“Nessuno ha una vita perfetta”: Cucurella, il figlio autistico e la forza di parlarne mentre la Spagna insegue la seconda stella
Il terzino della Roja, appena preso dal Real Madrid dopo una lunga gavetta tra Eibar, Getafe e la Premier, si racconta a cuore aperto alla Razon: il figlio autistico, la salute mentale nello spogliatoio spagnolo, la chioma diventata identità.

Photo by PAUL ELLIS / AFP Spain's defender #24 Marc Cucurella controls the ball during the 2026 World Cup football tournament quarter-final match between Spain and Belgium at the Los Angeles Stadium in Inglewood on July 10, 2026. (Photo by Paul ELLIS / AFP)
Marc Cucurella ha dovuto girare parecchio per arrivare dov’è. Ed è forse per questo che, quando parla, sorride sempre: sa che la strada poteva anche non portarlo così in alto. In una lunga intervista a La Razón, il terzino sinistro della Spagna sceglie di raccontarsi oltre il campo — a partire dal tema più intimo, quello del figlio.
Chi è Cucurella: dalla gavetta al Real Madrid
Nato ad Alella nel 1998, Cucurella è il laterale mancino della Spagna campione d’Europa e, da poche settimane, un nuovo giocatore del Real Madrid che si è rifondato sul mercato. La sua però non è la parabola lineare del predestinato: cresciuto alla Masia, ha dovuto cercare spazio lontano da Barcellona — Eibar, Getafe, poi il Brighton e il Chelsea — prima di arrivare in cima. “Ho dovuto spaccare tanta pietra”, dice, ed è la sintesi perfetta di una scalata fatta di gavetta e di riconoscibilità conquistata sul campo. Oggi, convocato dal ct Luis de la Fuente, insegue con la Roja la seconda stella nel Mondiale più spettacolare di sempre, con all’orizzonte una possibile sfida alla Francia trascinata da Mbappé.
“Nessuno ha una vita perfetta”: il figlio autistico
È qui che l’intervista si fa più personale. Cucurella parla del figlio con la naturalezza di chi ha trasformato una sfida quotidiana in un percorso di consapevolezza.
Ha un figlio autistico. Quanto le cambia la vita, questo?
“Parecchio, la verità. Già quando diventi padre impari a esserlo, e se hai un figlio autistico è tutto più complicato ed è anche un percorso di apprendimento: capire di cosa ha bisogno, quali sono le sue richieste. Poco a poco, per fortuna, c’è tanta gente che ci sta aiutando. Contento di tutte quelle persone che perdono il loro tempo per aiutarci, per darci consigli, e poi si cerca di gestirlo nel modo migliore, di trovare le terapie migliori e le scuole migliori perché possa svilupparsi”.
Lei parla di suo figlio autistico, Morata e Baena hanno parlato di salute mentale. Tutto questo rende più umana questa Nazionale?
“Abbiamo tanta gente che ci ammira e abbiamo quel potere. È bello che persone, tra virgolette, potenti o di peso possano parlare di questi temi: è un po’ entrare in empatia gli uni con gli altri e capire che nessuno ha una vita perfetta e che tutti hanno i loro problemi”.
L’esordio da capitano per caso e la chioma-identità
Dal lato più serio a quello più leggero, ma sempre rivelatore. Perché anche una capigliatura, per Cucurella, è un pezzo di sé.
Ha mai pensato a cosa sarebbe della sua carriera senza la sua chioma?
“Credo che ormai, se me la tagliassi, non sarebbe più la stessa cosa, no? La gente non mi riconoscerebbe più tanto, perderei un po’ la mia essenza; ma insomma, è una cosa che viene da lontano. Sono sempre stato così, è cominciata per merito di mia madre, ed è qualcosa che credo faccia parte della mia personalità. Mi piace così, essere un tipo diverso”.
Il suo esordio con la Nazionale è stato curioso. Ha fatto il capitano. Come ricorda quel momento?
“La verità è che è stato piuttosto strano. Ricordo che ero in vacanza con i miei amici quando mi hanno chiamato e mi hanno detto che era saltato fuori il caso Covid (Busquets era risultato positivo) e mi hanno chiesto se potevamo ritrovarci in ritiro. Noi venivamo dall’Europeo Under 21: è stata un’esperienza strana, ma bella, contento. Tutto ciò che significa giocare con la Nazionale, poter esordire, è una cosa che fa tantissima illusione”.
Un ritratto, insomma, che vale più di tanti gol: quello di un giocatore arrivato in alto senza scorciatoie, capace di parlare di terapie e di scuole per il figlio con la stessa serenità con cui difende la sua chioma. In un calcio spesso di plastica, la sua è una lezione semplice: nessuno ha una vita perfetta, e ammetterlo è già una vittoria.