A Repubblica: «L’Africa prima o poi vincerà un Mondiale. L’Arabia invece non durerà, i soldi non comprano tutto»

La “Repubblica” ha intervistato la leggenda del Camerun, Roger Milla, che ha raccontato dei suoi anni in Nazionale e ha dato una sua opinione sul calcio moderno.
Roger, riconosciamo quell’immagine: sono i Mondiali di Italia ’90. Notti magiche…
«Anche i giorni se è per questo, tutto lo era, tutto era magico! Segnai quattro gol anche se avevo già 38 anni: eh, io sono arrivato troppo tardi in Europa, ne avevo 25».
L’Africa vincerà mai un Mondiale?
«Sì, prima o poi succederà. Però bisogna continuare a lavorare e decidere da noi il nostro destino, senza essere soltanto una terra dove andare a caccia dei giocatori più bravi. È finito il tempo delle colonie e della tratta dei neri. Del resto, chi si aspettava il Marocco in semifinale? Una squadra fortissima, che non finisce qui. L’Africa del calcio è una cosa seria».
Anche l’Arabia e il Qatar lo sono?
«No, e non dureranno. Il denaro non compra tutto».
Cos’è stato il suo Camerun nella storia del calcio?
«Un simbolo di fiducia per un intero continente, la dimostrazione che niente è impossibile. Oggi, nessuno più si azzarderebbe a dire che i calciatori africani sono forti fisicamente ma non intelligenti: era una forma di razzismo».
Roger Milla: «Italia? Il Genoa mi aveva quasi preso, però mi infortunai e la cosa non andò avanti»
Cosa rappresenta l’Italia, per lei?
«Uno dei ricordi più belli della mia vita. Stavo anche per venirci a giocare: il Genoa mi aveva quasi preso quando stavo al Bastia, però mi infortunai e la cosa non andò avanti. Siete sempre stati una nazione guida del calcio, e lo siete ancora».
Non pensa di essere nato troppo presto? Oggi, con la sua classe, sarebbe ricco sfondato.
«Non me ne importa niente, ho avuto il mio destino, ho vissuto una vita bellissima e va bene così. E poi l’ho detto, troppi soldi rovinano l’uomo: vedo giovani calciatori pieni di talento, anche qui in Africa, che però non hanno la fame che avevamo noi. Si arricchiscono presto e si perdono».
È vero che lei aiuta alcuni suoi ex compagni diventati poveri?
«Sì, e non soltanto in Camerun. Ai miei tempi si guadagnava poco, e quando si finiva di giocare non c’erano quasi mai prospettive. Io ho avuto la fortuna di farcela ed è giusto che aiuti chi non c’è riuscito. Molti hanno dato il cuore e la giovinezza allo sport e alla loro patria, e non possono essere lasciati soli, dimenticati. Eravamo e siamo fratelli».
Anche quando giocava lei era vicino ai deboli?
«La mia famiglia era di origini modeste, mio padre faceva il macchinista ferroviere e mia mamma badava ai sette figli. Abbiamo girato tanto per seguire papà. Io e i miei fratelli e sorelle siamo stati cresciuti con valori precisi, credo di non essere cambiato, almeno spero».
Le piace il calcio di oggi?
«Sì e no. Lo seguo, però vedo troppa individualità, anche se ci sono squadre bellissime come Real, City e Psg. Tuttavia, molti giocatori sono egoisti e sono diventati vere e proprie aziende. C’è freddezza e distanza dal pubblico, mentre il calcio dev’essere passione e partecipazione. Il Camerun ha fatto la storia perché, prima di tutto, era un formidabile collettivo».