Vergara a 30-35 milioni va venduto, come farebbero Atalanta e Real Madrid

Sarebbe una plusvalenza pulita. La sua cessione è un'operazione win-win, per il club come per il calciatore. Il Napoli è un'impresa, conta zero se il calciatore se sia di Napoli o no. Conta per la Champions che sia cresciuto in Italia.

Vergara a 30-35 milioni va venduto, come farebbero Atalanta e Real Madrid

Napoli's Italian midfielder #26 Antonio Vergara celebrates after scoring a goal during the Italian Serie A football match between SSC Napoli and ACF Fiorentina at the Diego Armando Maradona Stadium in Naples on January 31, 2026. (Photo by CARLO HERMANN / AFP)

Comunque vada, sarà un successo

In occasione di un Festival di Sanremo che oramai dobbiamo considerare vintage, ovvero quello del 1997, Piero Chiambretti si fece venire un’idea delle sue, un po’ geniale e un po’ surreale: decise di accompagnare il presentatore di quell’edizione, Mike Bongiorno, rimanendo appeso a un filo (vestito da angelo, tra l’altro) per tutte e cinque le serate. Mentre svolazzava allegramente sopra il palco dell’Ariston, una delle frasi-tormentone più utilizzate dallo showman torinese fu: “Comunque vada, sarà un successo”.

Ecco, la situazione di Antonio Vergara e del Napoli potrebbe essere descritta da queste esatte parole. Perché, a pensarci bene, il club azzurro si ritrova a dover decidere cosa fare di un asset piuttosto importante. Lo dicono le voci/indiscrezioni di mercato, e non importa se siano veritiere o meno: se giornalisti e insider dicono che il Como, l’Inter, il Tottenham o qualsiasi altra squadra potrebbero offrire 30 o anche 35 milioni di euro, e se il procuratore di Vergara dice che un’eventuale cessione dovrebbe essere considerata come “una scelta della società”, allora ci troviamo di fronte a uno scenario win-win – a guardarlo dal punto di vista del Napoli, ma anche del giocatore.

 

Il presidente del Napoli, Aurelio De Laurentiis

E perché sarebbe uno scenario win-win? Risposta semplice: perché il Napoli ha scovato, lanciato e valorizzato un giocatore che ha un certo appeal. E perché, soprattutto, ha fatto tutto questo attuando il modello più economicamente vantaggioso e virtuoso che c’è nel calcio contemporaneo: quello che passa dal settore giovanile, dallo scouting precoce e dalla formazione a medio-lungo termine. Ora, come detto prima, comunque vada sarà un successo: in caso di cessione a 30 o anche 35 milioni di euro, il Napoli incasserebbe una plusvalenza pulita, ricchissima. In caso contrario, cioè di permanenza, avrebbe a disposizione un calciatore di qualità intorno a cui – non solo a lui, ovviamente – costruire la squadra.

Gli interessi di Vergara (e il calcio dei calciatori)

In realtà, riflettendo un attimo in più sulla vicenda-Vergara, lo scenario win-win del Napoli è soltanto potenziale, per quanto probabile: in caso di addio, la ricca plusvalenza darebbe un bel po’ di aria al bilancio, questo è oggettivo, ma non è detto che l’eventuale sostituto avrà un impatto maggiore, o migliore; in caso di permanenza, però, non c’è nessuna garanzia che Vergara continui a crescere e che, a lungo andare, si imponga come titolare nella squadra di Allegri (o dei suoi successori).

Allo stesso modo, un discorso identico può essere fatto per la società acquirente, per il Como, l’Inter o il Tottenham che dovesse investire 30 o anche 35 milioni su Vergara: in fondo, con tutto il rispetto, parliamo di un calciatore di 23 anni cha ha messo insieme soltanto 19 presenze complessive con la maglia del Napoli. E che, quindi, ha ancora tutto da dimostrare.

Gattuso Vergara Napoli

In virtù di tutto questo, il caso-Vergara finisce per evidenziare una sola certezza, una sola verità: siamo immersi fino al collo in un’era calcistica dominata dai calciatori. Dal loro volere, dalle loro decisioni. Dai loro capricci, per usare un termine un po’ antipatico. Alla fine, infatti, solo ed esclusivamente Vergara ha la garanzia di ottenere esattamente quello che vuole: il suo stipendio crescerà, a prescindere da quale maglia indosserà l’anno prossimo. Non importa se quella del Napoli o quella di un altro club: è scontato che un’eventuale permanenza in azzurro sarà suggellata da un rinnovo di contratto al rialzo.

Gli interessi del Napoli (che, ricordiamocelo, resta un’impresa)

Per quanto riguarda il Napoli, come anticipato, il dilemma-Vergara è dolce – nel senso che ogni scelta potrebbe determinare un giovamento – ma anche difficile da risolvere. Intanto bisogna partire da un punto insindacabile, inoppugnabile: ecco cosa significa – cosa significherebbe – avere un settore giovanile in grado di sfornare calciatori di qualità. Nell’era De Laurentiis, di fatto, solo Insigne ha fatto un percorso migliore – o comunque simile – a quello di Vergara partendo dal vivaio azzurro. I vari Izzo, Luperto, Sepe e Gaetano non hanno mai davvero raggiunto l’élite, non sono mai stati spendibili come titolari nel Napoli in lotta per i primi posti della classifica. E, soprattutto, non hanno generato introiti significativi sul mercato.

Quest’ultimo punto è fondamentale. E comprenderlo bene serve anche a mettere nella giusta prospettiva qualsiasi discorso relativo a Vergara. Bisogna partire dal fatto che il Napoli resta un’impresa. Sportiva, calcistica, ma pur sempre un’impresa. Di conseguenza, deve ragionare in base ai suoi margini di profitto. Margini che possono essere tecnici e poi economici, va bene, ma non possono essere soltanto tecnici: quel tempo non esiste più. E allora l’eventuale cessione di Vergara è un’occasione da valutare e, soprattutto, da non sottovalutare. Per tanti motivi.

hakimi

Il caso del Real Madrid

Il primo riguarda il concetto stesso di vivaio calcistico. Se una volta crescere i talenti in casa era un modo per rimpolpare l’organico della prima squadra, adesso la situazione è molto diversa. La dimostrazione arriva dal club più importante del mondo: il Real Madrid. Che, lo dicono i numeri, ha allestito il settore giovanile migliore del mondo – per numero di giocatori professionisti prodotti, per titoli conquistati – e lo usa soprattutto per fare soldi. Detto così, in maniera letterale e quindi brutale: per-fare-soldi.

Se guardiamo alle ultime 15 stagioni, infatti, il Real ha guadagnato oltre 400 milioni di euro dalla cessione di giocatori allevati nella Fábrica – eloquente e suggestivo nickname del vivaio di Valdebebas. E si tratta di nomi grossi, grossissimi: Achraf Hakimi, Nico Paz, Mario Gila, Miguel Gutiérrez (sì, il terzino sinistro del Napoli), Martin Odegaard, Rafa Marín (sì, il difensore centrale che potrebbe tornare al Napoli dopo il prestito al Villarreal), Álvaro Morata, Sergio Reguilón. Ce ne sono tantissimi altri un po’ più oscuri, potremmo andare avanti per ore, ma il senso l’avete colto: anche grazie alle cessioni di questi calciatori, il Madrid ha finanziato le sue campagne acquisti. E i suoi bilanci galattici.

Certo, in alcune situazioni resistere e aspettare un po’ avrebbe fatto comodo. Si pensi, per fare un esempio importante, al caso di Hakimi. Oppure all’operazione fatta con Álvaro Carreras, liberato come free agent ai tempi del settore giovanile e poi riacquistato pochi mesi fa per 50 milioni di euro. Il punto, però, è che il Real Madrid ha creato e fatto fruttare un modello. Un modello prettamente economico. Un modello rischioso, perché a lungo termine può generare rimpianti. Ma intanto funziona, eccome se funziona.

Il modello-Atalanta, ovvero quello dei club venditori, non c’entra niente

Da qui la domanda: se il Real Madrid vende la stragrande maggioranza dei suoi talenti già promettenti, perché il Napoli non potrebbe fare la stessa cosa con Vergara? Ovviamente si tratta di un quesito/dubbio retorico, visto che abbiamo già sconfessato qualsiasi tipo di dissertazione sul modello-Atalanta – oppure, più semplicemente: il modello dei club cosiddetti venditori.

bastoni rocchi arbitri

Sì, è vero, a Bergamo hanno uno dei migliori settori giovanili d’Italia e da diversi decenni lo utilizzano per costruire/integrare la prima squadra e/o per fare soldi. Nessuno li ha mai criticati per questo, soprattutto tra i loro stessi tifosi. E non è successo neanche negli ultimi anni, vale a dire gli anni in cui l’Atalanta è diventata un club di primo piano nel panorama italiano ed europeo. Ma allora perché, se il Napoli costruisce – o si ritrova, ditelo come volete – un Vergara, ci sarebbe qualcosa di male o di sbagliato ad attuare esattamente quel modello lì?

Che poi, a dirla tutta, il Real Madrid e l’Atalanta contemporanea operano in modo del tutto similare: dagli anni Duemiladieci in poi, infatti, il club bergamasco ha ceduto – e in alcuni casi l’ha fatto ancora prima di averli effettivamente lanciati in prima squadra – Bastoni all’Inter, Diallo al Manhester United, Ruggeri all’Atlético Madrid, Kulusevski al Tottenham. Tra pochi giorni, a prescindere dalla squadra in cui sceglierà di andare, anche Marco Palestra entrerà in questa lista. E lo farà dopo aver accumulato un totale di 16 presenze in prima squadra (a cavallo tra le stagioni 2023/24 e 2024/25). A questo punto, è evidente, è giusto sbilanciarsi: magari il Napoli fosse un club venditore come l’Atalanta. Avrebbe un bilancio ancora più solido. E, probabilmente, una squadra ancora più forte.

Le obiezioni alla cessione di Vergara

Poi naturalmente c’è anche l’altra faccia della medaglia. Ci sono le obiezioni, che in virtù di quanto detto finora potrebbero essere considerate anti-economiche per definizione, a un’eventuale cessione di Vergara. La prima, probabilmente la più sensata, riguarda la nazionalità del centrocampista del Napoli. Il fatto che Vergara sia italiano. Perché si tratta di un’obiezione sensata? Perché il club azzurro, tenendo Vergara in squadra e inserendolo nelle rotazioni, spunterebbe uno dei famosi “slot chiusi” nelle liste da presentare alla Serie A e alla UEFA per la Champions League.

Gaetano Napoli Napoli-Frosinone

Piccola digressione tecnico-regolamentare: le squadre di Serie A e di Champions possono registrare un tot massimo di giocatori (26) con età superiore ai vent’anni, solo che in questa lista hanno l’obbligo di inserire quattro giocatori cresciuti nel proprio vivaio più altri quattro giocatori cresciuti nel vivaio di una squadra della propria nazione (per la lista Serie A, naturalmente, si tratta dell’Italia). Chi non ottempera entrambi questi obblighi si vede ridurre il numero di giocatori registrabili. Di conseguenza Vergara, formatosi nel settore giovanile del Napoli, permette al club azzurro di “risparmiare” uno slot.

Da questo punto di vista, quindi, è vero: tenere Vergara sarebbe una buona mossa. Le discussioni sul fatto che Vergara sia italiano e in quanto tale andrebbe tutelato e valorizzato, però, si fermano qui. Per un motivo molto semplice: il Napoli, come detto in precedenza, è un’impresa. È un’azienda privata che non ha alcun obbligo nei confronti del movimento, del Paese che rappresenta. E allora la società e la direzione tecnica hanno il dovere di fare le scelte che ritengono più funzionali. Anche perché nel nostro Paese non esiste nessun meccanismo premiante per chi schiera più calciatori allevati in casa.

Vergara napoletano

In ultimo, ma non in ordine di importanza, ci sarebbe l’obiezione per cui Vergara sarebbe da tenere in quanto napoletano. Anche questa è una lettura/visione che si potrebbe definire fantasiosa, forse romantica, ma non ci sono molti altri aggettivi positivi. Sì, magari il giocatore sente e trasmette un certo attaccamento, un certo trasporto per la maglia azzurra, e anche questo è un potenziale capitale (anche emotivo) potenzialmente valorizzabile. Ma la stessa storia del Napoli dimostra come i risultati, intesi come grandi successi, siano del tutto indipendenti da questa dinamica.

Basta un dato per far capire cosa intendiamo: sapete quanti giocatori napoletani o anche campani hanno vinto i due scudetti conquistati dal Napoli negli ultimi tre anni? Solo due: Gianluca Gaetano e Pasquale Mazzocchi. I quali, a voler usare un eufemismo, non sono mai stati dei titolari fissi. Poi ci sarebbe anche Nikita Contini, ma parliamo di un terzo portiere. Tutti gli altri italiani presenti nelle rose di Spalletti (2023) e di Conte (2025) sono nati a Udine, Torino, Roma, in provincia di Bologna o di Lucca. Insomma: nelle ultime stagioni, il Napoli ha scoperto e dimostrato che non occorre essere napoletani per vincere a Napoli.

Insigne

Conclusioni

Chi scrive, non sta spingendo per la cessione di Antonio Vergara, anzi crede sia un calciatore dal potenziale interessante e che potrebbe fare molto bene nel Napoli – e in qualsiasi altra squadra. Allo stesso modo, però, bisogna anche essere realisti e realistici: un’eventuale cessione non sarebbe da considerare come una mossa assurda e priva di senso. La ratio di questo addio andrebbe ricercata in tutti i punti che abbiamo elencato e spiegato, a cominciare (naturalmente) da quello per cui si verrebbe a generare un introito economico molto significativo.

Inoltre, lo dimostrano sempre i dati e la storia, il Napoli ha fatto dei passi in avanti ed è arrivato a vincere nel momento in cui ha movimentato il suo mercato. Quando ha lasciato andar via Koulibaly, Insigne e Mertens per prendere Kim Min-jae, Kvaratskhelia e Raspadori, quando si è separato da Osimhen e Kvaratskhelia e ha preso McTominay, Lukaku, David Neres.

Per dirla in poche parole: Vergara potrebbe avere (non lo sappiamo ancora, nessuno può saperlo) le qualità per essere un giocatore intorno a cui costruire un nuovo ciclo, ma con i soldi derivanti dalla sua cessione il Napoli potrebbe provare a prendere uno o due calciatori potenzialmente più forti di lui. Certo, esiste il rischio di sbagliare e poi di mangiarsi le mani: c’è la possibilità che Vergara, col tempo, arrivi a conquistare lo scudetto con il Como o con l’Inter, o che alla fine venga preso dal Real Madrid. Ma se nel frattempo il Napoli dovesse scovare e acquistare un altro McTominay, e magari vincere un altro titolo importante, tutti finirebbero per dimenticare il suo addio. Tranne i critici in servizio permanente, ma quelli non fanno testo. Non dovrebbero, quantomeno.