Al CorSera: «Alle giovani dico: fidatevi delle persone che possono migliorarvi, ma non fatevi condizionare»

Il Corriere della Sera ha intervistato Arianna Errigo, campionessa di scherma e portabandiera azzurra alle Olimpiadi di Parigi. Errigo racconta le difficoltà dell’incastrare la vita da madre a quella di atleta e la gioia di rappresentare gli italiani ai Giochi.
Si aspettava di essere portabandiera degli Azzurri?
«Neppure lontanamente: la mia massima ambizione è sempre stata la medaglia d’oro. Mi sono letta sui giornali, come “papabile”, qualche giorno prima della decisione. Solo a quel punto ho cominciato a sperarci. Poi è arrivata la telefonata del presidente del Coni, Giovanni Malagò. Essere la portabandiera significa rappresentare l’Italia, i suoi valori, la sua grandezza. Impagabile».
Parigi 2024 sarà la sua quarta Olimpiade: è pronta?
«Mi sto preparando. A 36 anni vivo uno dei momenti più magici di sempre: sono appagata come donna e professionista. Volevo dei figli: lo scorso anno ne sono arrivati due in un colpo solo (Stefano e Mirea, avuti il 3 marzo 2023 da Luca Simoncelli, il marito allenatore, ndr). Il mio lavoro, la scherma, è una grande passione. Portare avanti le due cose insieme è sfidante, la stanchezza non ha mai fine. Ce la metto tutta perché la soddisfazione di riuscire a crescere i bambini, con il cuore e la mente proiettati ai Giochi, mi esalta».
Errigo: «La testa va sempre ai miei figli, mi ritengo fortunata per l’aiuto che ricevo»
Malagò, presente al Quirinale, di lei ha detto che è un simbolo per tutte le mamme-atlete. Ci si ritrova?
«Mi ritrovo nella fatica di essere l’una e l’altra, mamma e atleta. Quando arrivano, i figli stravolgono l’ordine delle cose, scardinano le certezze. Se prima vivevo in un sistema tolemaico con me al centro, ora i tempi e i recuperi li dettano i miei bimbi. Cambiano le responsabilità, i pensieri si moltiplicano, i sensi di colpa non si contano più anche perché io li porto sempre con me, ovunque vada: in allenamento o durante le competizioni ufficiali. Insomma, non li mollo un istante. A volte mi chiedo se stia facendo il meglio. Giusto, sbagliato? Non so. So solo che la testa è sempre rivolta a loro: adesso, per esempio, sono in ansia perché Stefano, reduce dalla vaccinazione, non sta benissimo. Passerà, ma intanto il chiodo fisso è lui. D’altra parte mi ritengo fortunata perché c’è anche chi mi aiuta: la famiglia, i miei compagni di Nazionale. Quando mi alleno, sono loro a prendersi cura dei gemelli. Per questa “forma di assistenzialismo” devo ringraziare il commissario tecnico Stefano Cerioni. Al di là di questo, credo che le donne-atlete meritino un’attenzione in più. Ci sono ancora troppe sportive che devono decidere se continuare la propria carriera o diventare mamme».
Sta dicendo che senza aiuti noi donne non ce la facciamo?
«Sto dicendo che non dovremmo essere messe nelle condizioni di scegliere perché abbiamo tutto il diritto di realizzarci e come donne e come madri. Poi, certo, bisogna avere determinazione. Io, ad esempio, ho affrontato l’improbabile: mi sono allenata per un anno senza maestro; ho scelto di cimentarmi nella doppia arma — fioretto e sciabola — affermandomi nell’una e nell’altra; sono arrivata alla mia età competitiva dopo aver ripreso gli allenamenti a quattro mesi e mezzo da un parto gemellare con cesareo. Oggi vanto primati di tutto rispetto: sono stata per cinque anni la numero uno del ranking mondiale, salita sul podio mondiale individuale per otto edizioni consecutive. Sono la sola atleta donna al mondo ad aver raggiunto risultati con la doppia arma. Nella scherma moderna nessun uomo è riuscito in questa impresa. Vorrei che le bambine di oggi crescessero cocciute. Alle giovani dico: fidatevi delle persone che possono migliorarvi, ma non fatevi condizionare. E ancora, non vergognatevi di chiedere aiuto e divertitevi!».