Marie-Louise Eta: “Alleno persone, non uomini o donne. Gli stereotipi non mi riguardano”
Intervista di Repubblica a Marie-Louise Eta, prima allenatrice donna della Bundesliga: "La domanda chiave è di cosa ha bisogno la persona che ho davanti per dare il meglio di sé".

Union Berlin's German head coach Marie-Louise Eta reacts from the sidelines during the German first division Bundesliga football match between Union Berlin and VfL Wolfsburg in Berlin, Germany, on April 18, 2026. (Photo by Odd ANDERSEN / AFP) / DFL REGULATIONS PROHIBIT ANY USE OF PHOTOGRAPHS AS IMAGE SEQUENCES AND/OR QUASI-VIDEO
Marie-Louise Eta, nuova allenatrice dell’Union Berlino e prima allenatrice donna In quest’intervista a Repubblica, Zeit e altri giornali europei,
Marie-Louise Eta non vuole essere un simbolo. Vuole essere un’allenatrice di calcio. Il problema è che il mondo intorno a lei ha deciso diversamente, e lei lo sa. In un’intervista rilasciata a Repubblica (Tonia Mastrobuoni), alla Zeit e ad altri giornali europei, la prima donna ad allenare una prima squadra in Bundesliga racconta la sua storia senza vittimismo e senza retorica, con una lucidità che è già di per sé una lezione.
Le chiedono quante volte nella vita abbia dovuto dimostrare che anche le donne capiscono di calcio. La risposta parte da lontano: ““Mica ti farai fregare da una femmina!” è una frase che mi risuona ancora nelle orecchie, sin dall’infanzia. Ma ho la pellaccia dura. So difendermi, so farmi scivolare le cose addosso. E so rispondere a tono”. Poi aggiunge qualcosa che sposta il discorso su un piano diverso: “Non è solamente una questione di genere. Nello sport agonistico tutti devono dimostrare il proprio valore ogni giorno. E comunque la più severa con me stessa sono sempre io”.
«Non alleno uomini o donne, alleno persone»
La domanda sulla differenza tra allenare uomini e donne è quella che un giornalista sportivo italiano avrebbe trasformato in un titolone a effetto. Eta la smonta con una frase: “Non ne vedo. Io alleno persone”. E va oltre: “Si può essere tentati di dire che le donne siano più sensibili o gli uomini più vanitosi. Per me sono stereotipi. Ci sono tanti uomini sensibili a cui ho dovuto dare una pacca sulla spalla. E donne sulle quali ho dovuto esercitare un po’ di pressione”. La chiave, dice, è un’altra: “Di cosa ha bisogno la persona che ho davanti per dare il meglio di sé?”. Una frase che dovrebbe essere appesa in ogni spogliatoio d’Europa, e che vale più di qualsiasi trattato sul coaching moderno.
Eta sa di essere diventata un caso. Alle conferenze stampa dell’Union Berlino, racconta, “di solito vengono a malapena dieci giornalisti, la settimana scorsa ce n’erano cinquanta. E anche qualche collega straniero”. Ma non cerca il palcoscenico: “Capisco l’interesse. Sono consapevole di cosa significhi socialmente. Il mio obiettivo non è mai stato quello di rafforzare il ruolo della donna. Voglio convincere con i risultati, essere vista come un’allenatrice di calcio”.
La Germania abbraccia Eta, l’Italia discute se sia possibile
La sua storia personale racconta molto. Cresciuta a Dresda, padre che desiderava un maschio e che l’ha contagiata giocando in giardino. Nessuna costrizione, solo passione. “Da ragazzina avevo un buon rapporto con i ragazzi”, dice con naturalezza. Poi i messaggi delle ragazze che si sentono ispirate, a cui risponde sempre: “Se si chiude una porta, se ne possono aprire tante altre. Da bambina ho avuto solo allenatori maschi. Non ci credevo nemmeno io quando ho avuto la mia prima allenatrice”.
Sugli attacchi misogini sui social non perde tempo: “Io sui social sono scettica. È una piazza dove ci si aggredisce in forma anonima. Una realtà che polarizza. Io personalmente evito di leggere quelle robacce”. Sul divario salariale tra uomini e donne nel calcio sorprende: “Non so se sia così. Le differenze non hanno a che vedere con il genere. Lo stipendio dipende dall’esperienza e dai titoli, e io non ho ancora molto da offrire”.
E quando le chiedono cosa si possa fare per avere più allenatrici, sposta di nuovo la prospettiva: “Ci sono ancora molti più ragazzi che ragazze che giocano a calcio. È normale che ci siano più uomini che donne ad allenare. Dovremmo attirare più ragazze nelle squadre». Poi la domanda che vale più della risposta: «Come possiamo far sì che più bambini, maschi o femmine, pratichino sport, che sia calcio, pallamano o atletica leggera?”.
Mentre in Germania la nomina di Eta viene accolta come una grande decisione, in Italia la reazione è stata diversa: tra chi grida alla fine del mondo e chi si chiede se una donna possa davvero entrare in uno spogliatoio maschile. In Italia si parla ancora di mamme dei calciatori, in Germania le donne allenano. Il calcio italiano, nel 2026, si scopre ancora sessista. Marie-Louise Eta, intanto, non perde tempo a discutere: allena. E basta.