Il Pocho Lavezzi è stata la cura alla miseria calcistica di Napoli

L'ANNO DEL CENTENARIO - Prese la palla e si mise a correre, trascinandosi dietro la malinconia di una città intera che aveva quasi dimenticato l'odore dell'alta classifica

Il Pocho Lavezzi è stata la cura alla miseria calcistica di Napoli

Gc Parma 04/03/2012 - campionato di calcio serie A / Parma-Napoli / foto Giuseppe Celeste/Image Sport nella foto: Ezequiel Lavezzi

Lavezzi un eroe da porto

E forse il calcio, in fin dei conti, non è mai stato una questione di gol, ma di come si correva verso la bandierina del calcio d’angolo quando la palla gonfiava la rete. Ezequiel correva come se avesse i creditori alle costole o un treno da prendere all’ultimo secondo. Non era un calciatore per esteti del ricamo; era un eroe da porto, un contrabbandiere di sogni che masticava l’erba del San Paolo e sputava l’anima su ogni zolla. Arrivò che nessuno sapeva bene chi fosse, se non quei tre gol al Pisa letti distrattamente su un Televideo che sapeva di vacanze al mare e prime sigarette. Sembrava una comparsa in una storia ancora troppo povera, e invece era il primo capitolo di un romanzo d’appendice scritto col sangue e col sudore.

Lavezzi

Udine fu l’epifania. Un pomeriggio di sole friulano in cui quel ragazzo con la faccia da scugnizzo di Rosario decise che il Napoli non doveva più chiedere scusa a nessuno per il proprio passato. Prese la palla e si mise a correre, trascinandosi dietro la malinconia di una città intera che aveva quasi dimenticato l’odore dell’alta classifica. Il Pocho era la cura alla miseria calcistica, l’anello di congiunzione tra i padri che avevano visto i miracoli del Diego e i figli che, fino ad allora, avevano conosciuto solo la polvere dei campi di Serie C e i fallimenti nei tribunali. Divenne l’idolo dei bambini perché nei suoi occhi c’era la stessa anarchia dei loro giochi di strada. Non c’era tattica che potesse imprigionarlo, non c’era lavagna di allenatore capace di spiegare dove sarebbe andato quando puntava il difensore. Saltava l’uomo come si salta un fosso per rubare le mele, con quella sfrontatezza tipica di chi sa che la vita, da dove viene lui, non ti fa sconti.

Quella maledetta notte allo Stamford Bridge

Fu l’anima di quella beat generation voluta da Aurelio, un gruppo di poeti scalzi che partirono da zero per andare a spiegare il calcio nelle grandi cattedrali d’Europa. Notti di Champions League in cui i giganti del continente tremavano davanti a quel moto perpetuo, a quel tridente che sembrava una banda di scassinatori gentiluomini. Fino a quella notte maledetta e bellissima a Stamford Bridge, dove il sogno si infranse contro il cinismo inglese, ma con l’orgoglio intatto di chi era caduto con la spada in mano. Se ne andò a Parigi, perché il destino dei poeti di strada è quello di finire nei salotti buoni a farsi guardare con nostalgia. Ma a Napoli, si sa, il tempo ha un’elasticità tutta sua. Ci sono uomini che non si misurano con le statistiche o con i trofei in bacheca, ma con il vuoto che lasciano quando si voltano le spalle.

Hamsik e Lavezzi

Chi ama non dimentica, dicono sui muri delle strade. E come si fa a dimenticare quel vento che soffiava ogni volta che il Pocho abbassava la testa e cominciava a correre? Come si può dimenticare quel gol a Cagliari al novantaseiesimo, una scarica elettrica nel cuore della Sardegna che fece esplodere una città intera dall’altra parte del mare, una corsa disperata e folle che era la sintesi perfetta del suo calcio fatto di fegato e polmoni, o quella sua appartenenza grondante e viscerale durante le sfide alla Juventus, quando la maglia azzurra gli si appiccicava addosso come una seconda pelle e ogni scatto contro i bianconeri non era una semplice azione di gioco ma una questione d’onore, una rivincita sociale da consumare sul prato verde tra spallate e sguardi di sfida.

È stato il Kerouac del Napoli di De Laurentiis

Lavezzi è stato per il Napoli di De Laurentiis quello che Jack Kerouac è stato per la letteratura americana: non un accademico della sintassi, ma il motore del movimento, la carne e la strada, colui che ha preso una generazione cresciuta nel silenzio e l’ha scaraventata “sulla strada” verso la grandezza, dettando il ritmo sincopato di un jazz impazzito fatto di strappi e accelerate improvvise che hanno risvegliato una città dal suo letargo calcistico, perché prima delle canoniche poesie di un Hamsik o della perfectione geometrica che sarebbe arrivata dopo, c’era bisogno di quel manifesto ribelle, di quel turbine argentino che correva senza voltarsi indietro, trasformando la polvere della rinascita nel fumo sacro di un’epopea che nessuno, tra le strade di Napoli, potrà mai davvero dimenticare.

Ti voglio bene Pocho, te ne vogliamo davvero tanto.