Due giornate a Quesada (ct del rugby) per aver detto all’arbitro: “Non condivido alcune sue decisioni”

Il caso del ct azzurro fermato per parole misurate racconta due culture opposte nel rapporto con chi fischia.

Due giornate a Quesada (ct del rugby) per aver detto all’arbitro: “Non condivido alcune sue decisioni”

Head Coach Gonzalo Quesada of Italy during the 2026 Six Nations Championship, rugby union match between Wales and Italy on 14 March 2026 at Principality Stadium in Cardiff, Wales - Photo Simon King / ProSportsImages / DPPI (Photo by Simon King / ProSportsImages / DPPI via AFP)

“Non condivido alcune decisioni”. È bastato questo — o poco più — per far scattare due giornate di squalifica al ct dell’Italia rugby, Gonzalo Quesada. Lo racconta il Corriere dello Sport. E il fatto apre un confronto interessante con il calcio: non perché il pallone non sanzioni le critiche agli arbitri — lo fa —, ma perché lo fa con una soglia e una filosofia completamente diverse.

Cosa ha fatto Quesada

Dopo il 47-17 incassato dagli All Blacks a Wellington, nel nuovo Nations Championship, Quesada aveva contestato l’arbitraggio del francese Luc Ramos: “un paio di mete non avrebbero dovuto essere convalidate”, dubbi sul cartellino rosso a Niccolò Cannone, e la premessa: “Non mi piace mai parlare dell’arbitro, ma quando vedo gli sforzi dei miei giocatori voglio difenderli“. Nessun insulto, toni trasparenti. Eppure World Rugby gli ha inflitto una sospensione automatica di due partite — con tanto di divieto di presenza allo stadio nei giorni-gara —: salterebbe l’Australia e, il prossimo novembre a Torino, il Sudafrica. La Federazione Italiana Rugby ha annunciato ricorso.

La nuova linea (dura e automatica) del rugby

La chiave sta qui. Da luglio World Rugby ha introdotto una procedura sanzionatoria contro gli “abusi” nei confronti degli ufficiali di gara: una commissione indipendente valuta se un commento contenga accuse di parzialità, pregiudizio o intento di influenzare un risultato, con sanzioni che possono scattare in automatico. Il motivo dichiarato è netto: gran parte degli insulti social agli arbitri, spiega la federazione mondiale, parte da “commenti inaccurati sulle prestazioni arbitrali da parte di chi ricopre posizioni di autorità“. Tradotto: se un ct attacca il direttore di gara, poi la piazza online lo massacra. Meglio prevenire alla radice. È una logica di tutela sistematica, che non lascia margini di interpretazione.

E nel calcio? Le sanzioni ci sono, ma la soglia è un’altra

Attenzione, però, a non raccontarla male: anche nel calcio le proteste vengono punite. C’è il cartellino per dissenso, ci sono le squalifiche ai tecnici per le dichiarazioni del dopo-partita, ci sono multe e stop di UEFA e FIFA per i commenti sugli arbitri. La differenza non è nell’esistenza della sanzione, ma nella soglia — molto più alta — e nel fatto che la contestazione arbitrale è ormai un rito quotidiano e tollerato. In questo Mondiale un ct come l’egiziano Hassan ha parlato apertamente di “partita truccata”, un allenatore perde le staffe per un gol annullato, e persino la UEFA denuncia una “linea rossa” superata: eppure una critica come quella di Quesada, nel pallone, raramente comporterebbe due giornate.

Cosa può insegnare (e cosa no)

Il punto vero è culturale. C’è chi, come Collina, ricorda che gli arbitri sbagliano e vanno supportati, e chi propone di riportare il VAR alle origini. Ma la tutela preventiva e sistematica del direttore di gara — motivata dal legame tra commenti “autorevoli” e abusi social — è qualcosa che il calcio sta appena iniziando a discutere, mentre il rugby l’ha già messa in regola. Un po’ di quella cultura del rispetto non farebbe male al pallone. Detto questo, la rigidità rugbistica ha pure i suoi eccessi: due giornate per un “non condivido”, pronunciato senza insulti, sembrano una misura sproporzionata. Forse la verità, come spesso accade, sta nel mezzo: il calcio dovrebbe alzare l’asticella del rispetto, il rugby forse abbassare quella della tolleranza.