosce il piccolo Sebastian, che lo inizierà ai giochi elettronici e alla PlayStation (Mauro dice che le sue squadre preferite erano già all’epoca l’Inter e il Liverpool), al wrestling (che ancora segue con figli) e alle prime vacanze serie della sua vita, grazie all’ospitalità della famiglia agiata dell’amico. In sei anni con il Vecindario segna 384 gol e porta la squadra a vincere più volte il campionato, tanto che, a tredici anni, il suo nome inizia a rimbalzare da un club all’altro in Europa. Nel 2008 in occasione della vittoria dell’importante torneo di Vilaflor, a Tenerife, un osservatore spagnolo segnala il suo nome ai responsabili tecnici della cantera, settore giovanile del Barcellona.

Il contratto con il Barça viene firmato il giorno del suo compleanno. Mauro racconta che, appena trasferito, i dirigenti gli impongono di abbandonare il ciuffo biondo: erano “molto rigidi, non volevano che i ragazzi avessero capelli tinti, portassero orecchino o seguissero mode giovanili”.

Mauro Icardi al Barcellona

È a Barcellona che inizia la terza fase della sua vita. Un avvio difficile, con un grande senso di solitudine lontano dalla famiglia, di abbandono, tanto da vedere la firma del contratto con il Barça quasi come una punizione

Non volevo andare a scuola, stavo sempre sotto un albero del campo dove il pomeriggio ci allenavamo ad ascoltare musica reggae.

Dopo un mese, però, Icardi si abitua e prende confidenza con i compagni. Definisce ottimo il rapporto di grande empatia con Sergi Barjuàn, succeduto a Francisco Javier Garcia Pimienta alla guida della cantera (“L’importante è che fai gol, diceva, poi se vuoi fare una serata falla, basta che non perdi di vista il tuo obiettivo”), ma non nomina mai Guardiola con il quale non sono mancati gli attriti. Racconta una vita frenetica dietro gli impegni imposti dal club: “Sveglia alle 7, dieci minuti per vestirsi, dieci per fare colazione, e alle sette e trenta partivo con il pullman che mi portava a scuola. Alle due tornavo in pullman a La Masia. Dopo pranzo avevo diritto a un po’ di riposo, solitamente fin verso le quattro, poi c’era l’allenamento, che durava fino alle sette. Alle otto cenavo insieme a tutta la squadra, e dalle nove alle dieci c’era il tempo per fare i compiti o per studiare, insieme a un insegnante che ci aiutava a sistemare un po’ le idee e, soprattutto, controllava che nessuno di addormentasse sui libri”. Una vita che definisce dura e monotona:

Se volevo uscire per passare una serata diversa dalle altre, dovevo chiedere il permesso, ma in ogni caso alle undici dovevo assolutamente rientrare. Così capitava che il più delle volte rinunciavo in partenza.

Dopo tre mesi Icardi non ce la fa più e inizia a trovare il modo per sfuggire ai controlli e rientrare più tardi, anche alle quattro del mattino, ma “scarico e fresco”.

È a Barcellona che comincia a guadagnare i primi soldi, mille euro al mese tutti per lui, dal momento che gli veniva pagato tutto il resto dal vitto all’alloggio al materiale scolastico. È sempre a Barcellona che, racconta, “ho imparato a conoscere il mondo e bruciato le tappe dell’adolescenza… Le esperienze che avrei dovuto fare a vent’anni le ho fatte a sedici (anche con le donne, ndr), ecco perché oggi mi sento proto ad essere un buon padre di famiglia”.

Con il Barça però qualcosa si rompe già a fine 2008: Mauro accusa i dirigenti di volergli imporre anche di parlare catalano, definisce la loro “una rigidità mentale che non ha alcun senso. Il catalano è una specie di dialetto che parlano solo loro, un mix di spagnolo italiano e francese. Io non volevo parlare questa lingua, perché non mi sarebbe servita in nessun’altra parte del mondo”. Racconta che pretendono un  comportamento serio e responsabile senza la minima preoccupazione per le esigenze affettive dei calciatori:

Dovevamo essere macchine da guerra per la vittoria, obbedire e combattere, il resto non contava.

Nel febbraio 2010, in occasione del suo diciassettesimo compleanno, Icardi commette quella che definisce “la follia che passerà alla storia”. Vuole festeggiare con i compagni di squadra e così sceglie di farlo a La Masia, residenza dei giovani del Barcellona. Acquista vodka, whisky e limoncello in quantità e a mezzanotte dà inizio alla festa, solo che, ad un certo punto, perde il controllo: prende l’estintore appeso al muro delle scale e inizia a spruzzare la schiuma dappertutto. “Non ero ubriaco – dice – solo euforico e volevo lasciare il segno”. Quando arriva il momento di pulire, lascia che a farlo siano il custode ed alcuni compagni, e va in discoteca fino alle 5 del mattino. Al rientro, due ore dopo, il direttore esige spiegazioni: non ha trovato la prova del reato, perché prima di andare in discoteca Mauro ha provveduto a gettare le bottiglie vuote in un bidone fuori dal Camp Nou. Il direttore chiede ai giocatori ospitati a La Masia di raccontare per iscritto la loro versione dei fatti per appurare la verità: “I miei compagni si erano messi d’accordo per raccontare una storia fittizia ma il più possibile simile alla realtà incolpando un gruppo di ragazzi esterni a La Masia”, racconta Mauro, sottolineando che aveva chiesto a tutti di raccontare la verità e di lasciare che si accollasse lui l’intera responsabilità, ma gli amici lo coprono e “nella lettera sono stato l’unico a raccontare per filo e per segno quanto successo”. Risultato: espulsione per 15 giorni e, al rientro, l’esclusione da La Masia, che lo costringe a trovare posto in un appartamento con altri giocatori più adulti.

È il mese di novembre e Nunzio, un ragazzo italiano che vive a Barcellona, segnala il nome di Icardi ad un’agenzia di procuratori di Milano, la Top Eleven. L’interesse da parte della Samp è immediato: anche se il Barcellona tenta di ostacolare la trattativa di gennaio, il contratto si conclude comunque velocemente per la volontà di Icardi di andar via da Barcellona. Scrive: “Avevano la filosofia di preferire i giocatori di bassa statura, i nanetti come li chiamo io, con caratteristiche totalmente differenti dalle mie. Proprio per questo il grande Ibra non si era trovato a proprio agio. Sapevo di giocatori che al Barça avevano finito male la loro carriera perché lasciati fuori dalla prima squadra e poi persi nel nulla”.

Arriva così il trasferimento a Genova, il 27 gennaio 2011. Dei primi giorni Icardi racconta la necessità di doversi abituare al “freddo esagerato”, la solitudine (più volte nel corse del libro ripeterà che si pensa alla vita dei calciatori come ad una vita piena di amici e che invece i rapporti veri si contano sulle dita di una mano) e che per colpa del ritardato invio del transfer da parte della Fifa il primo mese non può giocare, ma solo seguire allenamenti: solo dopo Mauro viene a sapere che tutto nasce dal fatto che i dirigenti del Barca hanno raccontato al mister una bugia, e cioè che non si allena da due mesi.

Mauro Icardi con la maglia della Sampdoria

Icardi racconta i piccoli grandi sogni che riesce a realizzare, come l’acquisto di una Hummer color oro che trova al mercato dell’usato di Madrid e per comprare il quale chiede addirittura un prestito in banca in attesa che gli arrivi il primo stipendio dalla Samp. E racconta anche del bel rapporto di amicizia che si instaura con Maxi Lopex, che lo invita spesso al compleanno dei figli e alle feste degli amici.

Dopo due anni, arriva il passaggio all’Inter, fortemente voluto da Moratti, racconta. Dell’esperienza all’Inter racconta l’operazione per curare la pubalgia, l’appoggio incondizionato di Mazzarri, le cure alternative a cui si sottopone di sua scelta per attutire un dolore che definisce terribile, la ribellione verso la società che gli impone un allenamento che nelle sue condizioni non poteva sostenere, e anche la crisi del gennaio 2014, quando Branca pensa di restituirlo alla Sampdoria e, in conseguenza del suo rifiuto, decide di non farlo quasi mai giocare fino alla fine del mercato. Poi il ritorno in campo e la partita del 13 aprile, quando torna da ex al Marassi e incontra di nuovo Maxi dopo che ormai Wanda Nara è diventata la sua donna: “Contro di lui non avevo nessun rammarico. È stato lui a negarmi la stretta di mano a inizio partita”. Però ci tiene a specificare che lui ha lasciato in ricordo una doppietta mentre Maxi ha sbagliato il rigore.

Soprattutto, della sua vita all’Inter fin qua, Icardi parla dell’importanza di indossare da due anni la fascia di capitano (che scrive con la C maiuscola, per il peso che dà al ruolo) e, soprattutto, ha bellissime parole per Zanetti, che apprezzava già prima di passare all’Inter: “Quando lo incontravo mi sentivo in famiglia. Mi colpiva il suo stile da gentleman: era un grande campione e sapevo che da lui avrei potuto imparare molte cose”.

Mauro Icardi, capitano dell'Inter

E poi, naturalmente, racconta l’episodio tanto contestato in queste ultime settimane, quello del Mapei Stadium, al quale riconduce l’inizio della guerra con la sua tifoseria dopo essere stato amato sin da subito dai supporters nerazzurri. Sono pagine che ormai conosciamo a memoria, e sulle quali, perciò non ci soffermiamo. Ma, dopo aver raccontato la sua verità sull’episodio dello scontro con gli Ultràs, Icardi torna immediatamente ad elogiare  i tifosi, cosa a cui forse non è stato dato il giusto peso: “Oggi tra me e i tifosi della curva nord c’è rispetto reciproco, com’è giusto che sia – scrive – Anche loro hanno un ruolo importante per il successo della squadra” e si dice felice, moltissimo, di quando lo stadio acclama la squadra e la sostiene.

Chissà cosa penserà adesso di Zanetti, dopo la resa a cui la società lo ha costretto, lo stesso Zanetti che elogia in ogni pagina del libro, del quale dice che “rimarrà sempre un esempio a cui puntare”, e capitano prima di lui (“sono orgoglioso di aver ereditato fascia che lui ha indossato per 15 anni”).

Fin qui una autobiografia sulle sue origini e sulla sua carriera da calciatore. Se non fosse che Icardi, oggi, pur essendo uno dei calciatori più forti in Italia, è considerato soprattutto il marito di Wanda Nara. Ad Icardi, per meglio dire, non viene ‘perdonato’ di aver scelto Wanda come moglie, la ex di un compagno di squadra. Poco conta, agli occhi del pubblico, che lui non abbia scelto solo Wanda, ma anche tre figli non suoi, e che li abbia fatti diventare immediatamente la sua famiglia.

L’amore con Wanda viene spiegato nei minimi dettagli, quasi come se Icardi, appunto, volesse giustificarsi e dimostrare la solidità della sua famiglia. Tanto per cominciare, racconta che il primo passo lo ha fatto Wanda alla vigilia della partenza di Mauro per gli Stati Uniti per una trasferta, dopo poche settimane dall’arrivo in nerazzurro, con un messaggio su whatsapp e una scusa banalissima. A lui però non dispiace e, quando torna, è il primo a contattarla. Partono così per la famosa vacanza di tre giorni alle Eolie con la famiglia di Wanda e Maxi e quella di Bergessio (famosa perché uno scatto di un tuffo di Mauro dallo yacht postato da Wanda su Instagram fa guadagnare a Mauro una multa di 10mila euro da parte della società per aver tenuto un comportamento pericoloso e dunque sanzionabile). Icardi giura che in quell’occasione non è successo nulla, al di là delle dicerie. Racconta che il rapporto di Wanda e Maxi dopo cinque anni si stava spegnendo e che lei aveva già deciso di tornare in Argentina, giura che quella che li legava era ancora soltanto una profonda amicizia. Come se ci fosse bisogno di spiegare, appunto: “Ci parlavamo tutti i giorni e ci raccontavamo qualsiasi cosa, persino quello che avevamo mangiato a pranzo e a cena. Poi Wanda, per farmi sentire partecipe della sua vita, mi mandava le foto dei bambini ai quali volevo molto bene e che in vacanza si erano molto affezionati a me”. Lui, di tutta risposta, le sconsigliava di separarsi per il bene dei bambini. Poi il crescendo e infine, il 27 ottobre, il fidanzamento. Sono i tempi in cui Icardi accusa i primi disturbi per la pubalgia e nello spogliatoio dell’Inter si inizia a vociferare che sia causata “da un’eccessiva e sfrenata attività sessuale con Wanda”, una roba che giudichiamo di uno squallore senza fine. Tanto da costringerlo a prendere da parte singolarmente tutti i compagni di squadra per spiegare loro la situazione, come se uno non fosse autorizzato ad essere fidanzato con una ex di un compagno calciatore. Ammette pure, però, che l’unico a dargli torto è Milito, mentre tutti gli altri erano dalla sua parte.

Nel gennaio 2014, Mauro porta Wanda e i bambini a vivere con lui a Milano. Tre figli non suoi: Valentino, di quattro anni, Costantino di tre, Benedicto di uno, che, come scrive, “da quel giorno sono diventati anche i miei figli”. Racconta di aver preparato casa per accoglierli:

Avevo preso mobili nuovi per le loro camerette, la culla per il piccolino, piattini e bicchierini colorati, avevo addirittura messo i loro nomi sulle porte delle stanze, comprato una marea di regali e fatto costruire un campetto di erba sintetica sul terrazzo.

Infine, il matrimonio.

“Con Wanda – scrive – il mio modo di vivere è cambiato, e questo mi ha permesso di concentrarmi esclusivamente sul calcio. La vita in famiglia mi ha portato serenità e tranquillità” e anche una figlia, Francesca, di cui racconta persino la prima cacca e la prima stimolazione per superare le colichette (un altro bebè è in arrivo).

La famiglia di Mauro Icardi

Ribadisce più volte che “è grazie a Wanda che ho ritrovato la serenità”. La stessa Wanda a causa della quale, forse, non viene convocato in Nazionale ed è sempre sulle pagine della cronaca rosa: “I miei compagni mi chiedono come mai non giochi con l’Argentina. Spero nelle buone intenzioni del nuovo ct Bauza. Non mi interessa fare polemiche, però è anche vero che qualcuno al di sopra delle parti dovrebbe controllare che le convocazioni siano fatte con la testa e non con i piedi. E anche se mi capita di finire spesso sui giornali di cronaca rosa perché ho una moglie molto famosa, non vuol dire che in campo io non sappia fare bene il mio lavoro”.

L’ultima parte è relativa a quanto accaduto in estate. E anche qui torna, imperiosa, la presenza di Wanda Nara. Mauro sembra in primo luogo disconoscere le chiacchiere che lo hanno visto così vicino al Napoli: “L’estate appena conclusa ha fatto molto discutere per il calciomercato. Mi riferisco alle offerte inglesi, spagnole, italiane, fino ai faccia a faccia con De Laurentiis”. Ma quando aggiunge che gli ha fatto piacere l’interessamento delle altre squadre, cita solo l’Atletico Madrid, la Juventus e il Manchester United (“Che mi cercherà ancora”, scrive). Il Napoli sembra relegato a un gossip estivo sulle pagine dei giornali.

La sua intenzione di restare a Milano è così forte e chiara da sembrare quasi un po’ forzato l’accento posto su di esso nelle ultime pagine del libro, come forzato, ancora una volta, è il ribadire che Wanda vuole solo e unicamente il suo bene: “Mia moglie Wanda, che oggi è il mio procuratore, cerca solo di fare il mio bene per ottenere il massimo nell’esclusivo interesse della nostra famiglia, non dimentichiamolo”. E torna, ancora una volta sui tifosi: “Mi sento interista dentro e ho un legame forte con i tifosi, con tutti i tifosi, compresi quelli che in questi ultimi mesi mi hanno criticato. Per loro sfortuna si dovranno ricredere. Amo i colori della mia maglia. Neri come la notte, azzurri come il cielo e oro come le stelle”.

Questa l’autobiografia tanto discussa di Mauro Icardi, nella sua versione integrale, prima che la depurazione chiesta dagli Ultràs e dalla società, che si è inchinata alla tifoseria organizzata, cancelli le pagine che raccontano dell’episodio del Maipei Stadium. Un libro agile e interessante per chi voglia scoprire curiosità e dettagli sulla vita del calciatore. Tra le altre cose, tante notizie sui tatuaggi che gli coprono metà del corpo, tutti disegnati e progettati da lui.

Un punto di merito va sicuramente all’assenza, nel libro, del più piccolo refuso, cosa tanto insolita quanto piacevole, e alle foto, bellissime, che lo ritraggono bambino.

Ilaria Puglia ilnapolista © riproduzione riservata

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