La giostra degli allenatori in Premier è un mercato dei capri espiatori che costa 50 milioni l’anno
Per il Telegraph il calcio ha sviluppato un rapporto straordinariamente disinvolto con i propri fallimenti. Non li nega: li capitalizza

Tottenham Hotspur's Croatian head coach Igor Tudor shouts instructions to the players from the touchline during the English Premier League football match between Tottenham Hotspur and Crystal Palace at the Tottenham Hotspur Stadium in London, on March 5, 2026. Ben STANSALL / AFP
Igor Tudor è durato 44 giorni al Tottenham. Una storiaccia. Ora sono vicini a chiudere con De Zerbi, per sostituirlo. Ma quei 44 giorni sono abbastanza per generare un’altra voce nella categoria contabile che i club inglesi definiscono pudicamente “exceptional items” – quella nebulosa di spese straordinarie dove vengono sepolte le buonuscite, le commissioni agli agenti e i costi di quello che, in qualsiasi altro settore, si chiamerebbe semplicemente malagestione. Perché – scrive il Telegraph – il calcio ha sviluppato un rapporto straordinariamente disinvolto con i propri fallimenti. Non li nega: li capitalizza.
I numeri di questa stagione sono quasi comici nella loro enormità. Otto allenatori esonerati in Premier League prima ancora che Tudor lasciasse il suo posto. Costo stimato: 47 milioni di sterline. L’anno precedente, sette esoneri per circa 43 milioni. Lo United ha pagato 11 milioni per strappare Ruben Amorim allo Sporting di Lisbona, poi altri 15,9 per liberarsi di lui quattordici mesi dopo. La reazione collettiva è stata di “ambivalenza piuttosto che shock”. Perché lo shock richiede una qualche aspettativa residua che le cose funzionino.
Dall’altra parte della piramide del calcio inglese, Hull City e Norwich City hanno accumulato perdite di 41,7 e 20,7 milioni di sterline. Per i due club sono passati 23 allenatori dal 2016. Dall’inizio della stagione, più di cento allenatori professionisti hanno ricevuto il benservito nei campionati inglesi, trascinandosi dietro interi staff tecnici liquidati come danno collaterale. L’assocalciatori inglese offre ormai supervisione per la salute mentale ai suoi iscritti.
Il Telegraph però sottolinea che la novità più deprimente del ciclo attuale non riguarda tanto chi viene esonerato, ma perché. Esiste ormai una tesi accreditata (l’ha formulata esplicitamente Sam Allardyce) secondo la quale alcuni allenatori calcolano attivamente il momento ottimale per farsi licenziare. È una accusa grave. Ma il fatto che suoni plausibile dice molto del momento.
Enzo Maresca e Amorim, prima di essere esonerati, avevano pubblicamente messo in discussione le rispettive dirigenze in conferenza stampa. Quando il Tottenham lo licenziò nel 2023, Antonio Conte fu considerato l’emblema dell’autosabotaggio. La conferenza stampa di Conte è rimasta una pietra miliare del calcio inglese.
On This Day: In 2023, Antonio Conte went on *that* astonishing rant following Tottenham’s 3-3 draw with Southampton 😮 pic.twitter.com/gG0UMB4Ajx
— Sky Sports (@SkySports) March 18, 2025
Quattro degli allenatori esonerati negli ultimi due anni – Postecoglou, Nuno, Dyche, Pereira – erano già tornati in Premier League nel giro di pochi mesi. Un particolare che dimostra che il mercato degli allenatori funziona come un giostra che non si ferma mai abbastanza a lungo da permettere a qualcuno di farsi male davvero.
Per il Telegraph c’entra molto il ruolo del direttore sportivo come strato intermedio tra il proprietario assente e l’allenatore esposto. Il direttore sportivo ha tutto l’interesse a sopravvivere all’allenatore. E spesso ci riesce. I club che cambiano sei allenatori di fila prima che qualcuno si accorga che il problema risiede altrove sono numericamente troppi per essere casuali.
Il Cies ha rilevato nel 2025 che, su 65 campionati nel mondo, meno del 25% degli allenatori rimane in carica per più di un anno.









