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Chang: «Ho battuto da sotto solo una volta, a Lendl, perché ero disperato. Oggi lo fanno tutti»

Al Paìs: “Ai miei tempi non la faceva nessuno. Ora è una strategia come un’altra: se il tuo avversario risponde 5 metri dietro la linea di fondo perché no?”

Chang: «Ho battuto da sotto solo una volta, a Lendl, perché ero disperato. Oggi lo fanno tutti»
U.S. Michael Chang slams a backhand to his Argentine opponent Marco Aurelio Gorriz during his second round match in the French Open 29 May at Roland Garros. Chang won his rain-interrupted game in four sets 6-3, 2-6, 6-3, 6-0. (Photo by AFP)

Michael Chang è al Roland Garros. Oggi fa il torneo veterani, ma è come se non fosse mai uscito da quel campo, dall’epico ottavo di finale del 1989 in cui, a 17 anni fece la battuta da sotto a Ivan Lendl, e poi andò a vincere il titloo a 17 anni e tre mesi. Ha detto addio al tennis nel 2003, con 34 titoli. E’ una leggenda. El Paìs gli ha chiesto – di nuovo – di quella battuta da sotto. All’epoca era ancora un oltraggio. Oggi è diventata parte della strategia per molti giocatori: Moutet, Bublik, Davidovich o Kyrgios.

In realtà, io l’ho fatta solo una volta in tutta la mia carriera. E l’ho fatto perché, onestamente, ero disperato. A quel tempo era molto raro che qualcuno lo facesse, ma penso che ora sia diventato più comune, un’altra strategia. Al giorno d’oggi sono molti i giocatori che rispondono molto lontano, per risparmiare tempo in rientro, quindi è una risorsa tattica. Devono recuperare tutto quel terreno, quindi a seconda della situazione, a volte ha senso. Oggi la farei più spesso, perché no? Voglio dire, se vedessi un avversario che 5 metri dietro la linea di fondo, potrebbe essere molto efficace. Allora perché rinunciare ad usarla? Scommetto che il 90% dei giocatori del circuito, anche molti di loro che non l’hanno utilizzata, ad un certo punto avranno pensato che fosse una buona possibilità”.

Chang parla anche del gioco ormai uniformato indipendentemente dalle superfici. “Ma sulla terra si gioca ancora in modo leggermente diverso. Anche Nadal lo fa; gioca in modo diverso su questa superficie che su un campo in cemento. Il tennis qui, si sa, è simile agli scacchi, perché bisogna capire che gli angoli e le traiettorie sono diverse. Di tutte le superfici oggi, questa è probabilmente la più diversa e unica di tutte. Sull’erba, ad esempio, ora si gioca in modo molto simile a come si gioca sui campi in cemento, che sono più lenti, e non come tradizionalmente a Wimbledon, non c’è quasi nessun serve and volley”.

“Alcaraz? Non è il tipico spagnolo. Per me è come se fosse emersa una sorta di nuova generazione di giocatori spagnoli, perché quelli contro cui ho giocato io avevano ottimi colpi da fondo campo, si muovevano molto bene, ti colpivano con molte palle in top e occasionalmente in slice. Adesso è diverso. Alcaraz attacca la rete, è atletico. È molto diverso dal classico prototipo del tennista spagnolo”.

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