Caso Vinicius, non si può condannare senza prove ma non si può nemmeno ignorare il razzismo (El Paìs)

"Il calcio alle prese con la presunzione d'innocenza. Yamal insultato come "fottuto nero" è stato all'origine del 60% degli attacchi razzisti sui social media.

Thuram

Real Madrid's Brazilian forward #07 Vinicius Junior talks with SL Benfica's Portuguese head coach Jose Mourinho after listening racists insults during the UEFA Champions League knockout round play-off first leg football match between SL Benfica and Real Madrid CF at Estadio da Luz in Lisbon on February 17, 2026. (Photo by FILIPE AMORIM / AFP)

Il caso Vinicius sta per diventare una regola: vietato parlare all’avversario coprendosi la bocca. Perché il calcio, come nella realtà, ha bisogno di prove per punire. Visto che al momento il calcio ha un problema con la presunzione d’innocenza e i suoi risvolti più pragmatici. Ne scrive sul Paìs Manuel Jabois.

Prestianni ha aperto un mondo, sulla questione. “Restano molti interrogativi. Ma no, non possiamo esserne certi. Possiamo fidarci dell’accusatore sulla base di alcuni punti importanti, nessuno dei quali giustifica una condanna in uno Stato di diritto. Ad esempio, come in tanti aspetti della vita, il problema non sono le false accuse, ma quelle che non vengono mosse: quelle che vengono ignorate, quelle che vengono trascurate”.

“In breve, è bizzarro che un calciatore professionista inventi un insulto così grave quando quell’insulto non è rivolto solo a lui, ma a milioni di persone che hanno subito storicamente dei torti. E, francamente, è più facile immaginare un ventenne con il cuore che batte all’impazzata che si alza la maglietta per chiamare un uomo di colore “scimmia” che un uomo di colore che sente “scimmia” fin dall’infanzia fermare una partita di calcio per inventarsela”.

“Il calcio può scegliere tra due strade: proteggersi dietro il “non ci sono prove” ogni volta che viene sollevata un’accusa, o capire che proteggere la presunzione di innocenza non è incompatibile con l’invio di un messaggio contro il razzismo. Non si può condannare senza prove, né ci si può abituare a non averle. L’anno scorso, uno studio dell’Osservatorio sul razzismo e la xenofobia ha rivelato quanto segue: un ragazzo di 18 anni, Lamine Yamal, insultato come un “fottuto moro”, è stato all’origine del 60% degli attacchi razzisti sui social media. Chiunque pensi che questo enorme focolaio di odio non possa prima o poi diffondersi nel mondo reale si sbaglia di grosso”.

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