La foto di Messi e baby Yamal: “Leo era timido, lo mettemmo con un neonato perché non avrebbe dovuto interagire molto”
Sport intervista la presidente della Fundació Barça che organizzò il calendario: "Era figlio di una madre giovanissima, Sheila, che seguiva un corso per imparare a curare e a nutrire correttamente il suo bebè".

Argentina's forward #10 Lionel Messi cries during the trophy ceremony at the end of the 2026 World Cup football tournament final match between Spain and Argentina at the New York/New Jersey Stadium in East Rutherford on July 19, 2026. (Photo by Paul ELLIS / AFP)
La foto di Messi che fa il bagnetto a un Lamine Yamal neonato, scattata nel 2007 per un calendario solidale e diventata leggenda quando i due si sono ritrovati avversari nella finale del Mondiale, ha ancora qualcosa da raccontare. A farlo è Marta Segú, presidente della Fundació Barça, che a SPORT ha dato la sua versione di quel giorno. E la sua è una di quelle coincidenze che sembrano impossibili: “Fu magia”, ripete.
Come fu scelto quel bebè: la versione della Fundació
Il retroscena più interessante riguarda proprio la scelta del bambino. Segú spiega che i piccoli arrivarono attraverso gli enti del sociale (le realtà del terzo settore) con cui la Fundació collaborava: da lì una selezione, e poi gli abbinamenti per carattere con i giocatori.
“Parlammo con gli enti del sociale che collaboravano con noi: furono loro a fare una selezione e a proporci diversi minori. Poi formammo le coppie in base alle caratteristiche di ciascuno”.
Così Ronaldinho, aperto e simpatico, fu accostato a un bimbo più timido. E Messi, all’epoca 20enne, timido e introverso, venne abbinato a un neonato per una ragione tutt’altro che romantica:
“Leo era timido e decidemmo di metterlo con un bebè perché non avrebbe dovuto interagire molto”.
Quel neonato era Lamine, quattro mesi, che nessuno sapeva chi fosse. Poteva capitare a Henry, a Ronaldinho, a Bojan: capitò a Messi. Ecco perché, dice Segú, non è più solo destino.

Due versioni che non coincidono: enti sociali o sorteggio?
Qui però si apre un dettaglio ghiotto. Perché il racconto della presidente non combacia con quello già diventato virale nelle scorse settimane. Nella versione del fotografo Joan Monfort, ripresa da testate come Infobae ed ESPN, la famiglia di Yamal sarebbe arrivata alla sessione grazie a un sorteggio nel quartiere di Roca Fonda, a Mataró. Segú, invece, parla di selezione tramite gli enti del sociale. Due ricostruzioni diverse dello stesso momento: non un giallo, ma un piccolo cortocircuito di memoria attorno a una foto che, col Mondiale, è diventata mito.
La madre diciassettenne e lo pseudonimo “Rocío”
Gli altri due dettagli inediti riguardano la madre di Lamine, Sheila, allora diciassettenne. È la stessa Segú a raccontare in che contesto la conobbero:
“Era figlio di una madre giovanissima, Sheila, che seguiva un corso per imparare a curare e a nutrire correttamente il suo bebè, tramite un ente del sociale che collaborava con noi”.
“Giovanissima, ma sveglia, aperta, allegra — la ricorda Segú — attentissima a lui, lo curava con moltissimo amore”. Ed è per proteggerla, essendo minorenne, che sul calendario il suo nome non comparve: al suo posto fu usato lo pseudonimo “Rocío”. Un particolare che spiega perché la presidente, pur avendo quel calendario in casa da anni, non si fosse mai accorta di nulla: “Ho pensato: ho avuto questo calendario per tanto tempo e non l’avevo mai notato”.

La raccolta fondi di quell’iniziativa, ricorda infine, fruttò circa 30.000 euro: “Non cifre altissime, ma aiutarono ad avviare e sostenere i progetti”. Segú non ha mai più rivisto quei bambini; ha incrociato Sheila a una partita, durante l’Europeo, ma lei non si ricordava di lei (“È logico, aveva 17 anni e c’era tanta gente intorno”).
“Vedremo se gli astri torneranno ad allinearsi”
Alla fine resta la parola che Segú usa di più: magia. Quella di un neonato cresciuto con una madre giovanissima e diventato il talento più discusso del mondo, ritrovatosi in campo contro l’uomo che lo teneva in braccio — nella finale vinta dalla sua Spagna contro l’Argentina di Messi. Rifarla, magari a distanza di 19 anni? “Sarebbe bellissimo. Vedremo se gli astri torneranno ad allinearsi”. In fondo, dice, è il simbolo di tutte le cose che possono accadere nella vita senza che nessuno riesca a prevederle.