Dosso su Jacobs: “Tornare a Roma è come tornare a mangiare la pasta di mamma”
La campionessa mondiale dei 60 metri accoglie il ritorno di Jacobs a Roma sul Messaggero. Ma dopo tre anni di flop, infortuni e cambi di rotta, il problema non è dove si allena: è ritrovare chi era.

Italy's athlete Lamont Marcell Jacobs takes his position at the start line of the men's 100m heats during the World Athletics Championships in Tokyo on September 13, 2025. (Photo by Kirill KUDRYAVTSEV / AFP)
Zaynab Dosso ha una capacità rara per una velocista: sa rallentare quando parla. In un’intervista al Messaggero, le chiedono del ritorno di Marcell Jacobs a Roma per allenarsi. La risposta è un’immagine: “È come quando torni a casa, a mangiare la pasta di mamma. Con quella pasta assapori poi tante altre cose”.
È una frase bella e generosa. Dosso conosce il valore di Roma e di quel gruppo di lavoro — lei ci si allena dal 2021 con Giorgio Frinolli, e da lì ha costruito la scalata che l’ha portata dall’anonimato all’oro mondiale. “È un ritorno alle origini”, dice di Jacobs. “Finalmente capirà che ha bisogno proprio di Roma per tornare alla serenità che c’era nel momento pre-Tokyo”. E aggiunge: «Nel nostro sport hai bisogno di trovare semplicità. Devi correre, devi solo trovare quel meccanismo che ti consente di sbloccare e lui lo sa fare. Lo ha fatto in passato».
Il punto è tutto in quell’ultima frase: lo ha fatto in passato. Perché il presente racconta un’altra storia, e su queste pagine l’abbiamo seguita passo dopo passo.
Dopo il 9.80 di Tokyo — la notte magica dell’agosto 2021 — Jacobs non ha più trovato continuità. I flop non fanno neanche più notizia: un 10.44 in Finlandia, un terzo posto a Ostrava dove lui stesso disse “è andata malissimo, né potenza né velocità”. Gli avversari lo sfottevano: «Non viene mai, si tira sempre fuori». A Parigi 2024 non è andato oltre la semifinale, pesante e senza attivazione. Ai Mondiali di Tokyo 2025 — proprio Tokyo, il luogo della consacrazione — è arrivato sesto in semifinale con 10.16, senza finale.
Nel mezzo: il cambio di allenatore — via Camossi, dentro il trasferimento negli Stati Uniti. Una scelta che ha creato difficoltà con la Federazione, come ha ammesso lo stesso Tamberi. Poi gli infortuni a ripetizione: la lesione al retto femorale, i ritiri misteriosi con la Federazione che non sapeva nulla, fino al punto in cui la Federazione ha proposto contratti commisurati alle prestazioni. Un declassamento che è anche un giudizio.
La caduta degli dei, abbiamo titolato: Tokyo esalta, Tokyo disarciona. Jacobs ha persino pensato di mollare.
Ora torna a Roma. E Dosso, che nel frattempo è diventata la velocista italiana più forte — prima donna sotto i 7 secondi nei 60 metri, oro mondiale a Toruń 2026 — gli dice che è la scelta giusta. Che deve ritrovare semplicità. Che Roma è casa.
Dosso sa di cosa parla. Lei stessa ha raccontato di aver lavorato due anni con uno psicologo dello sport per sbloccarsi: «Prima reprimevo le emozioni, ora corro libera». La semplicità di cui parla non è banale — è il risultato di un lavoro profondo su se stessi. Ed è esattamente quello che Jacobs non è riuscito a fare in questi tre anni: semplificare, tornare all’essenza, correre.
La pasta di mamma è un’immagine che scalda. Ma Jacobs non ha bisogno solo di comfort: ha bisogno di ritrovare il meccanismo che gli faceva fare 9.80 quando nessuno se lo aspettava. La domanda è se quel meccanismo sia ancora lì, da qualche parte, o se Tokyo sia stato un momento irripetibile che il tempo e gli infortuni hanno consumato.
Dosso ci crede. Noi speriamo abbia ragione.