Gli allenatori che criticano i loro club (come Conte e Mourinho) sono ormai una tendenza preoccupante – Telegraph

Il quotidiano inglese: “sono diventati il paravento pubblico delle società, e si sentono frustrati. Il loro vero lavoro è diventato difendere se stessi”

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Mg Milano 11/01/2026 - campionato di calcio serie A / Inter-Napoli / foto Matteo GribaudiImage Sport nella foto: Antonio Conte

“Che gli allenatori parlino male dei loro club non è una novità – benvenuti José Mourinho e Antonio Conte – ma sta diventando una tendenza straordinaria ed esplosiva. Soprattutto nelle ultime settimane”. Lo scrive Jason Burt sul Telegraph cogliendo un fenomeno quantitativo secondo lui abbastanza inedito. In Premier ci sono stati svariati esempi negli ultimi tempi: Nuno Espírito Santo, Enzo Maresca, Ruben Amorim, Oliver Glasner.

“Quindi, cosa sta succedendo? – si chiede il Telegraph – In un momento in cui il potere dell’allenatore è diminuito, sembra esserci, più che mai, un controllo più attento su di lui in quanto immagine pubblica del club che lo impiega. Sono i portavoce di tutto e di tutti e questo ha generato frustrazione, con alcuni che si lamentano in privato di essere chiamati a giustificare decisioni che sono state sottratte al loro controllo. Non hanno a che fare solo con i proprietari che vogliono sempre più voce in capitolo – coinvolgendosi direttamente nei trasferimenti, come ormai accade in molti club – ma anche con i direttori sportivi e persino con il personale medico e scientifico che detiene il potere. Gli allenatori devono anche rispondere di questioni finanziarie spesso complesse e al di là delle loro competenze, ed essere consapevoli di acronimi come Psr (regole di profitto e sostenibilità) e Scr (rapporto costo squadra)”.

“Troppi dirigenti sportivi, ad esempio, si nascondono quando dovrebbero essere loro a guidare la direzione generale. L’Inghilterra è l’unica nel calcio europeo ad avere questo ruolo senza che la persona che lo ricopre parli pubblicamente e sia responsabile”.

“C’è una diluizione del significato di essere un allenatore, contemporaneamente a un continuo aumento della sua visibilità e di chi è da biasimare, al controllo, agli abusi e a un altro fattore che contribuisce: il numero di ex giocatori nei media. Tutto ciò può essere brutale”.

E poi c’è il fatto che la permanenza nei club ormai è sempre più breve, e “questo rende ancora più importante per gli allenatori sentirsi in dovere di proteggere la propria reputazione il più possibile. La discrepanza è evidente. Un allenatore dovrebbe impegnarsi a mettere al primo posto gli interessi del club. Ma troppi club li lasciano isolati, alimentando la sensazione che debbano badare a se stessi e che questa sia la loro responsabilità principale”.

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