L’Inghilterra vince sempre il Mondiale. Poi comincia la semifinale
POSTA NAPOLISTA - Di Scott Dinapoli. Il Mondiale per gli inglesi è da trent'anni come il giorno della marmotta: prudenza iniziale, entusiasmo incontrollato, vittoria anticipata, dramma nazionale, ricerca del colpevole e rimozione dell’evento.

England's midfielder #10 Jude Bellingham (R) and forward #09 Harry Kane hug after losing the 2026 World Cup football tournament semi-final match between England and Argentina at the Atlanta Stadium in Atlanta on July 15, 2026. (Photo by Odd ANDERSEN / AFP)
L’Inghilterra e il Mondiale della marmotta
Ci sono nazioni che ai Mondiali portano una squadra. L’Inghilterra porta un processo
È un processo collaudato, ripetibile e apparentemente immune da qualsiasi forma di cambiamento. Lo osservo da più di trent’anni e ormai ne riconosco tutte le fasi: prudenza iniziale, entusiasmo incontrollato, vittoria anticipata, dramma nazionale, ricerca del colpevole e rimozione dell’evento.
Poi, quattro anni dopo, si ricomincia.
Dal 1966 l’Inghilterra non vince un Mondiale. Non significa che non sia competitiva. Al contrario: arriva spesso nelle fasi decisive, produce calciatori di altissimo livello, dispone del campionato più ricco e seguito del mondo e si presenta quasi sempre con una squadra competitiva.
Le manca l’ultimo passo. L’ultimo sprint. L’ultimo miglio.
O, forse, le manca la capacità di percorrere quell’ultimo miglio senza avere già organizzato la parata della festa.
La liturgia comincia poco prima del torneo. I tifosi sono prudentissimi. Nessuno si aspetta nulla. La squadra è giovane. Il girone è insidioso. Il portiere non convince. La difesa è lenta. Fa caldo.

L’obiettivo dichiarato è quasi sempre ragionevole: evitare figuracce.
Il Paese calcistico si presenta al torneo con il profilo basso. Talmente basso che deve piegarsi per entrare al pub.
Poi arriva la prima vittoria.
Nel 2026 è arrivata contro la Croazia e il Mondiale comincia nel modo più pericoloso possibile: bene.
Da quel momento cambia tutto.
Quelli che fino al giorno prima speravano di passare il girone, cominciano a studiare quale strada prenderà il pullman scoperto dopo la finale. I giornali calcolano quanti gol segnerà Kane. Le televisioni scoprono che il difensore fino a quel momento considerato inaffidabile possiede in realtà la velocità di Usain Bolt. Gli esperti spiegano perché nessuna squadra può resistere alla rosa inglese. I tifosi ci credono e spiegano agli esperti che sono persino troppo prudenti.
It’s coming home
Parte la musica. It’s coming home. Il football sta tornando a casa.
Ad essere onesti, la canzone nasce già autoironica. Contiene la memoria delle sconfitte, la consapevolezza delle delusioni e il diritto irragionevole di ricominciare a sperare. Poi i social, prendono il ritornello e buttano via le strofe.
Sta tornando, non si sa bene da dove venga, né quale coincidenza aerea abbia prenotato. Ma è praticamente arrivato. Bisogna soltanto giocare le partite, dettaglio considerato prevalentemente amministrativo.
La cosa curiosa è che questa espansione delle aspettative non avviene gradualmente. Si passa direttamente dalla gestione prudenziale del rischio alla distribuzione del dividendo. È un leveraged buyout emotivo: una piccola quantità di evidenza sostiene un’enorme quantità di entusiasmo.

Naturalmente non sono i titoli dei giornali a far perdere una partita. Ma tutto quel rumore produce un effetto: la squadra non deve più soltanto giocare. Deve confermare una storia già scritta. È qui che l’ottimismo smette di essere sostegno e diventa sovraccarico.
Nel calcio, però, non si vince soltanto con la capitalizzazione della Premier League o la superiorità del marketing. Si vince sul campo. Con l’organizzazione, la condizione atletica, la capacità di leggere i momenti e, quando serve, con quella qualità che a “Camden Town” chiamano: cazzimma.
In semifinale tutto sembrava andare secondo le aspettative. Poi il pareggio e infine il gol del 2-1.
Il football, ancora una volta, ha sbagliato strada.
A quel punto si apre la seconda parte del processo, che prevede due alternative.
La prima consiste nell’individuare il responsabile. Preferibilmente uno solo, perché le responsabilità distribuite sono difficili da mettere in prima pagina.
La ricerca del colpevole
Quest’anno il colpevole è particolarmente comodo: Thomas Tuchel è tedesco e vive il paradosso del consulente: viene assunto per cambiare tutto e messo alla porta perché cambia.
Le sue scelte sono discutibili. Ma attribuire tutto all’allenatore permette al racconto pubblico di evitare la domanda scomoda: perché una nazione calcisticamente così ricca trasforma ogni buon percorso in una certezza di vittoria e ogni sconfitta in un incidente inspiegabile?
La seconda alternativa è ancora più efficace: dimenticare.
Il Mondiale scompare. Viene istantaneamente archiviato. È come se non fosse mai accaduto.
Non c’è stato il Mondiale. Non c’è stata la promessa del ritorno a casa. Non c’è stata l’euforia. Non c’è stato neppure il dibattito sul possibile giorno festivo. Il primo ministro aveva prudentemente lasciato aperta l’ipotesi di un giorno festivo in caso di vittoria. Ma nel sistema che trasforma le aspettative in certezze, anche un’ipotesi subordinata diventa rapidamente una prenotazione collettiva delle ferie.
Questa è forse la vera specialità collettiva. Non perdere i tornei. Perdere la memoria dei tornei.

Non cambia mai niente anche se il risultato è sempre lo stesso
In una normale organizzazione, la ripetizione dello stesso risultato richiede una revisione: che cosa non ha funzionato, quali decisioni hanno inciso, quali aspettative erano fondate e quali erano soltanto rumore?
Il documento delle lessons learned probabilmente sarà presto creato. Sarà ben scritto e custodito in una cartella condivisa alla quale, fra quattro anni, nessuno riuscirà più ad accedere.
E così saremo di nuovo qui.
All’inizio nessuno pretenderà nulla. Poi si vincerà una partita. Il centravanti di turno diventerà il miglior attaccante della storia. Qualcuno ricomincerà a parlare del giorno festivo.
E la canzone ripartirà. It’s coming home.
Forse il problema non è che il football non torni mai a casa. Il problema è che si comincia a festeggiare quando è ancora sull’autostrada. Non si fa tesoro neppure della più importante regola antijella: essere scaramantici è stupido, ma non esserlo porta male.
Cominciare a discutere del giorno di festa prima della semifinale, invece, porta direttamente alla finale degli altri.
Comunque, si scherza. Non venitevi a riprendere il passaporto.
God save the King.
E lunga vita all’Inghilterra, una nazione che amo.
Scott Dinapoli